Maurizio Blondet
www.effedieffe.com
13/11/2006
Dev’essere stato Rumsfeld a volere l’imminente vertice
della NATO a Riga, in territorio ex-sovietico, come sfida a
Mosca.Ma a Riga, il 28-29 novembre, sotto gli occhi di Mosca
rischia di andare in scena il collasso dell’Alleanza Atlantica,
che dal 1945 incarna la nozione stessa di Occidente.Rumsfeld
non ci sarà, perché è stato cacciato. Incerta
la presenza del suo successore Robert Gates, che entrerà
effettivamente in carica il mese prossimo, e già questo
fatto dice tutta la realtà della crisi: la superpotenza
che ha voluto la NATO e che vi è egemone, si presenta
con una delegazione senza testa.I delegati americani, in ogni
caso, chiederanno agli alleati europei di «sobbarcarsi
sforzi maggiori» nella sciagurata «guerra infinita
al terrorismo» che vede la forza anglo-americana alle
corde. D’Alema («servo vostro») ha già
assicurato che l’Italia non ritirerà i suoi 1.700
uomini dall’Afghanistan, ma gli USA ce ne chiederanno
di più. La NATO lo chiede invano da mesi; nel sud afghano
7-8 mila britannici contengono a malapena il contrattacco dei
Talebani, e hanno bisogno di rinforzi e rincalzi, oltrechè
di nuovo armamento, perché il loro si usura a ritmi insostenibili.
D’Alema accederà alla richiesta? E gli altri alleati?
Impossibile dire se Gates o i suoi delegati riusciranno a rimediare
ai danni fatti da Rumsfeld all’alleanza. Che sono, secondo
il bollettino francese di Europe 2020, «la divergente
percezione delle minacce fra europei e americani, e la crisi
di fiducia degli europei, opinione pubblica e governanti, nella
competenza americana ad assumere una leadership responsabile
ed efficace dell’alleanza». (1) Da quando Gorbacev
ha sciolto unilateralmente il Patto di Varsavia, la NATO non
ha più di fronte il nemico unificante che la giustificava.
Washington l’ha voluta mantenere con la motivazione (o
il pretesto) che era un organo già sperimentato della
cooperazione trans-atlantica, e sarebbe stato complicato inventarne
un altro. La scusa poteva andare, a patto che la potenza egemone
non la stressasse troppo: la protezione delle Olimpiadi di Torino,
l’intervento in Kossovo, gli aiuti al Terzo Mondo, d’accordo.
Ma poi il troppo è cominciato: con l’Afghanistan,
la NATO ha ancora avuto un ruolo, benchè minore (la polizia
per il governo-fantoccio di Kabul); in Iraq, Rumsfeld - di fronte
alle perplessità europee - ha creato la «coalition
of the willing», come ora vediamo, per non dover tener
conto delle critiche, che erano giustificatissime. L’asse
Bush-neocon ci ha trattato come servi, non come alleati.
Ma probabilmente il vero punto di crisi è la volontà
americana di metterci contro la Russia, inglobando nella NATO
via via gli ex-satelliti più zelanti a punzecchiare Mosca.
E Putin ha mostrato chiaramente la sua irritazione nel vedere
la NATO a ridosso dei confini russi. In visita alla Norvegia
(membro della NATO) il 1 novembre, il ministro della Difesa
Sergei Ivanov, che è anche il vice-premier, ha detto:
«Durante la prima ondata di espansione della NATO [anni
‘90] avevamo avuto assicurazioni solenni che non ci sarebbero
state infrastrutture militari NATO sul territorio dei nuovi
membri. Siamo stati ingannati. Non capiamo perché gli
impianti militari NATO si avvicinino sempre più ai nostri
confini. Minacciamo forse qualcuno?». (2) Peggio. Il generale
Leonid Ivashov, già capo dello spionaggio russo, ha accusato
alla radio nazionale la NATO di voler creare «un arco
d’insicurezza attorno alla Russia» istigando le
mene anti-russe degli Stati baltici, nonché di Polonia,
Ucraina, Armenia e Georgia. Ha accusato la NATO di aver collaborato
a montare le provocazioni messe in atto dalla Georgia e di armarla.
Ed è vero: il Congresso USA ha votato stanziamenti notevoli
per il rammodernamento della forza armata georgiana, allo scopo
di accelerarne l’accesso nel’Alleanza. La risposta
di Mosca è stata la formazione della Shanghai Cooperation
Organization (SCO) con la Cina, l’Uzbekistan, il Kazakistan,
il Tagikistan e il Kirghizistan, a cui ha dato rapidamente il
carattere di un’alleanza militare. Perché, ha spiegato
Putin, «dopo il collasso del mondo bipolare, c’è
un reale bisogno di più centri d’influenza e di
potenza. E’ una realtà obbiettiva».
Ed ora, la novità è che lo SCO ha tenuto dal 3
novembre la prima grande esercitazione militare insieme al CSTO,
Collective Security Treaty Organization, che raduna attorno
alla Russia la Bielorussia, l’Armenia, il Kazakistan il
Kirkizistan e il Tagikistan. Per la prima volta gli otto Paesi
- di cui i due colossi, Cina e Russia - hanno preso parte a
grandi manovre nella zona di Chebarkul (Volga-Urali), probabilmente
alla presenza di esperti dei «Paesi osservatori»
dello SCO (Iran, Pakistan e India). Pechino ha esibito, per
la prima volta fuori dai suoi confini, il suo ultimo carro armato
di produzione nazionale e il suo caccia multiruolo FC-1, equipaggiato
con motori russi.
L’esercitazione è ufficialmente intesa a contrastare
«reti terroristiche ed estremiste nella nostra parte del
mondo» (si noti il «nostra») e si è
escluso ufficialmente che abbia di mira «la NATO o gli
Stati Uniti o un Paese in particolare». Tuttavia non è
casuale che l’esercitazione abbia avuto luogo poco prima
del vertice NATO a Riga. Anche Pechino guarda l’Alleanza
Atlantica così ampliata con legittimo sospetto. «Facendo
avanzare i suoi tentacoli sempre più avanti», ha
scritto il Giornale del Popolo il giugno scorso, «la NATO
esula dalla sua postura difensiva e si fa strumento della strategia
globale USA… le ambizioni della NATO preoccupano…
la NATO ha intensificato le sue interferenze negli affari dei
maggiori ‘punti caldi’ della regione». L’articolo
citava esplicitamente la presenza ormai permanente di truppe
NATO in Afghanistan, e denunciava qualcosa di cui l’opinione
pubblica è all’oscuro, ma che Pechino evidentemente
conosce: l’estensione della NATO nell’area del Pacifico.
A Riga scriveva il giornale, sarà presentato il «piano
di partnership globale, teso ad intensificare la cooperazione
con Giappone, Australia e Nuova Zelanda; e ciò mentre
già cerca di espandere i parametri della sua cooperazione
con quelle che definisce ‘le democrazie’, come Brasile,
India, Sudafrica e la repubblica di Corea».
Dunque a nostra insaputa ci troviamo già bell’e
inseriti in una «alleanza mondiale delle democrazie»,
totalmente dominata dagli americani e nei loro esclusivi interessi
globali, evidentemente intesa come il blocco da scatenare contro
«l’asse del male» fantasticato da Bush jr.,
essenzialmente l’Iran e la Corea del Nord, ma da cui non
saranno da escludere, in prospettiva, Russia e Cina.L’accerchiamento
è in corso, con il proposito di dispiegare una rete antimissile
USA
attraverso tutto il mondo, col pretesto di tenere sotto schiaffo
Corea del Nord ed Iran. Ma come ha detto il ministro della Difesa
russo Ivanov, «l’annunciato proposito è l’intercezione
di missili balistici intercontinentali che non esistono e non
esisteranno nel futuro prossimo. Ritengo che chiunque possa
capire contro chi possono essere usati». Ecco cosa si
intende quando si parla di «percezione diversa della minaccia»
tra Europa ed USA. Non è detto che questo enorme ed aggressivo
piano d’accerchiamento di Russia e Cina sia ancora in
vigore, dopo la cacciata di Rumsfeld. In ogni caso, è
bene pensarci prima: ci vogliamo stare, noi europei? Qual è
il nostro interesse in questa impresa bellicistica planetaria?
Secondo i francesi, questa crisi NATO può essere perfino
benefica, nel senso che un’espansione così ambiziosa
può coincidere con un indebolimento epocale del peso
strategico dell’America sull’Europa; una «crisi
sistemica di prima grandezza» che può anche essere
una fase di passaggio «tra due periodi più stabili».
Sarà più facile abbandonare Washington, impegnata
nella sua «alleanza mondiale delle democrazie»,
se così vuole, e dotarsi finalmente di una difesa comune
europea. La fine dell’ordine del 1945, quello dell’egemonia
americana.
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