ROMA — In Bosnia
e Kosovo sono morti 28 militari italiani. Non hanno perso
la vita in operazioni belliche, sono deceduti perché
colpiti da malattie inguaribili durante la loro missione
nei territori della ex Jugoslavia. Il dato impressionante
è contenuto nella relazione annuale che il ministero
della Difesa trasmette al Parlamento. È un documento
col quale si fornisce un dettagliato resoconto sulla situazione
del personale delle forze armate. Uno «statino»
che per la prima volta venne istituito da Giovanni Spadolini,
quand'era ministro della Difesa. Lo «statino»
attuale fa il punto al 31 dicembre scorso. A quella data
risultano accertati 158 casi di neoplasie maligne (alla
fine del 2004 erano 99) che hanno provocato, appunto, 28
decessi. In base alle verifiche mediche le affezioni più
diffuse riguardano il tumore alla tiroide (24 casi), il
tumore al testicolo (21 casi) e il linfoma di Hodgkin, con
20 colpiti.
LA MALATTIA — L'hanno
definita «Sindrome dei Balcani» e si è
sempre sospettato che la causa delle malattie mortali potesse
essere collegata al famigerato depleted uranium, l'uranio
impoverito. In realtà non è stato mai possibile
attribuire con certezza scientifica una completa responsabilità
a questo metallo che era contenuto nei proiettili sparati
dai caccia durante la guerra del Kosovo. Ne furono lanciati,
come ha ammesso il Pentagono, ben 11 mila. Venivano scagliati
contro i mezzi blindati per perforarli, grazie alla enorme
forza d'impatto dell'uranio impoverito.
La commissione presieduta dal professor Mandelli arrivò
alla conclusione che il numero dei decessi era nella media
nazionale. Tuttavia la lista delle malattie mortali e dei
militari deceduti negli ultimi 5 o 6 anni si è allungata
in misura allarmante. «Effettivamente — dice
Falco Accame, che fu presidente della commissione Difesa
— far risalire con certezza la morte all'uranio impoverito
è impossibile. Ma nemmeno abbiamo la certezza contraria,
che cioè l'uranio impoverito sia innocente, estraneo
alla tragica fine di tanti giovani».
LE RICERCHE — La «Sindrome
dei Balcani», secondo gli esperti, potrebbe essere
determinata da un insieme di cause, che vanno dall'ambiente
in cui i militari operano, allo stress che le missioni all'estero
comportano. Il Pentagono ha riconosciuto negli ultimi tempi
che lo stress psicofisico dei militari può dare origine
a patologie gravi, l'hanno chiamato battle fatigue, stress
da battaglia.
Sia colpa dello stress o dell'uranio
impoverito, le ricerche, ritiene Falco Accame, non dovrebbero
limitarsi ai militari impiegati in Bosnia e Kosovo, ma andrebbero
estese anche a quelli che operano in Albania e soprattutto
dovrebbero partire dalla prima guerra del Golfo, che risale
al 1991. «Si sono verificati casi mortali sia tra
i militari mandati a quell'epoca nel Kuwait sia fra quelli
spediti in Somalia nel 1993. In entrambe le missioni potrebbero
essere avvenuti contatti con l'uranio impoverito».
Il ministero della Difesa creò una commissione d'inchiesta
nel 2000 in seguito a preoccupanti segnalazioni di decessi
fra gli uomini inviati all'estero. Da allora chi torna da
una missione viene sottoposto ad accurate verifiche mediche.
Finora gli accertamenti sono avvenuti su 65.701 militari
che si sono alternati in Bosnia e Kosovo.