Ha vinto il «Peggiore» (grazie, Berlusca)


Maurizio Blondet
fonte: www.effedieffe.com
10/05/2006


Giorgio Napolitano saluta e ringrazia.
ROMA - Di Giorgio Napolitano so poche cose.
Ma una la ricordo: anni ‘50, guerra fredda.
L’ambasciata americana rifiutava il visto d’ingresso in USA a comunisti notorii.
Giorgio Napolitano e il suo maestro Amendola erano i soli alti dirigenti del PCI ad avere il visto: permanente.
Andavano e venivano, ricevuti dalle più celebri fondazioni culturali di Washington.
Napolitano era invitato d’onore a tenere conferenze ad Harvard, Princeton, Yale, Chicago, Berkeley.
Lucia Annunziata scrive sugli amici più intimi della cerchia interna di Napolitano: Padoa Schioppa, Mario Monti, gente della London School of Economics, altri del giro Fiat…
Insomma la ben nota cerchia dei fiduciari dei poteri forti.
Quelli veri, anglo-americani finanziari.
Ciò probabilmente spiega perché nel 1956, quando l’URSS soffocò nel sangue la rivolta dell’Ungheria, e molti comunisti meno «moderati» del «nostro» lasciarono il partito, Napolitano restò.
Qualcosa di simile all’Obbedienza (maiuscola, prego) gli ordinò forse di restare.

Non a caso il primo ad elogiarlo pubblicamente è stato Richard Gardner, ambasciatore USA in Italia dal ‘77 all’81: «un vero statista, di ampie vedute, che crede veramente nella democrazia. E un amico degli Stati Uniti».
L’ex ambasciatore (della nota lobby) ha voluto ricordare che nella prima guerra del Golfo, in contrasto con i capi del suo partito, Napolitano si oppose al ritiro delle truppe italiane.
E che questo membro «del maggior partito comunista dell’occidente» ha assunto spesso posizioni devianti rispetto all’ortodossia comunista.
«Invito la Casa Bianca di Bush a non vedere in questo l’elezione di un comunista, ma di un uomo retto su cui si può contare, che ricoprirà la sua funzione in un modo che piacerà agli Stati Uniti».
Non si può essere più chiari.
Insomma è diventato presidente della repubblica italiana un vecchio sperimentato uomo di fiducia dei poteri internazionali.
Molto meno dichiarato di Monti e Padoa Schioppa (che del resto saranno ministri nel governo Prodi), molto più inavvertito e occulto.

Era questo che voleva Silvio Berlusconi?
Può essere: dopotutto, aveva proposto Monti.
Ma non è certo quello che voleva il suo elettorato.
Era chiaro che a Berlusconi conveniva che andasse al Quirinale Massimo D’Alema: con la sua strategia (chiamiamola così) il Berlusca è riuscito in una splendida impresa.
Pare che il signor Fininvest basi la sua strategia (se dobbiamo così chiamarla) sulla certezza che la sinistra, data la sua scarsa maggioranza, presto cadrà e si spaccherà.
E’ molto più probabile che si spacchi la coalizione di centro-destra che guida (diciamo così), anzi che lo sgretolamento sia già cominciato.
Berlusconi ha sempre voluto essere ammesso nei «salotti buoni»: sempre messo alla porta, sputacchiato e trattato a calci (da Il Corriere di Mieli per esempio) ha continuato a fare piaceri, per ingraziarseli.
A volte persino senza saperlo.
E senza alcun vero vantaggio personale, anzi.
Mi tocca condividere la conclusione sconfortata dell’amico Giovanelli: Berlusconi è, semplicemente, un… ingenuo.

Maurizio Blondet

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