E Guareschi si prende la rivincita
di Fulvio Panzeri
Il primo maggio del 1908, nella Bassa parmense, a Fontanelle, «dove il Po è un serpente d’acqua che s’aggira sinuoso nella pianura, tra grandi distese di granoturco e campi di erba medica », nasce Giovannino Guareschi.
Cento anni fa vedeva la luce quindi uno scrittore popolarissimo presso la gente comune, ignorato o sottovalutato dalla critica che conta e dai 'canoni' ufficiali e falsificati della letteratura italiana del Novecento che dalla Bassa emiliana trarrà una fonte d’ispirazione continua per i suoi racconti. E ad aprire i festeggiamenti per questo centenario arriva la prima biografia, dopo tanti studi, di Guareschi, scritta da uno dei narratori che alla cultura emiliana ha dedicato anni di studio e di ricerche d’archivio, onnivoro di quei giornali umoristici che sono stati una vera e propria palestra letteraria e che non riescono ad essere ricordati, come invece avviene per le riviste letterarie 'tout court', nelle storie letterarie. Parliamo di Guido Conti, che da una decina d’anni si accanisce nelle sue ricerche d’archivio portando alla luce scritti rari sia di Zavattini, sia, appunto, di Guareschi, tanto che, oltre a questa «biografia di uno scrittore» che sarà in libreria da mercoledì prossimo, ha appena edito presso la Mup di Parma un volume fotografico Il Don Camillo mai visto, in cui Egidio Bandini e Giorgio Casamatti mettono a fuoco il punto di vista di Guareschi sulle trasposizioni cinematografiche dei suoi libri, in quanto la sua sceneggiatura, i suoi suggerimenti sui luoghi di ambientazione, le correzioni che aveva proposto, rimasero infatti quasi sempre inascoltati dal regista Duvivier, con un recupero di scene mai viste tratte dalle versioni francesi di Don Camillo e Il ritorno di Don Camillo, più complete, secondo Casamatti, e vicine allo spirito guareschiano.
Spirito che Guido Conti riesce a restituire appieno anche in questa biografia, tracciando non solo il percorso personale, a volte segnato da situazioni estremamente dolorose, di Guareschi, ma inquadrando la sua figura nel tempo storico e nelle situazioni sociali che sono anche oggetto di critica nei suoi scritti. Di Guareschi, Conti adotta la prosa semplice e partecipe, quasi sanguigna al contempo, al punto che lo scrittore si immedesima totalmente in questo percorso di vita, soffrendo e gioiendo insieme al suo protagonista, accompagnandolo verso la rivelazione della sua verità d’uomo, una verità per nulla semplice, visto che Guareschi in un brano citato nella biografia si definisce «monarchico in una repubblica; di destra in un Paese che cammina decisamente, inflessibilmente, verso sinistra; sostenitore dell’iniziativa privata in tempi di statalismo; assertore dell’unità in tempi di regionalismo; assertore di italianità in tempi di antinazionalismo; cattolico intransigente in tempi di democristianismo, io non sono stato - come poteva sembrare - un 'indipendente' bensì un 'anarchico'. Non 'uomo libero', ma 'sovversivo'».
È una biografia critica quella che ci propone Guido Conti, in cui la parola è spesso lasciata a Guareschi che parla di sé, che si rivela e si mette a nudo, che spiega le sue vicende esistenziali, dalla morte che lo sfiora da bambino a causa della febbre spagnola ad una gioventù vissuta in povertà a causa del crollo economico della famiglia, dalla casa distrutta dai bombardamenti alleati a Milano fino ai due anni in un lager. E ancora troviamo un Guareschi che, negli anni Cinquanta, si batte per un’Italia migliore, che per questo motivo finisce in carcere per oltre quattrocento giorni, che, come Testori e Pasolini, giudica con sospetto gli anni del boom economico, dove tra i grattacieli, sente soffiare «un vento caldo e polveroso che sa di cadavere, di sesso e di fogna». Conti dedica ampio spazio alla lettura delle sue vignette, al suo 'essere contro' le lobby dei partiti, un’idea di ricchezza che viene barattata con i valori tradizionali e sacri del mondo contadino. Questo risulta anche uno degli aspetti inediti di questa biografia, in una lettura integrale del mondo di Guareschi che pone in una luce diversa anche il valore del suo «mondo piccolo». Non è solo la «biografia» di un uomo, ma anche di una stagione culturale che vede nei giornali umoristici dal 'Bertoldo' al 'Candido' una palestra per grandi scrittori come Cesare Zavattini, Giovanni Mosca, Marcello Marchesi, ma anche per registi come Fellini, scrittori che come Guareschi sono ancora in cerca di un posto adeguato e degno nella storia della letteratura italiana.
Guido Conti, Giovannino Guareschi. Biografia di uno scrittore, Rizzoli 2007, pp. 590, euro 16,50
(Da Avvenire del 1 marzo 2008)
Guareschi: piccolo mondo, grande scrittore, di Mario Cervi
Quando Giovannino Guareschi se ne andò nel luglio del 1968 - aveva sessant’anni, e ne compirebbe cento adesso - l’Unità celebrò la morte d’uno scrittore «mai nato». Infuriava in quel tempo la contestazione giovanile, un mondo cui Guareschi si sentiva estraneo e che lo sentiva estraneo, anzi nemico. Il creatore di don Camillo e di Peppone doveva essere umiliato, negandogli una caratura letteraria invece concessa con facilità ad autorelli senza talento ma, come usa dire, «impegnati». Non solo la sinistra si scagliò contro Giovannino. L’azione giovanile, organo ufficiale della gioventù di Azione cattolica, lo definì con cristiana comprensione «lo scarafaggio».
Non più teneri nei suoi riguardi risultarono, in numerosi saggi, i sacerdoti dei riti culturali. Giulio Ferroni riconobbe a Guareschi la capacità di raccontare la provincia «di cui forniscono un’immagine rivelatrice, anche se di scarso valore letterario, i facili romanzi su Don Camillo». L’intellighenzia politicamente corretta e la politica a torto autoproclamatasi intelligente attestarono il loro snobismo sprezzante nei confronti di chi era diventato popolare fuori dai salotti e contro le conventicole, disertandone i funerali.
Per essere uno scrittore mai nato e un raccontatore mediocre di storielle paesane, non si può dire che Guareschi abbia stentato a farsi conoscere e amare. Si sono contate oltre trecento edizioni in tutte le lingue (compresa la lingua delle isole Samoa, il greco antico, il latino) delle sue opere. Venti milioni di copie vendute. I film con Fernandel e Gino Cervi hanno contribuito a ingigantire il fenomeno Guareschi: ma non ci sarebbero stati i film se i caratteri guareschiani non avessero avuto, prima di trasmigrare dalla carta alla pellicola, una potentissima carica di umanità e di verità.
Sulla «verità» e concretezza della produzione guareschiana è tuttavia necessario intendersi. Essa rappresenta magnificamente la vita. Ma è anche, o soprattutto, un insieme di favole. Lo spiega distesamente Guido Conti nel suo recente Giovannino Guareschi, biografia di uno scrittore (Rizzoli, pagg. 594, euro 21,50). Cito: «All’interno della feroce guerriglia che vive la società italiana, l’autore si accorge che i personaggi dei suoi racconti non solo sono un modello in cui rispecchiarsi ma non rinunciano a una ideale conciliazione umana (...). La figura del Crocifisso rappresenta proprio questo aspetto di moralità e coscienza, che resta uno dei fini per cui Guareschi scrive, ma è anche un importante strumento narrativo. Se don Camillo e Peppone sono i due contendenti continuamente in lotta, il Crocifisso è anche un deus ex-machina nel vero senso della parola, che concilia i due diversi opposti».
Tutto questo è molto ragionevole, ed è insieme molto poco se ci si propone di svelare il mistero di Guareschi: che del resto, come tutti i maggiori misteri della creazione artistica, resta imperscrutabile. Guareschi non è colto. Viene dalla gavetta giornalistica, vissuta in umiltà dopo una infanzia e una giovinezza difficili. Come prosatore, Guareschi è essenziale - nel lessico e nella sintassi - fino alla povertà. Come rappresentatore d’ambienti e d’atmosfere non ambisce a lunghissimi tragitti, gli basta - e avanza - quel mondo piccolo che gli altezzosi Soloni della critica hanno bollato come meschino (gli appunti mossi a Guareschi possono valere in larga misura per un altro grande, Simenon).
Che cosa c’è in quelle pagine che riesce a interessare, ad affascinare, a commuovere sia lo svedese sia l’indiano, sia il turco sia il cileno? Come riesce questo affabulatore disadorno a toccare cuori umani appartenenti a universi da lui lontanissimi? Ecco l’interrogativo che possiamo, anzi dobbiamo porci, senza riuscire a dare una risposta definitiva: ma sapendo che la risposta non può consistere in un’altezzosa rimozione del mistero.
Genio letterario a sua insaputa, Guareschi fu anche un infaticabile artigiano della penna e del disegno. Diede un apporto decisivo ai fogli satirici che durante il regime fascista hanno portato scintille di spregiudicatezza e d’indipendenza nella stampa irregimentata, e che dopo la nascita della Repubblica hanno conferito un tocco di aspra inventiva alla lotta politica. Non sarà mai abbastanza sottolineato, in proposito, ciò che Guareschi fece per la vittoria dei moderati nelle elezioni del 18 aprile 1948. Con molta onestà - pur nella sua impostazione di totale fede guareschiana - il volume di Guido Conti riporta alcune indegne facezie antisemite nel Bertoldo del 1938, l’anno delle ignobili leggi razziali.
Conti segue - insieme al percorso giornalistico e letterario - anche il percorso umano di Giovannino. Ne rievoca la prigionia in un lager nazista. Ne ricorda l’altra prigionia - in un carcere italiano - per aver diffamato Alcide De Gasperi attribuendogli la paternità di scritti in cui si chiedeva che gli angloamericani bombardassero Roma. Conti propende per l’autenticità di quella corrispondenza, dichiarata falsa da una sentenza di Tribunale. (…)
Per orgoglio non volle presentare appello contro la condanna, e un perverso meccanismo giudiziario, che mantiene in libertà i peggiori ceffi, lo mandò in galera. Fu un martirio fortemente voluto e strenuamente patito, davanti al quale dobbiamo toglierci il cappello. Guareschi soffrì la vita, più che goderla. L’11 gennaio 1968, pochi mesi prima di lasciare questa terra, scrisse: «Io vivo isolato come un merlo impaniato sulla cima di un pioppo. Fischio, ma come faccio a sapere se quelli che stanno giù mi sentono fischiare o se mi scambiano con un cornacchione?».
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