Il militare, nato cent’anni fa, dopo il rapporto
di Chrušcëv riscoprì la propria religiosità
e si distaccò dall’ideologia comunista,
arrivando a sfidarla in campo aperto. Internato, fu
costretto all’esilio
Il generale Petro Grigorenko è stata una delle
colonne della lotta per le libertà civili in
Urss. In occasione del centenario della nascita, Delfina
Boero offre un'accurata ricostruzione della sua vita
sull'ultimo numero de La nuova Europa, da cui qui
traiamo i passaggi salienti.
Grigorenko nasce nel 1907 in una famiglia contadina
ucraina. Nonostante la povertà, riesce a studiare.
Leninista convinto, appoggia la lotta antireligiosa
dei soviet e i processi sommari contro i "nemici
del popolo". Frequenta l'Accademia militare di
Leningrado; a vent'anni si sposa. Sente raccontare
della carestia nella sua l'Ucraina all'inizio degli
anni Trenta, ma, fedele alla versione del partito,
la attribuisce a funzionari corrotti. Nel 37 entra
nell'Accademia dello Stato maggiore a Mosca; neppure
le purghe staliniane, al culmine in quell'anno, lo
sconvolgono: rimane uno staliniano di ferro. Anche
se suo fratello stesso viene indagato e anche se la
moglie lo vorrebbe denunciare proprio per la sua corrispondenza
col fratello. Combatte come tenente colonnello durante
la Seconda guerra mondiale e, dopo la vittoria, insegna
nella prestigiosa Accademia Frunze. La morte di Stalin
(1953) è una tragedia personale, aggravata
dalle rivelazioni di Chrušcëv al XX congresso
del Pcus. Grigorenko incontra alcuni reduci dai lager
e si fa largo in lui la domanda sulla bontà
del regime sovietico. Nel 1959 diventa generale; ma
il successo non lo soddisfa. Nel dicembre 1961 a Mosca
interviene in una pubblica assemblea criticando la
linea del partito e riceve numerosi attestati di stima
per il suo coraggio. Giudicato politicamente immaturo
è spedito in Estremo Oriente. Libero da impegni
gravosi può ripensare alla sua vita e alle
sue convinzioni; crede ancora nel leninismo e decide
che deve far qualcosa per rinvigorirne l'autentico
spirito. Tornato a Mosca scrive e distribuisce sette
volantini anonimi. Arrestato il 1 febbraio 1964, è
dichiarato incapace di intendere e volere e rinchiuso
nella prigione di Lefortovo. Qui avvengono alcuni
passaggi essenziali della sua evoluzione intima. Anzitutto
si convince che la forma di lotta anonima non è
efficace quanto quella pubblica: d'ora in avanti,
per quanto dipenderà da lui, esprimerà
sempre apertamente il proprio pensiero. In carcere,
poi, ritrova la fede ortodossa che da ragazzo aveva
rifiutato. Egli stesso descrive la sua conversione:
«Fin dalla prima sera nella prigione, avevo
sentito suonare una campana: quanti sentimenti e ricordi
aveva evocato in me quel suono! Mi veniva in mente
la mia infanzia; a dire il vero, non ero neppure ateo.
Ero indifferente alla religione. Ma in quel momento
sentivo la voce della Chiesa. In passato non l'avevo
sentita. Ero stato per quasi due mesi all'ospedale
militare che si trovava nello stesso quartiere dove
ora ero detenuto, ma quel suono non l'avevo mai udito.
Mi chiedevo meravigliato: Possibile che ci sia una
chiesa da queste parti? Prima, probabilmente, non
c'era. Invece c'era e aveva una voce. Decisi che se
mai fossi tornato in libertà, per prima cosa
sarei entrato senz'altro in quella chiesa».
Dopo la prigione l'ex generale, degradato a soldato
semplice, viene internato in ospedale psichiatrico.
Fortunatamente i nuovi dirigenti brezneviani, volendo
dare un segnale di discontinuità, convocano
una nuova commissione medica, che lo dichiara "guarito".
Può recarsi nella chiesa della campana: «Era
piena zeppa. Non recitavo delle preghiere e non chiedevo
nulla a Dio, ma lo stato in cui mi trovavo in quel
momento non poteva essere definito se non come un
atteggiamento di preghiera. Non ero mai stato felice
come quel giorno. Se mi chiedessero quando sono tornato
alla fede dei padri, risponderei: durante una liturgia
solenne nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Lefortovo.
Dopo quella divina liturgia, ho cominciato a domandarmi:
A chi fa comodo impedire alla gente di provare la
felicità che ho vissuto io quella domenica?».
Ormai Grigorenko è un modello per i giovani
(Ginzburg, Galanskov , Bukovskij) che stanno dando
del filo da torcere al regime. L'amicizia che li lega
è per lui il definitivo superamento delle pastoie
ideologiche. Vede in loro gente pura, entusiasta,
amici che lottano solo in nome della propria dignità
personale. È proprio il valore della persona
e la difesa dei suoi inalienabili diritti che diventa
il centro dell'azione di Grigorenko. I suoi nuovi
giovani amici lo invitano, nel 1967, a tenere in università
delle lezioni non ufficiali sulla seconda guerra mondiale;
sono incontri affollatissimi nei quali l'ex generale
smonta tutti i miti della propaganda sovietica. Ormai
è a tutti gli effetti un dissidente e suoi
scritti circolano nel samizdat. Proprio per questo
è nuovamente arrestato nel maggio 1969 e ancora
internato in manicomio. È liberato solo cinque
anni dopo. Per nulla piegato: partecipa attivamente
alla costituzione del Gruppo Helsinki per la difesa
dei diritti umani ed è sempre in prima fila
nelle petizioni, nei processi, nell'informazione clandestina.
Nel 1977 si reca per cure mediche in Usa e il governo
ne approfitta per togliergli la nazionalità.
Muore a New York nel 1987.