Maurizio Blondet
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29/11/2006
«Pubblicazione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico»: puntuale il reato ipotizzato dai giudici per Deaglio.
E miserevole la giustificazione farfugliata dall'indiziato: «Un'accusa da anni '60».
Deaglio crede che, dati i progressi della società italiana nel permissivismo, la diffusione di notizie false e tendenziose sia ormai permessa.
Il suo «giornalismo» configura appunto la notizia falsa: ha intervistato un «esperto americano» che parlava della facilità con cui, grazie ai computer, si possono fare giganteschi brogli elettorali… in America; dove vige il loschissimo voto elettronico, e dove l'elettore non sa, poiché la macchina non lascia ricevuta, se il suo voto è stato registrato secondo la sua volontà oppure no.
Deaglio ha voluto strafare, tendenzioso.
Ha prodotto un video che non è documentazione, ma docu-fiction, per metà recitato da attori.
E crede che questo sia ancora giornalismo.
Non è il solo.
In pochi mesi abbiamo avuto il caso Farina, agente dilettante «Betulla», che forniva notizie al SISMI e ne diffondeva di false (attribuendo la faccenda dell'uranio del Niger, anti-Saddam, ai servizi francesi anziché italiani); e ora il caso dell'ex-giornalista diventato senatore Paolo Guzzanti, che si è fidato del ridicolo agente-dilettante Scaramella Pulcinella, e forse lo mandava a interrogare agenti ex-KGB sugli altarini di Prodi.
Tutti e tre sono finiti nella vergogna.
Tutti e tre hanno nuociuto alla causa che credevano di promuovere con le loro falsità e tendenziosità.
Tutti e tre, invece di occuparsi di dire la verità, volevano far avanzare una tesi cui aderiscono ideologicamente, e per questo non hanno avuto scrupoli a distorcere informazioni, a distorcerle o a cancellarle.
Hanno altre cose in comune: la voglia di successo, la frenesia di mettersi in luce, di glorificarsi per scorciatorie, di carriera che li acceca.
Sono tutti e tre «sub-star» nella carriera giornalistica.
Farina sub-direttore di Libero, e insoddisfatto, irrequieto, ambizioso ed avido.
A Deaglio il successo è sempre sfuggito per palese mancanza di qualità, benchè i poteri che lo proteggono - riconducibili all'azionismo piemontese, alla Fiat e al capitalismo «antifascista» - gli abbiano dato tutte le occasioni: programmi di prima serata alla TV di Stato, direzione di Reporter (un fiasco senza storia), comode e grasse sistemazioni da editorialista di La Stampa e dell'Espresso.
Ora gli hanno dato e pagato il Diario, e ha ancora una volta avidamente cercato il «successo», l'affermazione personale che la sua qualità gli ha negato; approfittando insieme per far avanzare la sua parte politica: giornalista sì ma anche militante, anche «agente segreto» di manovre.
Il caso di Paolo Guzzanti è il più ridicolo e in un certo senso misterioso.
L'ho conosciuto decenni fa, in Sicilia, durante un'inchiesta sulla Mafia.
A cena ci faceva ridere tutti con le sue imitazioni (era un comico naturale, come i suoi figlioli), ma nell'insieme mi parve un giornalista esperto, professionale.
Era a Repubblica, inviato.
Poi, l'ha morso una tarantola.
Ha cambiato moglie, ha cambiato partito.
Si è proclamato di destra, anticomunista sfegatato.
A Berlusconi non è parso vero di trovare uno yes-man di più (grande scopritore di talenti falsi, questo Silvio) e l'ha premiato con un seggio sicuro da senatore, e per di più con la direzione del Giornale.
Direzione che beninteso il Guzzanti non ha mai esercitato - a fare tutto lì è Belpietro - ma che gli dava il diritto di pubblicare opinioni personali chilometriche e sempre più psichiatricamente allarmanti (1), e uno stipendio stimabile a 12 mila euro mensili.
Evidentemente non gli bastava, voleva la gloria, voleva aiutare la sua parte con ogni mezzo.
La commissione Mitrokhin, la fiducia a Scaramella-Pulcinella, il manovrare in un mondo di ex-spie e di false spie di cui nulla un Guzzanti può capire, specie dopo aver cessato di informarsi come deve fare un giornalista.
In bilico tra due o tre carriere, e insoddisfatto di tutte.
Ma ci sono altri giornalisti dello stesso stampo.
Gad Lerner, stessa biografia di Deaglio - da Lotta Continua ai giornali della Fiat - a cui i suoi padroni avevano assicurato l'apice di una carriera, la direzione del TG1 di Stato; e che si è fregato con le sue stesse mani, per mancata sorveglianza direttoriale, e poi «denunciando» in diretta di aver ricevuto una raccomandazione da un deputato di AN per una ragazza, quasi fosse una notizia da far cascare il mondo… ora è finito a fare quel suo noiosissimo, lunghissimo cazzeggio settimanale con gli amici suoi, a tutti sconosciuti e delle cui banalità non importa a nessuno, in una trasmissione ad audience zero sulla 7; ben pagato, ma finito.
E che dire di Santoro?
Dopo tante urla e strepiti, grida di essere perseguitato e discriminato, un posto lucrosissimo di europarlamentare, è finalmente tornato, ha riconquistato il posto alla RAI con la «sinistra» al potere.
Risultato, una trasmissione metà servile e metà lerneriana, insostenibile, un naufragio (ben pagato anche lui).
Giornalisti italiani.
Un sintomo grave della malattia del sistema che ci ostiniamo a chiamare «democrazia».
Gente che confonde il mezzo con il messaggio, e la potenza del mezzo con la propria gloria personale.
Nullità.
Maggiordomi che versano il tè sui pantaloni del padrone di riferimento.
Furbi che falliscono e diventano stupidi per voler strafare, per cercare scorciatoie.
Gente senza scrupoli a cui si chiede - in cambio della paga principesca - di mentire bene, e che non ci riescono.
Che vergogna.
Ora aspettiamo al varco altri: Magdi Allam, il miracolato di una direzione al Corriere che non esercita, potrebbe essere un candidato.
Anche le sue qualità sono nulle.
La sua utilità come denunciatore a un tanto al chilo del «terrorismo islamico», dopo il 7 novembre e le elezioni americane, è alquanto calata.
Ma forse è più furbo.
Maurizio Blondet
Note
1) E' grato citare ancora una volta il pezzo da ricovero psichiatrico urgente, che il Guzzanti ha scritto all'inizio dell'aggressione israeliana in Libano: «Voglio urlare ad Israele: vai e colpisci, ovunque essi siano, vai e fai quello che un Occidente mentitore e senza spina dorsale non ha il coraggio di fare. Io voglio gridare, voglio esaltare la guerra di Israele. Voglio che Israele con mano chirurgica e ferma colpisca e cauterizzi, che con mano pietosa distrugga col fuoco. I piloti devono avere occhi di chi non può consentirsi emozioni, le mani ferme sulle leve e i joy stick nei carri roventi che macinano la terra e la sabbia, mani che stringono armi e vuotano caricatori, menti gelide nel deserto rovente. Va e colpisci anche per i francesi che esaltano i loro zizù zazà zulù zozò, le loro cornate da capre mentre Parigi si appresta a bruciare di nuovo, e per quella gente di formaggio e paura che abita l'Olanda fertile di musulmani e la Svezia musulmana e la Danimarca musulmana e i loro maledetti covi e riti, via spazzateli tutti, purgateli, eliminateli, colpisci anche per loro, per noi, Israele. Oh Israele, se solo potessi marciare nella tua guerra, se potessi vegliare nei tuoi campi in attesa, se potessi fare l'autostop per raggiungere la mia unità, se potessi lasciare il mio kibbutz o villaggio o città biblica con i capelli sotto il berretto, il fucile in spalla, l'abito da guerra di Israele e la sua bandiera. Oh Israele, se soltanto potessi non essere solidale ma esserci, non scrivere ma combattere, come vorrei, Israele, essere alla guida di un carro con due materassi legati fuori, insieme a giovani con la chitarra come quelli che incontrai in Libano un quarto di secolo fa e parlare con loro di cinema, e sparare, e di poesia, e sparare, e di musica, e correre, e far tuonare il corto cannone che non sbaglia mentre il cielo viene tagliato a lama di coltello dai nostri jet. Oh Israele!». A Guzzanti non bastava essere direttore di giornale (ad personam), senatore, presidente di commissione, militante forrzitaliota, e agente segreto a tempo perso; voleva essere anche combattente, massacratore e giudeo. Temo che avrebbe fallito anche lì.