Georgia e casinò: Putin sempre più cattivo

Maurizio Blondet
www.effedieffe.com
04/11/2006


Il Presidente georgiano Saakashvili in visita alla Casa Bianca
Il New York Times non ha più lacrime da piangere per la mancanza di libertà in Russia. Pensate, comunica soffocando di sdegno, che Putin adesso vuol chiudere i casinò. (1)
Già.
Ne prosperano 60 solo a Mosca - poco meno che a Las Vegas - per lo più aperti da imprese occidentali, come la Sun International che si definisce sudafricana (leggi: mafia ebraica), o come il «cittadino britannico» (sic) Michael Boettcher, proprietario di una catena di bische di lusso in Russia, fra cui due tra le più sfarzose a Mosca, il Shangri-La e il Jazz Town.
Data la tendenza dei russi a diventare dipendenti dal tavolo verde - ben documentata da Dostoyevsky, che ne fu illustre vittima - questi avamposti del liberismo prosperano: i russi vi hanno speso in un anno l’equivalente di 6 miliardi di dollari.
Nella sua periodica seduta in cui risponde alle domande del pubblico in TV, Vladimir Putin ha parlato di una «dipendenza anche più grave di quella dell’alcol», in cui «anche poveri pensionati lasciano fino all’ultimo copeco», e che incatena «i giovani» come una droga.
Subito obbediente all’autocrate, ironizza il New York Times (2), la Duma ha varato un progetto di legge di regolamentazione.
Il presidente del parlamento Boris Gryzlov ha spiegato che l’intenzione era di spostare i casinò in aree meno popolate.
«Le foreste vergini!», ha esclamato Vladimir Zhirinovsky.
Ma la proposta dell’iper-nazionalista non è stata accolta.

Più moderatamente - e come si fa in Europa - si pensa di spostarli in zone di difficile accesso a cui può far bene un certo tipo di turismo: si parla di un’area della Siberia e due dell’estremo oriente russo; si è candidata l’enclave di Kaliningrad in Polonia, nonché la Kalmukia, desolata repubblica del Caspio che nessuno visiterebbe, se non fosse per la «Città degli scacchi» che il suo presidente Ilyumzhinov ha fondato, e in cui è riuscito a far tenere il campionato mondiale di scacchi.
Sarà interessante vedere come reagirà a questa dubbia benedizione la popolazione dei calmucchi, massicciamente buddhisti.
Due regioni musulmane, il Daghestan e la Cecenia, hanno già chiuso i casinò che avevano aperto là, senza aspettare gli ordini del nuovo zar; il Tatarstan li ha spostati in due «zone speciali».
Con sommo dispiacere, il giornale americano deve ammettere che il giro di vite di Vlad il Terribile «pare avere l’appoggio popolare»: in un sondaggio indipendente 65 su cento si sono pronunciati a favore di restrizioni del gioco d’azzardo.
Questo popolo non è maturo per la democrazia.

Per contro, la Georgia è maturata alla democrazia: forse troppo precocemente, e anche questo preoccupa.
Al punto che Foreign Policy (l’organo del Carnegie Endowment for International Peace, una fondazione «indipendente» collegata al Dipartimento di Stato) scrive: il presidente georgiano Mikhail Saakashvili «continua a provocare la Russia pensando di aver gli Stati Uniti dietro le spalle. Meglio che ci ripensi». (3)
Articolo interessante per molti versi.
Prende le mosse dai fatti di settembre, quando il giovane Saakashvili, nato alla democrazia con la «rivoluzione delle rose», ha arrestato quattro soldati russi sotto l’accusa di spionaggio, minacciando di bloccare la richiesta di Mosca di entrare nell’Organizzazione Internazionale del Commercio (Saakashvili tratta il WTO come cosa sua), e provocando la reazione di Vlad.
Ammette Foreign Policy: «Questa crisi è stata alimentata anche da Washington».
E perché mai?
«Perché la Casa Bianca ha inondato la Georgia di denaro e di lodi, promettendo la sua entrata nella NATO e tacendo di fronte ai sempre più rudi attacchi di Saakashvili contro la Russia».
Vediamo il denaro.
Gli USA hanno versato alla Georgia neo-democratica, come «aiuti alla sicurezza», 30,5 milioni di dollari nel 2006, da aggiungere ai 130 milioni dei due anni precedenti: liquidi che sono serviti alla Georgia (paese con 5 milioni di abitanti) ad aumentare le sue spese militari del 143 %.
A queste cifre si aggiungano i contratti-premio per 295,3 milioni di dollari che Bush ha fatto ottenere alla Georgia nel quadro del «Millennium Challenge Corporation, il programma di Bush che ricompensa i Paesi emergenti che dimostrano una capacità di efficace governo».
E non c’è dubbio che Saakashvili li meriti i suoi regali.
Dopotutto, gli americani lo conoscono, ed hanno avuto cura di educarlo al capitalismo: come il nostro Gianni Riotta, si è laureato alla Columbia di New York nel ‘94 con borsa di studio del Dipartimento di Stato, poi ha lavorato nello studio di avvocati «Patterson, Belknap, Webb & Tyler» di New York.
E un po’ come Riotta è stato messo da Prodi alla testa del TG1, Saakashvili è stato rispedito in patria per scatenare la spontanea rivoluzione delle rose finanziata dalla CIA.

Ha dunque tutti i titoli per credersi il cagnetto abbaiatore della Casa Bianca, autorizzato ad attaccar briga con Putin per conto del padrone.
Foreign Policy lo avverte a non eccedere in zelo.
Non perda di vista, il cagnetto, «il buon senso geografico che fa della Georgia una nazione all’ombra della Russia».
Ai latrati di Saakashvili, Mosca ha risposto con un «incidente» nell’oleodotto che ha lasciato la Georgia senza gas per qualche giorno in pieno inverno; e con il blocco alle importazioni di vino ed acqua minerale, le due uniche voci attive del commercio georgiano; con l’espulsione di molti georgiani dalla Russia, il che mette in pericolo la sola vera fonte di valuta del Paese, le rimesse del milione di georgiani che lavorano nelle terre del nuovo zar.
Il buon senso geografico.
Ma c’è di peggio, ammette il Carnegie Endowment.
La democrazia georgiana, frutto maturato precocemente, dà segni di marcescenza.
Che cominciano a dar nell’occhio.
L’OCSE (europea) e Human Right Watch hanno documentato arbitri giudiziari, corruzione di polizia e l’assassinio di sette detenuti in una «rivolta carceraria» che secondo gli osservatori «è stata inscenata dalle autorità carcerarie».
Le minoranze etniche armene e azere lamentano discriminazioni.
Il ministro dell’Interno è stato accusato di assassinio da folle di dimostranti scesi in piazza contro il regime.
Un noto giornalista televisivo si è dimesso in diretta per protesta contro le pressioni che dice di ricevere dal democratico Saakashvili.
E ciò proprio nei giorni in cui il democratico era alla Casa Bianca a ricevere le lodi di Bush:
«E’ un uomo che condivide i miei stessi valori, crede nell’universalità della libertà».
Difatti la libertà sta prendendo in USA la stessa piega che in Georgia.
Insomma, avverte Foreign Policy: «Saakashvili non creda a quel che gli dicono a Washington. La retorica e la larghezza americana non lo ingannino: gli stati Uniti non saranno al suo fianco se il suo conflitto con la Russia diventa caldo. La Georgia è nel cortile russo».
E Bush «ha bisogno del sostegno russo in questioni come la Corea del Nord e l’Iran».

Lo si è visto nell’ultima riunione del Consiglio di Sicurezza.
Bush ha avuto bisogno del voto di Mosca sulle sanzioni al Nord-Corea, e lo ha ottenuto solo dopo che gli USA hanno dato il loro placet ad una mozione che interessava Putin: la quale sancisce, con l’autorità dell’ONU, il diritto alla presenza di una forza militare russa nelle province (che la Georgia reclama) dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud, abitate da russi e russofoni che vogliono stare sotto Putin, e non sotto il democratico made in USA Saakashvili.
Insomma, il padrone ha dato uno strattone al guinzaglio del cagnetto abbaiatore.
Ed ora, la Gazprom minaccia di portare il prezzo del gas che fornisce alla Georgia da 110 dollari al migliaio di metri cubi, a 230: il prezzo praticato non agli amici ex-sovietici, ma ai clienti normali.
I media anglo-americanio deplorano, ma sospirano: è il mercato, ragazzi.
Dopotutto, la neodemocrazia georgiana non deve dimenticare «il buon senso geografico», la dura realtà della sua dipendenza geopolitica ed economica.

Maurizio Blondet
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Note
1) Steven Lee Myers, «Putin find casinos non worth the gamble», New York Times, 3 novembre 2006.
2) Significativo il fraseggio del New York Times: i deputati hanno preparato la nuova legge su pressione di Putin, «the only political authority that matters anymore / la sola autorità politica che conti ormai». E quanto alla periodica trasmissione televisiva in cui Putin risponde alle domande, la chiama «a coreographed session with the public», ossia una messinscena. Tutti i media americani insinuano che questi colloqui fra Putin e la gente, che incontrano grande favore tra i russi e tendono evidentemente a stabilire una corrente di fiducia tra governanti e governati, sono «filtrati» e controllati dall’alto. Tacciono del precedente americano in proposito, come i discorsi al caminetto di Roosevelt, che tuttavia non contemplavano domande dal pubblico. Sottolineano invece l’aspetto populista della autocrazia di Putin, il suo diretto appello al popolo. Personalmente, l’autocrazia non ci scandalizza troppo, essendo la forma tradizionale di governo russo. Se ne possono intravvedere i rischi, se e quando a Putin succederà un autocrate meno efficiente e diretto. L’autocrazia zarista perse il contatto col popolo a causa della proliferazione di una burocrazia pesante e inefficace che col tempo vi si mise in mezzo.
3) John Sawyer, «Georgia’s dangerous game», Foreign Policy, ottobre 2006.

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