Maurizio Blondet
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15/05/2006
Sigmund Freud visto da Ferdinand Schmutzer
Per uno della mia generazione, è stupefacente la
sordina con cui si sono celebrati i 150 anni della nascita
di Sigmund Freud, il 6 maggio scorso.
Qualche articoletto d’ufficio nelle pagine culturali,
prima della frettolosa e definitiva risepoltura dell’ex-grande
del ‘900.
La psicanalisi è passata di moda per sempre; i giovani
non possono nemmeno immaginare l’impero che questa
mitologia pseudoscientifica esercitò sulla collettività
occidentale, la presa totalitaria che ebbe sulle coscienze.
Sembra passata senza traccia l’epoca - era solo ieri
- in cui «andare in analisi» era una moda sociale
privilegiata da far sapere in giro (bisognava essere ricchi,
a 150 mila lire a seduta), in cui ogni giornalista (specie
se donna) sapeva distinguere tra «inconscio»
e «subconscio», padroneggiava i termini della
pseudoscienza come super-Io ed Es.
La psicanalisi non solo era una terapia, ma una visione
del mondo, una gnosi sostitutiva della fede, un mito originario
che spiegava ogni cosa presente, una chiave interpretativa
totale.
Tutto ciò è finito di colpo e apparentemente
senza traccia.
Non è più di moda «andare in analisi»,
né sospettare in un episodio passeggero di stitichezzaun
sintomo di «regressione nella fase sadico-anale»,
né spiegare il Terzo Reich (o il comunismo, il liberalismo,
o Cristo stesso, fate voi) in termini di «irrisolto
complesso di Edipo».
Nessun intellettuale à la page interpreta più
il mondo secondo i canoni del freudismo.
Come mai?
Piacerebbe rispondere che la coscienza pubblica s’è
accorta finalmente che la psicanalisi non guariva nulla.
Freud stesso lo sapeva fin troppo bene.
Cominciò con l’escludere dalla sua «cura»
i veri malati mentali - quelli che un tempo si chiamavano
schizofrenici e paranoici, gli psicotici - per occuparsi
solo dei «neurotici»: per esempio i sofferenti
di claustrofobia e gli assillati dalla mania di lavarsi
troppo spesso le mani, o da timidezze e pulsioni poco confessabili.
Occorreva inoltre che i pazienti fossero colti e borghesi,
per avviare la relazione psicanalitica, meglio ancora se
benestanti.
I pazienti «sperimentali» di Freud venivano
quasi esclusivamente da famiglie ebraiche borghesi della
Vienna del tardo ‘800, veri nidi proliferanti di nevrosi
e snobismi, di arrivismi e sensi di colpa, oltrechè
di «schadenfreude».
Su questo, Karl Kraus ha sparato aforismi definitivi: «la
psicanalisi è quella malattia mentale di cui pretende
di essere la cura», «quelli che oggi si chiamano
uomini vanno dallo psicanalista a farsi abortire».
Ma tutta questa enorme frode è durata quasi un secolo.
In cui gli psicanalisti facevano proliferare il loro bla-bla
su riviste molto chic, e tenevano in analisi anche per sette,
dieci anni (a 150 mila lire per 45 minuti) alla ricerca
di «traumi infantili» - inevitabilmente sessuali
e incestuosi - da «far emergere dal subconscio»
in cui li aveva «rimossi» il super-ego (questo
moralista), nella presunzione con ciò di guarire
lievi sintomi che passano da sé in qualche mese.
Non visti sotto l’inutile bla-bla, nel frattempo,
gli psichiatri veri, quelli che avevano la parte sgradevole
del lavoro, dovendo contenere i matti se possibile senza
le camicie di forza, identificavano farmaci raffinatissimi
che modificano la chimica cerebrale molecolare.
Quattro settimane di pasticche e il peggio passa, senza
bisogno di sapere se il disturbo nascesse dal fatto che
il paziente, a tre anni, aveva visto i genitori in coito,
o fosse stato punito durante la defecazione.
Un sano materialismo pratico ha finito per collegare certe
demenze a intossicazioni da metalli pesanti, e a ridurre
il rischio di suicidio nella depressione con farmaci modulatori
della serotonina.
Senza indagare su «cause interiori» forse inesistenti,
né supporre un subconscio che probabilmente è
esistito solo dentro gli ebrei borghesi di Vienna (1).
Ma supporre che la psicanalisi sia stata seppellita dalla
coscienza che non curava, è dare troppo credito ai
pazienti di ieri.
Le signore-bene di Milano, come già prima quelle
di Vienna e di New York, lo sapevano benissimo.
Andavano dall’analista perché questi prendeva
sul serio fatti irrilevanti - una lettera non speditaper
dimenticanza, una conoscente «non vista» per
la strada - come sintomi significativi.
E i sogni più banali erano sviscerati come sacri
messaggi della Pizia che si nascondeva nel profondo della
signora (2).
In una parola, perché con la psicanalisi le vite
più disperatamente comuni e mediocri diventavano
«interessanti».
La psicanalisi, fulminò ancora Kraus, «ha
dato una coscienza di classe all’inferiorità».
E poi, perché sul divano si parlava molto di sesso.
E forse è questo il motivo della sparizione del freudismo.
Di sesso ormai ne abbiamo troppo, e c’è pochissimo
di cui parlare.
La libido, che Freud elevò a potenza radicale della
vita, ci ha lasciato.
Viviamo - e anche i giovani ignari vivono - nelle devastazioni
sociali che la psicanalisi, come altri totalitarismi, come
il comunismo reale e anch’esso «scientifico»,
ci ha lasciato.
Quali?
Per millenni, maternità e famiglia sono state circondate
da un’aura sacra di rispetto e di santità.
Freud «spiegò» che il poppante, gonfio
già di libido, trae piacere dalla madre, sicchè
la sessualità infantile, «perversa polimorfa»,
si «fissa» sulla mamma.
Il padre «reprime» la sessualità del
poppante minacciandolo di castrazione (e le femminucce?
Spiegazione pronta: loro al contrario hanno «l’invidia
del pene»); il complesso di Edipo viene rimosso e
confinato nel subconscio, alimenta sensi di colpa…
e così via mitologizzando.
E se qualcuno obiettava che lui, proprio, di andare a letto
con sua madre non aveva mai pensato,era subito bollato come
un super-represso, uno schiavo del super-io.
Naturalmente, la religione veniva interpretata di conseguenza:
Dio è la figura proiettata del «padre castrante»,
la fede è la totemizzazione della sopraffazione sessuale
originaria del padre, la sua accettazione-castrazione.
Non ci voleva molto perché George Bataille ma anche
tutta la «sinistra freudiana» (Reich, Fromm,
Marcuse) ne deducesse le conseguenze «politiche».
La prima democrazia fu instaurata nel branco proto-umano
quando i maschi massacrarono il padre che si accaparrava
tutte le femmine, la sola vera liberazione è sessuale,
e la libertà che conta è quella che spezza
i tabù, a cominciare dall’incesto per finire
col parricidio.
Per concludere: la libertà è «trasgressiva»,
ed ecco perchè oggi la democrazia politica non è
una lotta contro la tassazione, lo sfruttamento dei lavoratori
e la guerra, ma per i diritti gay; è «orgiastica»,
ed ecco le discoteche, la «libera droga», le
«sensazioni forti» che i giovani inseguono.
La famiglia è «repressiva» e «patologica»
per definizione, da curare con divorzio e aborto facili.
La libido è un’esigenza legittima che va esercitata
fin dalla più tenera età per scongiurare nevrosi,
la maternità un incidente da evitare.
In generale, tutto ciò che è superiore - fame
di eternità, aspirazione alla grandezza, all’eroismo,
alla pura e semplice onestà - va ridotto alla sua
«verità», che è sempre inferiore.
Il mistico cristiano, l’artista, il cavaliere non
fanno che «sublimare la libido» o la volontà
di potenza che non possono esercitare direttamente.
I soli normali sono i transessuali, i pervertiti e gli omosessuali,
in quanto «liberati».
Ancora una volta, lasciamo la parola a Kraus: la psicanalisi
(ma si può dire lo stesso del comunismo e del liberismo
dogmatico) è «la vendetta del mollusco contro
l’uomo, del commerciante contro l’eroe, del
ghetto contro Dio», e tutto ciò «fa rapidi
progressi,
opporsi ai quali vuol dire essere reazionario».
Questa è la devastazione che Freud ha portato, l’argine
che ha rotto.
Se il katechon è «ciò che trattiene
l’Anticristo», Freud esercitò con successo
l’opera contraria, spalancò le porte.
Ne era perfettamente cosciente, se alla sua «Interpretazione
dei sogni» appose in exergo i versi di Virgilio: «flectere
si nequeo superos, Acheronta movevo», poiché
non posso piegare le divinità superiori, sommuoverò
le forze infere.
Il risultato non sembra allegrissimo, specie per i giovani,
i nostri ragazzi che ci circondano flaccidi e infelici,
e di Freud non colgono che le rovine.
C’è chi sospetta che le ragazze, specialmente,
manifestino gravi sintomi.
Quali?
Proviamo a ricordare com’era la normalità,
prima del regno della libido «liberata».
La donna sapeva che il fiore della sua bellezza adolescente
era breve, che presto l’età e le gravidanze
avrebbero attenuato la sua attrattività sessuale.
Per questo la comunità onorava la moglie e la madre:
la inseriva nella coscienza condivisa che lo sfiorire era
compensato dalla partecipazione a qualcosa di eterno, la
trasmissione della vita (e della vita «umana»,
cioè allevata alla civiltà), consolata dall’amore
dei figli, da una fedeltà del marito su cui la società
stessa vegliava.
Ipocrisia repressiva, spiegò Freud, e diede il via
alla «liberazione».
Il risultato attuale è questo: le adolescenti soffrono
di «scarsa autostima», si concedono facilmente
meno per lussuria, e tantomeno per eros, che per provare
a se stesse di essere attraenti, di valere qualcosa.
Se si sposano, fanno leva sulla loro appetibilità
sessuale, ma non saranno mai sicure che un’altra sia
più appetibile.
La concorrenza, qui, non finisce mai.
Forse per questo troppe giovani donne oggi distruggono
il proprio corpo reificato, ridotto a cosa da godere?
Anoressia e bulimia sono in aumento esponenziale.
Il 40 % delle studentesse attraversa almeno un episodio,
procurandosi una mostruosa grassezza o una magrezza spaventosa.
I giornalisti, psicanalisti da strapazzo, accusano le modelle
filiformi, che offrono un modello da non seguire.
Ma che dire, quando si apprende che le anoressiche o bulimiche
ricorrono spesso ad auto-mutilazioni?
E’ la moda, ovvia risposta, il piercing, il tatuaggio…
in Inghilterra, certi ospedali forniscono un «kit
di mutilazione» con lamette almeno sterilizzate.
L’auto-mutilazione è un segno estremo di disagio
psico-sociale.
Era una pratica dei galeotti, degli schiavi; all’autolesionismo
ricorrono le belve in gabbia.
E che dire dei maschi che si spiaccicano in auto il sabato
sera, gonfi di ecstasys?
Sono un numero enorme: la classe di età che muore
di più è quella dei 14-24enni, superata solo
dagli ottantenni.
E’ un segno di felicità, di pienezza?
Ecco un bell’argomento per il bla-bla psicanalitico:
e se il nome delle droghe velenose fosse rivelatore, come
simbolo?
L’eroina al posto dell’eroismo e dell’eros
di cui i nostri giovani sono defraudati.
L’ecstasys come surrogato dell’estasi mistica,
a cui non devono nemmeno più aspirare.
Pasticche per calmare, illusoriamente, la fame repressa
di divino, di dignità, di significato.
Che frode, questa liberazione.
Maurizio Blondet
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Note
1) Sempre Karl Kraus, su questo ceto ben noto: «possiedono
la stampa, possiedono la Borsa, ora possiedono anche il
subconscio!». Gente che non si fa mancare nulla. Un
giorno vorrei provare a dimostrare che le persone normali
(specie se latine e di cultura cattolica) non hanno il subconscio,
ce l’hanno solo gli ebrei e i protestanti. Il subconscio
è quella zona della casa
tenuta appositamente nella penombra, per farvi cose che
si negano nella vita pubblica, o ammettervi asserzioni che
nella vita cosciente si combattono. E’ la casa del
fariseo, del sepolcro imbiancato. Ancora Kraus spiega bene
questa doppiezza semi-cosciente, così: «Antisemitismo
è quella mentalità che dichiara un decimo
di ciò che lo spirito degli agenti di cambio ha a
disposizione contro il proprio sangue». Ecco il punto.
Nel subconscio, gli ebrei possono essere i peggiori antisemiti,
e denunciare l’antisemitismo degli altri.
2) L’aspetto più velenoso del freudismo fu
il fatto di presentarsi come una gnosi, una «sapienza
iniziatica» che prendeva a piene mani dal sacrum primordiale,
per distorcerlo in senso riduzionistico. Così l’antica
tradizione - nota ai greci come ai pellerossa - del sogno
terapeutico o rivelatore del proprio «vero sé»,
era distorta invariabilmente verso il basso. Ciò
che il sogno rivelava allo psicanalista esperto nei simboli
(sacri, antichissimi simboli) non era il proprio nome spirituale
rivelato da un dio, ma le pulsioni proibite, da liberare.
Inoltre, nessuno poteva psicanalizzare se prima non si era
sottoposto alla psicanalisi lui stesso: parodia dell'iniziazione,
e della «catena» che, attraverso la successione
sacerdotale, porta la grazia efficace agli adepti.
Lo psicanalista fu uno pseudo-sacerdote taumaturgo. Per
molti, la psicanalisi fu una religione che sostituiva quella
perduta, illusoriamente. Come in ogni gnosi, v’erano
i sapienti che sapevano di cosa fosse fatto il mondo (di
sesso) e gli ignoranti o carnali che credevano ingenui che,
dietro le grandi azioni, ci fossero «ideali»
e motivazioni ragionevoli.
Ancora Kraus vide nella psicanalisi «l’inevitabile
pogrom degli ideali di parte degli ebrei».
E ancora, a proposito dell’inversione satanica dei
simboli: «la psicoanalisi smaschera il poeta al primo
sguardo, a lei non la si fa, e sa con assoluta precisione
cosa significa il Corno Magico del Fanciullo. E sia. Ma
sarebbe ora che nascesse una scienza dell’anima tale
che, quando uno parla di sesso, gli sveli che in realtà
è l’arte quella che vuole. Per questa carrozza
di ritorno del simbolismo mi offro come guidatore».
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