Si tratta del professor K.J. Anand, in un contributo apparso
sulla rivista “Pain Clinical Updates”
ROMA, mercoledì, 24 maggio 2006 (ZENIT.org).- Il
professor K.J. Anand dell’Università del Kansas,
il massimo studioso al mondo in fatto di dolore del feto
e del neonato, ha affermato che “l’aborto o
la chirurgia fetale provocano risposte comportamentali e
psicologiche non dissimili dalle risposte fetali ad altri
stimoli spiacevoli”.
E’ questo quanto affermato dallo studioso, intervenendo
sul numero di giugno 2006 di “Pain Clinical Updates”,
la rivista ufficiale della IASP (International Association
for the Study of Pain) che rappresenta la fonte più
autorevole al mondo sull’argomento “dolore”.
Il suo studio nasce dalla necessità di dare un riferimento
distaccato dalle polemiche di parte, perché “il
dolore fetale ha così tante implicazioni che richiede
un approccio scientifico indipendente dalle controversie
su aborto, diritti delle donne o inizio della vita umana”,
afferma lo stesso Anand.
Grazie agli studi di K.J. Anand, negli anni ’80 si
era già dimostrato che il neonato poteva provare
dolore per cui si era iniziato a diffondere l’uso
di somministrare morfina al momento degli interventi chirurgici
su questi piccoli pazienti.
Nel suo articolo, Anand inizia scrivendo che “i precedenti
argomenti contro la possibilità del dolore fetale
erano basati sull’immaturità o sull’inibizione
dei neuroni corticali e degli stimoli talamocorticali nel
feto, dato che questi elementi sono considerati essenziali
per una percezione cosciente del dolore. Ma l’immaturità
o l’ipofunzione dei neuroni corticali non sono per
sé sufficienti a precludere il dolore fetale”.
Il lavoro prosegue con spiegazioni sull’attività
e lo sviluppo neuronale, arrivando a portare esempi di percezione
sensoriale cosciente nel feto, citando ricerche precedenti:
“In un’attenta analisi del comportamento fetale
basato sull’apprendimento e la memoria quali evidenze
della funzione psicologica in utero, Hepper e Shihidullah
concludono che una percezione cosciente avviene nel feto.
Anand prosegue criticando i recenti lavori che mettevano
in dubbio la percezione del dolore prenatale, basandosi
sulla peculiarità del sistema nervoso del feto: “Questi
lavori presuppongono che l’attivazione corticale sia
necessaria per la percezione del dolore fetale. Questo ragionamento
ignora il dato clinico che l’ablazione della corteccia
somatosensoriale non altera la percezione del dolore negli
adulti” .
E così conclude: “L’evidenza scientifica
mostra come possibile e anche probabile che la percezione
del dolore fetale inizi ben prima delle epoche avanzate
della gestazione”.
“Le nostre attuali conoscenze sullo sviluppo –
aggiunge – mostrano le strutture anatomiche, i meccanismi
fisiologici e l’evidenza funzionale della percezione
del dolore che si sviluppa nel secondo trimestre, certo
non nel primo, ma molto prima del terzo trimestre di gestazione
umana”.
Intervistato da ZENIT sullo spessore scientifico di questo
studio, il professor Carlo Bellieni, neonatologo che lavora
al Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico
Universitario "Le Scotte" di Siena, ha così
commentato: “L’evidenza scientifica sul dolore
del feto trova qui un’esposizione sistematica da parte
della massima autorità mondiale”.
“La lotta al dolore di chi non può esprimersi
ne esce rafforzata. D’altronde non si può sostenere
che il bambino prematuro di 500 grammi prova dolore ma il
feto dello stesso peso non lo prova solo per il fatto che
si trova ancora in utero”, ha osservato.