UNGHERIA 1956, L’INIZIO DELLA FINE DEL PCI
Un nuovo libro di Enzo Bettiza sui fatti drammatici di cinquant’anni
fà
I fatti d’Ungheria che esplosero il 23 ottobre 1956 vengono
ora rivisitati con acutezza e verità dal narratore e
saggista Enzo Bettiza nel suo 1956 Budapest I giorni della rivoluzione
(Mondadori, pagg. 143, euro 16,50). Furono il più esteso
sollevamento rivoluzionario d’Europa, dell’intero
secolo scorso e provocarono un sussulto nei partiti comunisti
occidentali, specie in Italia e in Francia. L’incontro
fra i capi del Comintern venne preceduto da un delicato tête-à-tête
fra Togliatti e Dimitri Trofimovic Scepilov, appositamente incaricato
dal Politburo sovietico, come adesso per la prima volta si appura,
il quale parla dei complessi meccanismi militari e politici
creati dalla nuova situazione e dal quadro internazionale.
Non fu facile neppure per Togliatti organizzare su scala mondiale
la diffusione e il montaggio dell’accaduto. Dovette ricorrere
a tutta la sua abilità e autorità per trarsi d’impaccio
e ciò gli riuscì invocando, per la prima volta
nel materialismo storico, il richiamo alla disciplina monocratica
e centralista del partito di classe rappresentata dalla sua
organizzazione europea chiamata Cominform. Il capo del Pci fece
propria la formula della dipendenza della «verità
dei fatti da quella del partito». «Il partito viene
attaccato con le armi, si difende con le armi. È un suo
diritto sacrosanto. Guai se non fosse così. I comunisti
stanno dalla sua parte senza pretendere o cercare prove».
Questi argomenti provocarono dibattiti e rotture. Essi aprirono
una ferita e una discussione non occasionale, accompagnata da
una serie di richieste importanti per la vita di tutto il movimento
comunista: fine dei voti all’unanimità, avvicendamento
nei gruppi dirigenti, allargamento della rottura strategica
con Mosca. Nel corso di una pubblica riunione a Milano, fu votato
da quadri e simpatizzanti di partito un ordine del giorno che
condannava le responsabilità del partito ungherese e
se ne dissociava. Il testo dell’ordine del giorno fu portato
per la pubblicazione al direttore dell’Unità di
Milano che era allora Davide Laiolo (Ulisse). Egli lo respinse
e irosamente sostenne che «fino a quando avesse lui diretto
il giornale, simile spazzatura non avrebbe visto la luce».
Tra i portatori del documento erano la giovane Rossana Rossanda,
responsabile della Casa della cultura di Milano, e Giangiacomo
Feltrinelli.
In quei giorni, inoltre, il Pci venne colpito da uno sconcertante
episodio. Sulla stampa nazionale venne pubblicata una dichiarazione
che apertamente dissentiva dalla condotta del partito comunista
d’Ungheria e ne elencava le responsabilità oppressive.
Portava la firma dei tre segretari della Cgil, la confederazione
del lavoro, allora ancora unitaria, perché riuniva la
corrente cattolica con Pastore, quella socialista con Lizzadri
e quella comunista con Di Vittorio, vecchio e popolarissimo
dirigente sindacale meridionale, deputato di Cerignola di Puglia.
L’adesione di Di Vittorio suscitò stupore e ottenne
consensi. Togliatti immediatamente se ne preoccupò e
convocò una apposita riunione plenaria della direzione.
Ingiunse a Di Vittorio di rendere pubblica una ritrattazione.
Poiché l’esponente sindacale resisteva, Togliatti
lo minacciò di espulsione dal partito. Di Vittorio, scosso
fino alle lacrime e turbatissimo, alla fine capitolo e s’impegnò
in una autosmentita fissata nella comunistissima città
di Livorno.
I fatti d’Ungheria provocarono una spaccatura, che non
fu mai rimarginata concretamente, come Bettiza documenta con
chiarezza. Fu in modo pratico e storico l’inizio della
fine.
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