A tre giorni dalla tragica morte dell'ispettore raciti alcune
considerazioni s'impongono.
Leggiamo che il governo, spinto dalla comprensibile emozione suscitata
dai fatti di Catania, s'appresta ad adottare misure repressive
volte ad arginare la violenza negli stadi.
Serviranno a qualcosa ?
C'é da dubitarne.
Poniamoci infatti questa elementare domanda: l'ambiente dello
stadio e dei c.d. ultras è forse un corpo separato ed estraneo alla
società in cui viviamo? Provengono forse dal pianeta Marte i
frequentatori più scatenati delle gradinate ?
Evidentemente no.
Ed allora occorre chiedersi il perchè di questo rabbioso scatenarsi di
violenza contro le polizia e carabinieri.
Scriveva Antoine de Rivarol, il più raffinato cronista francese
all'epoca della rivoluzione giacobina: i popoli che cessano di
stimare cessano d'obbedire.
Non viene in mente a nessuno dei sociologi d'accatto che hanno
riempito coi loro bla-bla gli spazi giornalistici e televisivi che la
violenza e la ribellione contro le forze dell'ordine altro non
sono che la manifestazione acuta ed estrema dell'insofferenza
deille persone nei confronti dello Strato, delle istituzioni o di ciò
che é ritenuto tale ?
I commentatori hanno ricollegato i fatti di Catania ad asserite
condizioni di disagio sociale giovanile quasi che le violenze fossero
motivate da un disagio economico. Balle; oggi sappiamo - ma era
intuibile - che molti arrestati provengono da famiglie di
professionisti.
Ed allora non temiamo la verità e diciamola chiaramente: le rivolte
contro la polizia così come le ormai generalizzate elusioni alle
regole amministrative (da quelle più importanti quali quelle fiscali e
civili fino alle più elementari norme sul traffico) o la violazione
delle più semplici regole di educazione e di civismo in ogni ambiente,
a cominciare dalla scuole e dalle famiglie costituiscono -
giustificate, pretestuose o teppistiche che siano queste condotte -
molteplici, differenziati ma univoci aspetti d'una generale
insofferenza - se non di vero e proprio odio - nei confronti di chi,
secondo la massima di Rivarol, non può più essere obbedito perchè non é più stimato, ossia lo Stato e il sistema di regole ch'esso ha
creato e che ne costituisce la più evidente manifestazione.
Chi evade le tasse, chi lancia sassi o petardi contro la polizia, chi
non rispetta le regole, comunali o statali,chi cerca di sfuggire a
controlli ed imposizioni da chiunque sanciti certamente cerca di
realizzare un proprio fine individualistico (tenersi i soldi in tasca,
fare il proprio comodo, soddisfare una rabbia repressa) ma con
altrettanta certezza ciò compie perché vede nello Stato ed in ciò che
lo manifesta o lo rappresenta un nemico, un intruso, capace solo di
chiedere ma che non dà nulla.
Lo Stato oggi è visto come quiello che ti sfila i soldi dalle tasche,
che ti manda le bollette da pagare, che ti spia le telefonate, che ti
controlla ogni volta che ti metti al volante, che ti crea, colla sua
farraginosa burocrazia, lacci ed intralci ad ogni attività che
s'intende intraprendere e che, però, non é capace di far
funzionare decentemente ospedali, tribunali, scuole, treni, sistemi
pensionistici.
Quello stesso Stato che, ormai da tempo immemorabile, ha abdicato al
suo primario ed irrinunciabile dovere, quello della difesa del
principio d'autorità, a cominciare dalla sua.
Che ne è rimasto di questo sacrosanto principio, pilastro d' ordine
e d'etica, nelle famiglie, nelle scuole, nei luoghi di lavoro ?
E quale senso "autorità" - e dunque d'obbedienza - può
oramai ispirare uno Stato i cui governanti, per decenni, hanno di
tutto fatto per essere spernacchiati, disprezzati, sputtanati ?
E che stima ed "autorità" possono mai suscitare i c.d.
rappresentanti del popolo, quei c.d. "onorevoli" che, da
qualunque gruppo provengano, si distinguono solo per apparizioni in
programmi televisivi cretini, per uso di droghe, per auto-aumenti di
emolumenti, per assenteismo nei dibattiti delle aule parlamentari,
senza contare clientele e corruzioni ?
Quale rispetto, quale stima, quale senso di obbedienza possono mai
suscitare simili classi dirigenti ?
Quale senso civico può aver mai radicato negl'italiani una ormai
quarantennale politica di criminale dissuasione al rispetto,
all'esercizio dell'autorità, alla gerarchia, al merito ?
Intere generazioni sono state abituate alla desponsabilizzazione della
coscienza, fin dai primi passi nella vita: l'abolizione dei voti a
partire dalle scuole inferiori, l'abolizione d'ogni punizione,
anche simbolica, nelle famiglie e nelle scuole costituiscono un
fenomeno del tutto analogo - e dagli stessi nocivi effetti - a quello
della sostanziale inapplicabilità della pena a chi delinque, della
sostanziale impunità di chi viola le regole amministrative e civili.
Tutto ciò ha determinato nell'animo degl'italiani un sentimento
di banalizzazione dell'autorità che ha costituito il primo passo
verso la disistima e il disprezzo delle istituzioni.
Disprezzo e disistima del tutto meritati ma che persone innocenti sono
costrette a pagare.
Non sappiamo se chi ha scagliato la bomba carta o la pietra contro il
povero ispettore di polizia voleva uccidere, la morale della storia
non cambierebbe molto.
E' certo però che ciò che ha innescato quell'arma è una
mefitica combinazione di canagliesca viltà e di cialtronesca
insipienza che intere classi di governanti hanno espresso in questi
ultimi decenni.
Questo governo adotti pure tutte le misure che crede; non otterrà nulla.
Il sistema - ci ripugna anche chiamarlo "Stato" - che oggi il
governo Prodi cerca di gestire ha già da tempo perduto ogni stima e
nessuno ormai gli obbedisce e gli obbedirà più.
Avv. Gianni Correggiari