Lunedí 16.04.2007 18:00
Prostituzione, aborti, immigrazione clandestina. Illeciti condotti con una meticolosità e una ferocia senza eguali. Altro che 'Sacra Corona Unita', altro che 'Cosa Nostra'. La mafia cinese è una realtà in ascesa verticale nella grande metropoli milanese. Una realtà inquietante perchè è precisa, implacabile. E, soprattutto, semisconosciuta. Ad ammetterlo è lo Stato Italiano, che in quella realtà monolitica è riuscito a penetrare solo grazie ai carabinieri e ad alcune inchieste della Procura di Milano. Nel 2006 una commissione parlamentare sulle mafie dichiara infatti che: "la Commissione non vi si è mai recata se non per studiare, con l’apposita sottocommissione, le modalità di insediamento delle organizzazioni cinesi. Mai vi si è recata in forma plenaria, come sarebbe stato richiesto dalla complessità di una situazione che certo non sfugge a un osservatore appena attento".
Ma in via Paolo Sarpi, nella Chinatown meneghina compresa tra via Bramante e via Canonica, ci sono tanti, forse troppi segreti. Nascosti negli scantinati, chiusi in soffitte, "trasportati" a bordo di camion e autobus, propagandati da annunci erotici sul giornale. In questa ricostruzione di Affari emerge uno scenario inquietante. Quella parte della Cina milanese troppo poco raccontata.
LA TRATTA DEGLI SCHIAVI - Il gip Guido Salvini, nell'emettere un'ordinanza di custodia cautelare nel novembre del 2006, definisce la pratica cinese di introdurre in Italia clandestini "contrabbando di migranti". In cosa consiste? Facciamolo raccontare dalla viva voce di una delle vittime.
"Quando io e il mio fidanzato - racconta una donna - abbiamo contattato in Cina l'organizzazione che ci avrebbe fatto arrivare in Inghilterra abbiamo preso accordi per pagare 240mila Yuan a testa per il viaggio. In Cina abbiamo dato come acconto 100mila Yuan a testa. La parte restante avremmo dovuto darla al nostra arrivo in Inghilterra. Dovevamo partire da Pechino in aereo per Mosca. Io invece sono partita in treno e a Mosca ho incontrato il mio fidanzato , che aveva viaggiato in aereo. A Mosca il capo ha chiesto di dargli i contanti che avevamo in tasca io ho dato 2mila dollari, e il mio fidanzato 900 dollari. Poi siamo partiti ed abbiamo viaggiato in gruppo un po' in treno, un po' in autobus ed anche a piedi. Ad un certo punto in Austria ci hanno dato dei passaporti giapponesi e un biglietto del treno per la Francia. Siamo arrivati ad un confine che credo fosse in Germania dove hanno scoperto i nostri documenti falsi e da quello che ho sentito dire ci hanno respinto in Austria. Lì sono stata in carcere per un lungo periodo. Una volta uscita dal carcere in Austria il mio fidanzato ha deciso che saremmo andati in Italia dopo avere fatto alcune telefonate. Una persona in Austria ci ha fornito dei numeri di telefono di persone che si trovavano in Italia. Siamo arrivati passando per una strada di montagna".

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Questo lungo pellegrinaggio, degno della "Tregua" di Primo Levi si conclude nella Chinatown milanese.
"Nell'appartamento di via Rosmini, Chen A Di ci disse 'io sono il tuo capo' e disse al mio fidanzato che dovevamo pagare ancora 3mila euro. Noi abbiamo detto che avevamo già pagato a Mosca. Nell'abitazione si trovavano circa venti persone. Era vicino a un ristorante cinese. Siamo rimasti nella casa circa una decina di giorni o poco più. Chen A Di ci disse che se volevamo ritornare in quella casa avremmo dovuto pagare 8 euro al giorno". Ma c'è ancora la questione dei soldi del viaggio. "A fine maggio il mio fidanzato mi ha riferito che un giorno A Di è andato insieme ad altre due persone nella fabbrica fuori Milano dove lui lavorava e gli ha chiesto con minaccia ancora mille euro. In seguito lo hanno portato a Milano dove il mio fidanzato mi ha riferito di essere stato picchiato e sequestrato. Il giorno in cui è stato arrestato Chen A Di ho visto una "testa di serpente" (termine che viene utilizzato per indicare le persone che si occupano di immigrazione clandestina, ndr) ed era amico di Chen che mi stava osservando. Mi sono messa a correre, poi mi hanno preso e mi hanno picchiato".
L'ULTIMA VIOLENZA - Mentre i connazionali manifestano per le strade della Chinatown milanese, in carcere Han Ming e You Pu sono dietro le sbarre di San Vittore. Guardano il cielo a scacchi. E lo guarderanno a lungo. Perchè il Gip Guido Salvini ha confermato oggi l'arresto nei loro confronti, con l'accusa di estorsione.
Il 19 novembre 2006 cinque giovani di nazionalità cinese si presentano in un bar della zona.
"Il denunciante - scrive il gip - rifiutava loro i soldi (una somma di 500 euro, ndr) e i giovani erano quindi usciti dal locale lanciando ulteriori minacce e rimanendo, in tono di sfida, nei pressi dell'ingresso e giurando che presto sarebbero tornati per prendersi il denaro". Un'estorsione, dunque, che però finisce male, perchè il gestore ha sporto denuncia. E in due finiscono dietro le sbarre.
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