Ci voleva la crisi tra Ucraina e Russia per portare alla
ribalta un problema che, se per alcuni paesi dell’UE
è grave, per l’Italia può essere drammatico
data la nostra totale dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento
energetico. Acquistiamo all’estero il metano che genera
il 60% della potenza elettrica nazionale e un terzo del
gas che scalda le nostre case e alimenta le nostre industrie
è di provenienza siberiana.
E’ demenziale, a dir poco, bruciare il metano, la
più nobile fonte primaria di energia, nelle centrali
elettriche. Sarà forse difesa la qualità dell’aria
(obbiettivo che si può ottenere – tramite filtri
– con ogni altro combustibile), ma dal punto di vista
economico lo spreco è assurdo e faraonico, dunque
incomprensibile nel quadro di una gestione onesta del nostro
sistema di produzione energetico.
Sul fatto poi che l’import di metano e di petrolio
origini per la più parte da aree politicamente instabili,
è inutile aggiungere parola.
Cosa fare allora? I duri e puri dell’ecologismo (da
sempre finanziati dalle multinazionali petrolifere) proporranno
il solare, l’eolico, l’idrogeno. Sull’idrogeno
dovrebbero indicare una strategia produttiva che prescinda
dalla trasformazione di altre fonti: petrolio, gas, elettricità.
Sull’eolico non è mistero che nell’arcipelago
ambientalista si annidino feroci oppositori delle torri
che sfruttano il vento deturpando il panorama. Quanto al
solare sarebbe interessante vedere chi - in un paese popolato
intensamente come l’Italia - sarebbe disposto a sacrificare
migliaia di chilometri quadrati di territorio da coprire
con specchi e pannelli. Nel deserto californiano di Mojave
un impianto da 500 megawatt (circa la metà della
defunta centrale elettronucleare di Caorso) occuperà
una superficie di 1800 ettari.
Oggi come oggi, se si vuole seriamente pensare ad una indipendenza
energetica e politica della nazione, bisogna affrontare
il discorso del nucleare (civile e militare). Il nostro
paese, così prudente, scrupoloso, attento alla salute
dei cittadini non si fa problemi ad utilizzare, e pagare
profumatamente, l’energia nucleare prodotta appena
oltre i nostri confini in Francia e Slovenia.
Tornare al n nucleare non è un crimine né
un azzardo bensì un obbligo patriottico. Semmai sarebbe
un crimine consegnare alle future generazione un’Italia
ancora priva di risorse energetiche.
In questo quadro, ma ne riparleremo in seguito, va valutata
con attenzione l’opzione di riaprire le miniere di
carbone del Sulcis sardo troppo precipitosamente chiuse
in un epoca di malinformati e superficiali ottimismi.