Toni Brandi
16/02/2005
«Decine di migliaia di esecuzioni di massa davanti
a folle appositamente riunite»
Dal 1950 esiste in Cina il sistema dei Laogai.
I Laogai sono i campi di concentramento cinesi dove, attualmente,
milioni di donne, uomini e bambini sono condannati ai lavori
forzati a vantaggio del regime totalitario cinese e di numerose
multinazionali che investono o producono in Cina.
Le condizioni di lavoro sono orribili.
Sconosciuti i limiti di orario di lavoro, sicurezza e igiene.
Giaciglio, spesso, vicino alla fossa biologica.
Pestaggi e torture all'ordine del giorno.
Cibo somministrato a seconda della quantità di lavoro
eseguito.
Religiosi ed oppositori del regime mescolati con i delinquenti
comuni.
Inoltre, i Laogai sono solo un particolare dell'attuale
realtà cinese e della «educazione del terrore»
, coperta dal «segreto di Stato», che, in Cina,
si pratica.
Decine di migliaia di esecuzioni di massa
davanti a folle appositamente riunite.
Migliaia di organi espiantati dai condannati a morte e venduti
con alti profitti.
Collagene preso dalla pelle dei morti per produrre cosmetici.
Decine di migliaia di aborti forzati (anche se al nono mese
di gravidanza) e sterilizzazioni forzate (secondo l'articolo
49 del codice penale cinese).
Persecuzione sistematica contro i credenti di tutte le religioni
e abuso della psichiatria a scopo repressivo politico (secondo
l'articolo 90 del codice penale cinese).
Numerose organizzazioni umanitarie internazionali, il Comitato
dei Diritti Sociali ed Economici delle Nazioni Unite e,
recentemente, il Congresso USA, con una maggioranza di 413
voti a 1, hanno condannato il sistema dei Laogai e la continua
violazione dei diritti umani in Cina.
Nonostante ciò, le autorità
politiche ed economiche nazionali ed internazionali occidentali
continuano imperterrite a collaborare con Pechino.
I mass media presentano l'immagine di una Cina in crescita
economica e con un promettente progresso sociale.
Sia le une che gli altri, quindi, alimentano il consenso
e l'ammirazione per questo Paese dove una dittatura commette
crimini mostruosi e sfrutta il proprio popolo a vantaggio
di una ridotta nomenklatura del partito.
Più di mezzo secolo di sangue e vane promesse di
riscatto sociale per riscoprire …il profitto!
Cui prodest?
Si dice che il commercio con la Cina migliorerà la
situazione dei diritti umani in quel Paese.
I fatti confermano, invece, una situazione opposta.
Aumentano la repressione, gli abusi, i morti e gli arresti.
Le cifre ufficiali parlano di 58.000 rivolte popolari nel
2003 e di 74.000 nel 2004.
Non si tratta di ricchi studenti che giocano alla rivoluzione
ma di autentici affamati!
Inoltre, perchè questo argomento non fu utilizzato
per il Sud Africa, per la Birmania e per l'Iraq ai quali
non si e' esitato ad imporre sanzioni economiche?
Si afferma che il commercio con la Cina aumenta il benessere
del popolo cinese.
I fatti e la storia denunciano, di nuovo, una situazione
diversa.
Il benessere tocca una piccola parte della popolazione,
circa il 10-15%, ossia i membri del partito, come é
sempre stato in tutti i regimi comunisti, dall'Unione Sovietica
del 1920 alla Cina di oggi.
Si sostiene anche che il basso prezzo dei prodotti cinesi
aiuti le famiglie Italiane ad arrivare alla fine del mese.
Invece, una delle cause principali della
crisi economica Italiana è proprio l'atteggiamento
tollerante della Commissione Europea e dei precedenti governi
italiani che hanno permesso l'invasione di prodotti cinesi
in Europa.
Tale posizione ha causato delocalizzazioni, bancarotta di
imprese, indebitamenti dei governi, cassa integrazione e
disoccupazione.
Sono i prestatori d'opera, i salariati, le vere vittime
dell'espansione economica cinese, in quanto la multinazionale
compra a poco in Cina, rivende al decuplo in Italia e licenzia
i suoi vecchi dipendenti italiani, troppo costosi.
Quindi, i rapporti commerciali con la dittatura cinese non
sono solamente immorali ma anche controproducenti e deleteri
da un punto di vista economico.
Il mercato libero è cosa giusta, ma a patto che vi
siano le stesse regole per tutti e gli stessi limiti etici
per tutti!
Numerose sono le convenzioni internazionali concernenti
il lavoro, sottoscritte da almeno centocinquanta paesi,
tra cui l'Italia, sulla libertà sindacale, l'abolizione
del lavoro forzato e lo sfruttamento del lavoro minorile.
Anche la Camera dei Deputati presentò
quattro mozioni sulla concorrenza sleale ai prodotti Italiani,
il 14 gennaio 2004.
Tali mozioni chiedevano al governo italiano di proporre,
in sede Europea, misure atte a verificare che i manufatti
importati, nell'Unione Europea, provenissero da ambienti
e condizioni di lavoro rispettosi dei diritti umani e sociali
dei lavoratori, delle donne e dei bambini e che gli accordi
commerciali fossero sempre vincolati al rispetto dei diritti
sociali, ambientali e sindacali.
In USA esistono anche leggi contro l'importazione dei prodotti
del lavoro forzato, ma, non sono spesso applicate.
Infatti, la Risoluzione Wolf, approvata dal Congresso USA,
invita il Governo degli Stati Uniti ad applicare completamente
le leggi preesistenti, che proibiscono l'importazione dei
prodotti provenienti dal lavoro forzato dei Laogai, e condanna
fermamente la Cina perchè viola, tra l'altro, la
Carta Costituzionale delle Nazioni Unite, la Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani e la Convenzione contro la
Tortura, che essa stessa ha firmato!
Ciò che sembra, inspiegabilmente, mancare, quindi,
e' la volontà politica di applicare le leggi esistenti
e prendere le misure necessarie.
Perchè tanto disinteresse?
Perchè tanta inerzia?
Come giustamente fece osservare il Deputato
Smith, durante una discussione del Comitato del Congresso
USA sui Diritti Umani nel maggio 1997, mentre per la protezione
di marchi di fabbrica e brevetti il mondo degli affari insorge
e pretende ritorsioni e sanzioni contro la Cina, ciò
non accade per il lavoro forzato.
Non accade perchè il lavoro forzato è fonte
di alti profitti!
Cui prodest?
Chi trae vantaggio da questo «commercio» con
la Cina?
Le decine di milioni di lavoratori cinesi sfruttati dal
partito?
Le centinaia di migliaia di disoccupati europei?
O, forse, solo, le multinazionali ed il regime totalitario
cinese?
Se osserviamo le misure prese per la contraffazione dei
marchi di fabbrica e le sanzioni contro il Sud Africa, l'Iraq
e la Birmania e non contro la Cina, abbiamo tutte le ragioni
per credere che la preoccupazione delle autorità
politiche ed economiche internazionali per i diritti umani
sia inversamente proporzionale agli interessi delle grandi
multinazionali.
Ricordiamo che Soltzenicyn ha, ripetutamente,
dichiarato che il regime sovietico si reggeva solamente
grazie all'aiuto tecnologico e finanziario dell'Occidente.
Lo stesso vale per la Cina di oggi.
Il regime comunista ha bisogno della finanza e della tecnologia
occidentale per sopravvivere.
Quindi, il solo metodo per rispettare i diritti umani e
migliorare il benessere del popolo cinese da una parte,
e l'avvenire sociale ed economico delle future generazioni
Italiane dall'altra, è quello di vincolare al rispetto
dei diritti umani, sociali ed ambientali qualsiasi accordo
commerciale o politico con la Cina.
Come precedentemente descritto, le leggi e regolamenti già,
in parte, esistono.
L'Italia e l'UE, quindi, devono (e possono!) prendere una
serie di misure necessarie e cioè:
a) intraprendere una grande campagna di sensibilizzazione
dell'opinione pubblica sull'impatto e i danni che «il
boom economico cinese», frutto del lavoro forzato
e dello sfruttamento umano, produce sulle nostre vite e,
soprattutto, produrrà su quelle delle generazioni
future;
b) unirsi al Congresso Americano per l'attivazione
di una risoluzione della Commissione per i Diritti Umani
delle Nazioni Unite che condanni i Laogai e la violazione
sistematica dei diritti umani in Cina;
c) approvare leggi che impediscano l'importazione
in Italia ed in Europa di mercanzie e prodotti, che nascano,
parzialmente o totalmente, dal lavoro forzato o dallo sfruttamento
umano;
d) introdurre, per le imprese che importano
nell'UE dalla Cina, un sistema di certificazione obbligatoria
che permetta anche l'identificazione dei luoghi di produzione,
da «aprire» e mostrare agli ispettori della
dogana UE ed ai rappresentanti delle organizzazioni umanitarie;
e) pretendere l'applicazione universale delle
«clausole sociali» e delle «clausole ambientali»;
esigere che tutti i prodotti cinesi importati nell'UE soddisfino
gli stessi parametri e garanzie di igiene e sicurezza richiesti
ai produttori europei;
f) introdurre una normativa in materia di
etichettatura, che consenta la tracciabilità di tutti
i prodotti commercializzati all'interno dell'UE, garantendo,
quindi un'informazione corretta per il consumatore;
g) considerare quote d'importazione e, talvolta,
dazi e/o IVA molto alti, sulle importazioni dalla Cina;
questo introito aggiuntivo dovrà essere poi utilizzato
dai governi per rilanciare l'industria Italiana ed Europea.
Se necessario si deve arrivare all'embargo,
perché la vita dei popoli e l'equità sociale
sono più importanti degli alti profitti di poche,
e già straricche, elites politico-economiche.
O si agisce ora o saranno sempre più ricchi i pochi
ricchi e sempre più poveri i molti non ricchi!
Noi dobbiamo renderci conto che la storia l'hanno fatta
gli uomini e noi, in quanto tali, possiamo cambiarla.
Toni Brandi
coordinatore nazionale Fondazione Laogai Italia
Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights
reserved.