Gioventù che scompare? Per deficit d'amore
«Ogni volta che nasce un bambino vuol dire che Dio
non si è ancora stancato degli uomini», ha
scritto il poeta Tagore. Negli occhi dei bambini si specchia
il futuro del mondo, oltre il varco del tempo, oltre la
morte che accomuna il destino dei vivi. Il vecchio albero
della vita riprende freschezza dai suoi germogli, si rigenera
nella novità del suo continuo rinascere. Nella psicologia
dell’adulto, e più ancora nel vecchio provato
da mille delusioni, l’immagine del bambino risveglia
l’antico incantesimo, l’emozione di stupore
ontologico di fronte alla bellezza della vita e del mondo.
Alla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza
la sociologia dedica i suoi studi con una attenta trepidazione;
e non senza ragione, se la storia che attraversiamo, orizzonte
del loro prossimo approdo, è piena di turbolenze.
Hanno bisogno di aiuto; e noi abbiamo desiderio di aiutarli.
Ma il mondo della giovinezza va mutando fisionomia. Oggi
la medicina e la scienza hanno aggiunto molti anni alla
vita media degli uomini, nei Paesi sviluppati; diventiamo
più vecchi. Allo stesso tempo però nascono
sempre meno bambini, e vecchio diventa il mondo. In Italia
tocchiamo un punto fra i più bassi in assoluto di
tutto il pianeta (1,3 figli, cioè sotto la soglia
della crescita zero situata a 2,1): due anni fa un messaggio
del presidente Ciampi ci ha ricordato che «le culle
vuote sono il primo e vero problema della società
italiana».
Sulle cause della denatalità ci sembra di sapere
quasi tutto, perché gli studiosi ci hanno detto di
tutto e di più: mutamenti del costume sociale, dell’economia,
della famiglia, del lavoro, e poi anche della psicologia
individuale e collettiva, della strutturazione del tempo,
dell’investimento della vita. Vero tutto, eppure ancora
insufficiente a capire nel profondo il "perché"
di questo isterilimento, di questa specie di sahel della
vita, che pur influenzato dai fenomeni descritti è
pur sempre il frutto di decisioni umane. La sessione plenaria
della pontificia Acca demia delle Scienze sociali, in corso
in questi giorni a Roma, si interroga sulla "gioventù
che scompare" e sulle istanze di solidarietà
verso i bambini e i giovani. Il Papa ha mandato un messaggio
di saluto che contiene una parola che nessuno avrebbe immaginato,
e a suo modo folgorante, quando dice che la vecchiezza del
mondo e il vuoto delle culle derivano da "un deficit
di amore". È come se un lampo ci aprisse un
diverso orizzonte, che va oltre il meccanicismo causale
dei fattori socioeconomici, e attinge alle dinamiche dello
spirito. Sappiamo bene cosa intende il Papa Benedetto quando
parla di amore; sono quelle pagine incandescenti sulla bellezza
dell’eros-agape della sua recente enciclica. Mettere
al mondo un figlio è così; è l’eros
che si espande nella totalità dell’agape, che
dal suo stadio egocentrico è chiamato alla pienezza
del dono, e diviene creativo, generoso, segnato dalla speranza
e dalla fede nel futuro.
L’epoca nostra è dunque tempo d’eclisse?
Ci viene da pensare all’impatto che il disamore produce
sulla fragilità della famiglia, sull’esperienza
dei figli, sul vuoto di speranza che dissecca la vita, sulla
povertà di relazione. Tutto torna a quel nodo, a
quel sole. L’ombra della culla vuota è forse
l’ultimo emblema di un fiore divenuto spina. Invecchia
e non profuma.