IL CORANO A SCUOLA? NON DICIAMO ERESIE!

 

Il dibattito che si è aperto intorno all’ipotesi di un insegnamento della religione islamica nella scuole pubbliche italiane si segnale, purtroppo, per una sconcertante dose di assurdità pronunciate, purtroppo di nuovo, anche da alti esponenti della gerarchia ecclesiastica.
Il dibattito ha il pregio di tornare a far ragionare l’opinione pubblica sull’importanza dell’insegnamento religioso in ambito scolastico e spinge a ragionare sulle condizioni necessarie affinché questo insegnamento sia impostato in modo corretto e sia proficuo per gli studenti.
Innanzitutto, senza avventurarsi in improbabili e improponibili parallelismi, è utile riportare chiaramente all’attenzione di tutti che cosa significa e perché è stato istituito l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane. Uno spazio che non nacque da una rivendicazione estemporanea o per una decisione improvvisa e non meditata, ma che è stato aperto, dopo un lungo cammino, grazie a un solenne e mutuo accordo tra lo Stato italiano, guidato da Benito Mussolini, e la Chiesa Cattolica – il Concordato del 1929 – e sulla base di due reciproci riconoscimenti e di un impegno comune. L’impegno di fornire, attraverso docenti di certificata preparazione, un insegnamento aperto a tutti – e dunque non rivolto esclusivamente ai cattolici – che contribuisse alla comprensione profonda della cultura e dell’identità italiana.. Lo Stato riconobbe, insomma, un dato di solare evidenza: i principi del Cattolicesimo costituiscono parte fondante del millenario patrimonio del popolo italiano, una piena condivisioni di valori socio-culturali condivisi, un’azione didattica culturalmente qualificata. Tre cardini solidi, che risultano impossibili da ignorare e che nessuno, comunque, dovrebbe avere interesse a tentare di indebolire.
Su un piano generale, chiunque può, a questo punto, constatare come all’ipotizzata “ora islamica” manchi il sostegno di quei tre fondamentali cardini, e anche la cornice di patti concordatari come quelli stipulati tra Stato italiano e Chiesa Cattolica. Un grande accordo – giova ripeterlo – che non è stato e non è certo il frutto di una volontà politica per così dire istantanea, bensì il risultato di una storia millenaria che ancora continua.
Scendendo poi nel particolare è inevitabile porsi alcune cruciali domande. Ammesso e non concesso che qualcuno davvero ritenga di poter forzare regole e storia, come si giustificherebbe la dirompente novità nella “scuola di tutti” di un insegnamento che non potrebbe non essere tutto interno all’islam? E, comunque, viste e considerate le divisioni politiche e dottrinali che caratterizzano le comunità islamiche presenti in Italia (fatto che ancora impedisce una stesura di un intesa tra esse e lo Stato), chi avrebbe la titolarità per proporre programmi e indicare eventuali insegnanti di religione islamica? Chi garantirebbe della loro adesione ai valori fondanti della nostra comunità civile? E come si affronterebbe il nodo dell’affermazione o meno, in classe, di aspetti cruciali della dottrina islamica che risultano in profonda contraddizione coi nostri usi, costumi e valori?