Alla ribalta coppia sterile portatrice di talassemia

Il caso «pietoso» metodo spuntato
Sono piovute numerose le critiche alla decisione della Consulta di difendere la legge 40, e tutte centrate sulla vicenda - che in verità suscita pena - di una coppia sarda "sterile" e al tempo stesso portatrice di talassemia. In attesa della pubblicazione della sentenza, abbiamo però avuto una importante conferma: non esiste il «diritto al figlio sano» cui essi si erano appellati. Si tratta, come nel caso Welby, di un tentativo di cambiare la legge - stavolta addirittura una legge confermata da un referendum - facendo appello alla compassione che provoca il dolore di due persone, e in particolare dell'aspirante madre. Il solito ricorso al «caso pietoso» che porta a identificarsi con le vicende particolari e dolorose di una persona e induce, sull'onda emotiva, a considerare «cattivo» chiunque non si presti a cancellare al più presto questa sofferenza. Una situazione che offre, su un piatto d'argento, ai politici di entrambi gli schieramenti l'occasione di mostrarsi buoni e compassionevoli. Pochi sono coloro che protestano per il fatto che una questione di principio sia stata manipolata fino a sembrare il rifiuto alla compassione verso una donna sofferente. Si tratta in realtà del dramma morale che sopravviene quando si passa dal rapporto umano fra noi e l'Altro a un ambito allargato, normativo, quando si passa cioè dalla responsabilità per un «altro uomo in quanto tale» - per dirla con le parole di Lévinas - a un «senza volto». Fra i due passaggi interviene la ragione che fa passare dall'unicità, così fondamentale per il rapporto morale, alla giustizia cioè al «giudizio, e quindi l'oggettività, l'oggettivazione, la tematizzazione, la sintesi». In sostanza - ed è sempre Lévinas che parla - l'idea della giustizia nasce dall'incontro tra l'esperienza dell'unicità e l'esperienza della molteplicità degli altri e quindi delle regole che devono governarli. L'impulso morale e compassionevole, autorevole e autosufficiente nell'ambito della morale a due si rivela invece una m isera guida appena oltrepassa i propri confini. Un atto di compassione per questa donna significa infatti, in realtà, aprire la porta alla selezione eugenetica degli embrioni, e quindi a trasformare in modo irrevocabile la nostra società e la nostra visione dell'uomo. Significa convalidare l'idea che ci sia una vita «non degna di essere vissuta» cioè quella dei bambini portatrici di malattie genetiche. La tentazione di sentirsi «buoni» riparando torti specifici e sistemando questioni concrete non deve, invece, offuscare la comprensione più ampia delle conseguenze dei nostri gesti, il senso complessivo delle nostre decisioni. È questo il pericolo che corre una politica centrata su campagne stampa su casi pietosi per orientare l'opinione pubblica nel senso desiderato - in questo caso la modifica della legge 40 - facendo perdere di vista il quadro complessivo dei valori in gioco. Bisogna quindi avere il coraggio di sentirsi considerati «cattivi» per non diventare complici di tragici esiti culturali per la nostra società.