La tecnica truffaldina del Partito della Morte di Pannella &
Co. è sempre la stessa. Individuano un “caso pietoso”
ed estremo, lo enfatizzano quanto più possibile con la
complicità dei media di regime e lo usano poi come grimaldello
per scardinare la legislazione, soprattutto quando questa si
ispira alla legge naturale e cristiana. È esattamente
ciò che è accaduto con il “caso Welby”,
di cui i fautori della cultura di morte di sono strumentalmente
impadroniti per promuovere e legalizzare l’eutanasia,
che non è altro che omicidio e/o suicidio “assistito”.
Così, l’astrofisica Margherita
Hack, ostentando il suo ateismo militante, reclama «una
legge sul modello di quella olandese, una legge altamente civile
che rispetti la volontà del cittadino che non sopporta
di prolungare inutilmente le sue sofferenze, e quella di coloro
che non accettano doni da un dio in cui non credono» (Suicidio
assistito, in “Micromega”, n° 8, 20 aprile 2006).
Questa vera e propria banda di nemici di Dio,
della vita e dell’uomo è sempre in prima fila quando
c’è da promuovere comportamenti mortiferi: droga,
aborto, omosessualità, divorzio, suicidio, pedofilia
e ogni altro genere di aberrazione.
Accadde con il divorzio nel 1972 e con l’aborto
nel 1978. L’opinione pubblica, scossa dai “casi
pietosi” agitati dalla stampa di disinformazione, approvò
quelle leggi per risolvere situazioni drammatiche ed eccezionali.
Dopo pochi anni però l’eccezione è divenuta
la regola e il divorzio e l’aborto sono oggi motivati
da qualsiasi problema di ordine psicologico. Lo stesso accadrà
inevitabilmente con il suicidio/omicidio, una volta legalizzato.
Lo sterminio di massa, già in corso per gli innocenti
nel grembo della madre, sarà esteso agli anziani, ai
malati terminali, ai disabili gravi e sarà suggerito
come la migliore soluzione per far fronte agli alti costi economici
che devono sopportare le famiglie con anziani a carico o figli
che nascono con gravi anomalie.
Se bisogna riconoscere il diritto di suicidio
a chi non vuol soffrire oltre un certo limite, bisognerà
riconoscere questo diritto anche alla ragazza che soffre le
pene amorose o al ragazzo bocciato ad un esame di università.
Chi può giudicare infatti il peso di un esperienza interiore
qual’è la sofferenza? Come dimenticare inoltre
che le sofferenze morali sono spesso ben più lancinanti
di quelle fisiche? Il suicidio è giusto, o non lo è.
E se lo è, lo è senza eccezione. Esso resta l’atto
con cui un uomo, di sua propria autorità, si dà
volontariamente la morte. Questo gesto è il più
folle di quelli che un individuo possa commettere. Folle al
punto che spesso viene attuato in momenti di offuscamento delle
facoltà mentali e l’uomo che lo compie non è
consapevole e responsabile del suo gesto.
C’è un altro punto da chiarire:
il suicidio assistito non ha niente a che vedere con il rifiuto
dell’accanimento terapeutico. L’accanita conservazione
della vita a tutti i costi non è comandata, né
è raccomandabile, perché la vita non è
il bene supremo degli uomini e, secondo la nostra Fede, «chi
ama la sua vita la perderà» . È lecito dunque
rifiutare quelle cure mediche straordinarie che oggi vanno sotto
il nome di “accanimento terapeutico”. Ma il rifiuto
dell’accanimento terapeutico è ben diverso dalla
ricerca volontaria e diretta della morte che si compie con l’eutanasia.
Piergiorgio Welby avrebbe avuto il diritto
di rifiutare l’uso delle macchine per rimanere in vita.
Questa decisione avrebbe potuto accelerare la sua fine ma non
avrebbe avuto come conseguenza diretta e immediata la morte.
Nessun medico sarebbe stato in quel caso un omicida, né
Welby un suicida. Il medico che oggi ha staccato la spina è,
invece, colpevole di morte direttamente procurata. Nessun fine,
nessuna intenzione, può giustificare un atto che è
in sé oggettivamente iniquo. E ogni atto oggettivamente
finalizzato a procurare la morte di sé o di altri viola
uno di quei principi irrinunciabili della nostra civiltà
che non solo discendono dal Decalogo, ma sono radicati nella
coscienza sociale di tutti i popoli.
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