Smettiamola, innanzitutto, con le sciocchezze un po’
ridicole. Come alcune sintesi e interpretazioni di ieri
a commento dell’omelia del Papa alla liturgia che
commemora l’istituzione dell’eucaristia. Sintesi
come: «Nessuna riabilitazione per l’apostolo
che pure non tradì, come ora sappiamo». Come
già detto su queste stesse colonne, già oltre
diciotto secoli fa la Chiesa condannò un’eresia
gnostica tra tante, quella dei «cainiti» che,
valorizzando in chiave antiebraica le figure negative della
Scrittura, ipotizzava un Iscariota benefico, traditore su
commissione di Gesù stesso. Da 1800 anni sapevamo
della condanna dei Padri della Chiesa di questo pseudo-vangelo
e, oltre al nome, ne conoscevano a larghi tratti i contenuti
e le intenzioni. Sapevamo, dunque, su che cosa si basava
la condanna. Il papiro pubblicato ora a cura del National
Geographic Magazine, con un clamore mediatico sospettato
non a torto di interesse commerciale, non ci rivela nulla
di nuovo se non alcuni dei testi precisi sui quali calò
l’interdetto cattolico.
Insomma: un frammento di apocrifo come tanti, una curiosità
per specialisti sugli infiniti deliramenta della capacità
orientale di costruire fantasiose eresie, non certo la rivelazione
di un «altro modo » di leggere la figura di
Giuda all’interno della Chiesa apostolica. Se nessuno
parla delle infinite bizzarrie eterodosse dei testi apocrifi
del Nuovo Testamento, forse non è solo perché
i giornalisti ne sanno poco, ma perché nessuna azienda
ha pensato di sfruttarli per vendere riviste, libri, dvd.
E anche perché non si è deciso (almeno per
il momento, ma ci stiamo arrivando) di inserire anch’essi
nel grottesco filone pseudo-biblico del quale Dan Brown
è solo lo spacciatore più fortunato.
Per venire a cose più concrete: nel suo commento
all’apertura del Triduo Pasquale, Benedetto XVI ha
mostrato di aderire ad una tra le molte ipotesi che —
peraltro liberamente e legittimamente — dividono esegeti
e teologi cristiani, non solo cattolici. Il papa, infatti,
ha detto che Giuda «valuta Gesù secondo le
categorie del potere e del successo: per lui l’amore
non conta, solo potere e successo sono una realtà».
Questa dell’attuale pontefice è la lettura
più severa del mistero del tradimento. Per altri
commentatori, non ci fu, all’origine, il desiderio
di soldi: le trenta monete d’argento (non denari,
assai preziosi, ma modesti sicli o stateri) non erano una
gran somma, equivalevano al prezzo di uno schiavo della
qualità peggiore, vecchio e poco abile. Poiché
l’apostolo era l’amministratore della comunità
itinerante (mantenuta, con generosità, da ricche
mogli e vedove, oltre che da offerte di devoti e simpatizzanti),
sarebbe stato più proficuo fuggire con la cassa.
Secondo alcuni, non il lucro maproprio l’amore deluso
spiega il comportamento di Giuda.
Alla pari dei suoi compagni, e di ogni ebreo del tempo,
egli attendeva un Messia vincitore, un Inviato che—in
nome di Dio—liberasse Israele dall’oppressione
e gli sottomettesse gli altri popoli. La delusione andò
crescendo, davanti al rifiuto di Gesù di assumere
un ruolo politico; davanti al suo rifiuto di difendersi;
davanti —addirittura—al preannuncio della morte.
E che morte, visto che la croce era per i romani il supplizio
per gli schiavi e per gli ebrei il segno della maledizione
divina! Soltanto per una finta Giuda avrebbe accettato dal
sinedrio il modesto compenso per indicare dove il Maestro
passasse le notti, così da poterlo arrestare.
Era questo il modo—pensava—per mettere con le
spalle al muro, per snidare quel Messia riluttante e così
tardo a svelare il suo potere: per non essere catturato
avrebbe finalmente mostrato quale fosse la potenza del Dio
che lo aveva inviato. E, invece, non andò così:
Gesù proibì agli apostoli ogni difesa con
la spada, si lasciò legare e percuotere, fu trascinato
davanti al tribunale che avrebbe chiesto al governatore
romano la sua morte. Da qui, la disperazione di Giuda, il
crollo che lo portò al suicidio. Ciò che lo
aveva mosso era, probabilmente, anche l’interesse
personale: quello di far parte del gruppo ristretto e intimo
dei collaboratori del Messia destinato, finalmente, a trionfare
come un grande re. E in questo è d’accordo
papa Ratzinger, parlando di ricerca di «potere e successo».
Ma poteva esserci anche, lo si diceva, l’amore per
quanto distorto, il desiderio di aiutare quel Galileo —
che tanto lo aveva attratto da indurlo a seguirlo per anni
— a rompere gli indugi, a mostrare chi fosse veramente.
Ipotesi, naturalmente, destinate a rimanere tali: Dio solo
sa che cosa sia passato nel cuore di quello sventurato,
quali siano state lemotivazioni profonde della decisione
fatale. Non a caso la Chiesa non prende posizione ufficiale
su di esse e lascia libertà ai biblisti, ai teologi,
ai predicatori. Anche il papa, ovviamente, ha ogni facoltà
di propendere per una congettura o per un’altra, poiché
ciò che conta è la conseguenza sia storica
che metastorica del gesto dell’Iscariota. In ogni
caso, anche per Giuda la Chiesa non viene meno alla sua
convinzione di sempre: sa, cioè, di avere dal Cristo
la possibilità di affermare la salvezza eterna di
un suo figlio, proclamando beati e santi. Ma sa di non potere
affermare di nessuno che si sia perduto per sempre: indica
alcuni degli abitanti del Paradiso, si astiene da ogni nome
per l’Inferno. E’ un silenzio che vale per tutti,
persino per colui del quale il Maestro disse le parole terribili:
«Meglio pr lui se non fosse mai nato». Neppure
questo, confermano concordi Santi e Dottori, permette agli
uomini di porre limiti alla misericordia divina.
Vittorio Messori