Maurizio Blondet
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MOSCA - I lettori di gialli sanno che
è sciocco sospettare di un colpevole (del solito
misterioso omicidio) su cui gli indizi si accumulano fin
dalle prime pagine.
Ora, tutti i media occidentali lasciano capire - o si trattengono
a stento dal gridare - che il mandante dell'assassinio di
Anna Politkovskaya è Vladimir Putin.
A dire il vero, le ipotesi sono stranamente vaste: si legge
che l'ordine di uccidere è probabilmente partito
da Ramzan Kadyrov, il caporione ceceno favorito dal Cremlino
e fieramente accusato dalla giornalista, «oppure dai
nemici di Kadyrov».
Un po' eccessivo, come ventaglio per le indagini.
Nulla va escluso.
Bisogna mettere in conto la spiccia brutalità dei
vecchi agenti KGB e quella dell'esercito ex-sovietico, che
si è macchiato in Cecenia di paurose atrocità.
Ma poche settimane prima l'assassinio di Andrey Kozlov,
il vice-presidente della Banca Centrale russa, ha suscitato
in Occidente assai meno clamore.
Kozlov stava cercando di portare la legalità nel
vorticoso giro di denaro lurido che sporca il sistema finanziario
russo.
Aveva appena ritirato l'autorizzazione ad operare ad una
banca implicata in riciclaggio, la Sodbusinessbank, e ne
aveva nominato un direttore: un vero commissariamento.
Ma coloro che la Pravda chiama «gli azionisti non
identificati» della banca avevano, con sfida, nominato
un direttore di loro fiducia, Boris Ponomarev (salvo caso
di omonimia, una vecchia conoscenza, potente nel PCUS e
nel KGB) il quale aveva vietato al direttore nominato dalla
banca centrale l'ingresso nella Sodbusinessbank; un tribunale
di Pietroburgo aveva dato ragione a Ponomarev e torto a
Kozlov.
La polizia aveva mantenuto, dice la Pravda, «la sua
neutralità» (sic).
E Kozlov era stato abbattuto come un cane.
Quanto a Kadyrov, ha celebrato in questi giorni il suo
trentesimo compleanno nella Grozny devastata.
Gli è stata regalata una Ferrari nera da 380 mila
euro, con la targa «K-30-RA» (che significa
«Kadirov, 30 anni, Ramza Atmatovich»). Chi gli
ha fatto il regalino? «Amici», ha detto lui.
Altri «azionisti ignoti» del massimo business
russo, il crimine.
Ancora troppo potente, ancora troppo sfrontato e sicuro
di complicità interne ed estere, abituato come si
vede a sfidare anche Putin e il potere legale.
Gli «oligarchi», la mafia ebraica, sono ancora
dovunque, hanno ancora le mani in pasta dappertutto, e persino
Putin deve scendere a patti con loro: per lo più
con un do ut des, non vi occupate di politica, e noi vi
lasciamo ciò che avete rubato.
Perché questa impotenza?
Basta ricordare la levata di scudi mondiale, anzi mondialista,
di quando Putin mise in galera Khodorkovsky, il padrone
della Yukos comprata ai tempi di Eltsin, che aveva rotto
il patto e cercava di fargli le scarpe in politica.
I massimi giornali finanziari, dal Wall Street Journal al
Financial Times, si levarono a difesa del delinquente.
William Engdahl, un ottimo analista (1), racconta che l'arresto
di Khodorkovsky fu ordinato da Putin per prevenire una manovra
di grande portata: l'oligarca, strapieno di dollari, aveva
«comprato» alla Duma una maggioranza di voti,
per cui il parlamento avrebbe cancellato la legge sulle
risorse sotterranee in vigore, che impediva alla Yukos e
ad altre compagnieprivate di impadronirsi di posizioni dominanti
nelle materie prime russe, e
anche di farsi oleodotti indipendenti dalla rete russa.
Secondo Engdahl, il voto comprato alla Duma era solo il
primo passo: Khodorkovsky voleva candidarsi contro Putin
nelle presidenziali dell'anno seguente.
Per conto degli «azionisti non identificati».
Difatti, l'arresto dell'oligarca venne subito dopo, e a
causa di un incontro riservato che Khodorkovsky aveva avuto
con Dick Cheney, il vicepresidente USA.
Era il 14 luglio 2003.
Cosa si siano detti i due non è dato sapere.
Fatto è che subito dopo l'incontro con Cheney, Khodorkovsky
intavola trattative con ExxonMobil e Chevron Texaco (la
ditta per cui ha lavorato Condoleezza Rice) per cedere loro
una quota di Yukos fino al 40%: ciò che avrebbe conferito
all'oligarca e alla sua azienda una immunità definitiva
(andare contro Khodorkovsky sarebbe stato andare contro
le due più grandi multinazionali occidentali) e agli
anglo-americani un potere di interferenza, e anche di veto,
sulle politiche energetiche di Mosca.
E pochi giorni prima del suo arresto, nell'ottobre 2003,
Khodorkovsky si incontrò a Mosca con il capo della
potente finanziaria Carlyle: ossia con Bush padre.
Apparentemente, per mettere a punto la cessione alle due
petrolifere americane.
L'oligarca aveva appena fatto un'offerta ad un altro suo
pari, Boris Berezovsky, per comprare la sua Sibneft.
Se fuse, Yukos e Sibneft avrebbero detenuto la seconde riserve
energetiche del mondo - 10,5 miliardi di barili - dopo la
Exxon, e il quarto posto come produttori (2,3 milioni di
barili al giorno).
Era un tentato putsch petrolifero.
Putin lo impedì, e da allora non è stato più
un amico per Washington.
Inutile aggiungere altri particolari: che Khodorkovsky aveva
creato una fondazione «per il pluralismo e la democrazia»,
la Open Russia Foundation, copiata sulla Open Society Foundation
del finanziere e suo grande amico George Soros; e che nella
sua fondazione sedevano Henry Kissinger, Arthur Hartman
(ex ambasciatore USA a Mosca) nonché lord Jacob Rotschild,
il banchiere che aveva prestato a Khodorkovsky i capitali
(250 milioni di dollari) che erano bastati, sotto Eltsin,
a comprare la Yukos - che valeva cento volte di più.
Dopo il suo arresto, a fare lobby per esigerne la liberazione
Khodorkovsky ha pagato a Washington Stuart Eizenstat, già
segretario al Tesoro e sottosegretario di Stato americano.
In quegli stessi mesi, Bush figlio denunciava i trattati
anti-missili balistici (ABM) stilati dai suoi predecessori
coi sovietici, proclamando la volontà di riprendere
la corsa agli armamenti strategici. Una chiara minaccia
per Mosca.
La strategia americana non poteva sfuggire agli analisti
dell'ex-KGB. Certo avevano sottolineato un passo del discorso
che Dick Cheney aveva tenuto al London Institute of Petroleum
nel settembre 1999, ben un anno prima di divenire vice-presidente.
«. Dal 2010 avremo bisogno di disporre di una cinquantina
di milioni di barili al giorno in più. Dove verrà
questo greggio? Gli Stati e le compagnie nazionali controllano
il 90 % della materia prima: il settore petrolifero rimane
essenzialmente in mano agli Stati. [.] il Medio Oriente,
con due terzi delle riserve e i costi di estrazione più
bassi del mondo, è ancora il posto dove giace il
tesoro. Benchè le compagnie [private] cerchino ansiosamente
un maggiore accesso all'area, i progressi sono lenti. [.]
Negli anni '90 le aspettative dicevano che una quantità
significativa delle nuove risorse sarebbe venuta da luoghi
come l'URSS e la Cina.».
La cinquantina di milioni di barili al giorno cui alludeva
Cheney equivale a mettere le mani su cinque Arabie Saudite
petrolifere; e presto, visto che mettere a produzione un
nuovo giacimento richiede sette anni.
Cheney indicava dunque la strategia USA poi seguita dal
governo: arraffare le riserve altrui, con occupazioni militari
o «privatizzazioni», per sottrarre il business
agli Stati, come quella che aveva beneficiato Khodorkovsky.
L'invasione dell'Iraq nel 2003 non può che essere
stata interpretata a Mosca come il primo passo.
Il secondo, sarebbe stato mettere le mani sulle risorse
russe e quelle ex-sovietiche del Caspio.
Proviamo a guardare le cose dal punto di vista di Mosca.
Oggi si trova accerchiata da una decina di Paesi che erano
nel Patto di Varsavia, ed oggi sono nella NATO: Polonia,
Cechia, Ungheria, Estonia, Lettonia e Lituania, Bulgaria,
Romania, Slovacchia e Slovenia; la Georgia sta per diventare
membro della NATO, e in Ucraina non mancano le forze «democratiche»
che ci sperano. Tale espansione della NATO è avvenuta
molto rapidamente, e per volontà americana, non certo
europea; e sull'onda delle «rivoluzioni colorate»
che, pagate dalla CIA, hanno portato la «democrazia»
filo-americana in quei Paesi.
E' chiaro per Putin che gli USA oggi perseguono ciò
che ritengono il loro interesse (il controllo diretto della
risorsa energetica) aggressivamente, in modo unilaterale
e in spregio ai trattati internazionali, con aggressioni
militari e con operazioni di sovversione interna.
Le ONG americane, dalla Soros Foundation al National Endowment
for Democracy, sono apparse ben chiaramente dietro le «spontanee»
rivoluzioni democratiche in Georgia, Ucraina e negli altri
Paesi sopra ricordati.
La loro intrusione nella stessa Russia ha dovuto essere
bloccata, suscitando le solite proteste internazionali.
Putin, con la Gazprom che ha raccolto l'eredità Yukos,
ha assicurato alla nazione che il petrolio russo resti allo
Stato e non vada ai «privati».
Ha interrotto lo smantellamento delle forze e testate nucleari
sovietiche (gli SS-18 specialmente) che proseguiva in obbedienza
ai trattati ABM, ora stracciati da Bush; e sta finanziando
un rammodernamento delle forze strategiche, «per assicurare»
come ha detto lui stesso nel 2003, «la capacità
di difesa della Russia e dei suoi alleati nel lungo periodo».
Sta inoltre più o meno allontanando le petrolifere
occidentali dai golosi giacimento del nord russo.
Non appare in grado di eliminare del tutto gli «oligarchi»
coi loro «azionisti ignoti», e pare che le sue
mosse tendano piuttosto a guadagnarli dalla sua parte (come
il losco Kadyrov) o ad assicurarsene la neutralità.
Non è la situazione ideale, specie vista la capacità
sovversiva di un nemico che, se militarmente è in
difficoltà in Iraq e in Afghanistan e in calo verticale
di autorevolezza internazionale, si è rivelato assai
abile nelle azioni di eversione, in «cambi di regime»
e in «democrazie spontanee».
Le bande criminali e miliardarie interne alla Russia possono
fornire tutta la manodopera necessaria a tali progetti eversivi.
Insomma, la Russia si difende in una condizione di guerra
di nuovo tipo, fredda e sempre sul punto di diventare calda,
dove il colpo decisivo può venire da ogni parte.
La brava giornalista non ha capito - magari in ottima fede
- di essersi inserita, con le sue inchieste e denunce sacrosante
sulla Cecenia, in questa guerra.
Tutto è possibile.
Può averla fatta uccidere Putin, l'apparenza è
contro di lui.
Ma, come nei gialli, sarà bene non trascurare i maggiordomi.
E i loro «ignoti azionisti», capacissimi di
organizzare attentati e omicidi «false flag»,
ossia da attribuire al colpevole più evidente.
Maurizio Blondet
Note
1) William Engdahl, «The emerging russian giant plays
its cards
strategically», GlobalResearch, 7 ottobre 2006.