IL FATTO
Edifici di culto cristiani trasformati in
moschee,ristoranti, alberghi. O che giacciono nel più
totale abbandono. È il quadro desolante che s’incontra
nella parte dell’isola occupata dai turchi
Il ministro degli Esteri cipriota: speriamo che durante
il negoziato per l'ingresso di Ankara in Europa qualcuno
si ricordi di questo scempio. i
L'Europa finisce qui, nell'isola più bella e incontaminata
del Mediterraneo sfregiata da un muro che la spezza in due.
L'Europa finisce bruscamente lungo una barriera di filo
spinato, cemento e torrette militari che taglia Cipro in
tutta la sua larghezza e divide Nicosia, capitale ferita
nel suo cuore antico. È l'estremo confine orientale
dell'Unione Europea: di qua la Repubblica di Cipro, membro
del club dei 25, di là uno Stato fantasma che nessuno
al mondo riconosce salvo la Turchia. Di qua i greco-ciprioti,
di là i turco-ciprioti, separati con la forza nel
1974 quando l'esercito di Ankara invase la parte settentrionale
dell'isola. Un'occupazione militare che dura tuttora tra
accuse reciproche e tentativi falliti di riconciliazione.
Una ferita che stenta a rimarginarsi ed è ormai una
piaga che va in cancrena. Per l'Onu che la presidia coi
suoi Caschi blu è la «linea verde». Ma
qui la gente continua a chiamarla «linea Attila»,
dal nome in codice che i turchi avevano dato all'invasione.
Il «flagello» ha lasciato tracce. Ha colpito
Cipro, sede della più antica comunità cristiana
sul suolo europeo, nel suo tesoro artistico, culturale e
religioso. Stupende chiese bizantine e romaniche, monasteri
imponenti, mosaici e affreschi d'inestimabile valore. Un
patrimonio che nella parte nord dell'isola, sotto occupazione
turca, è stato saccheggiato, violato e distrutto.
Per rendersene conto basta attraversare la «linea
Attila» al check-point di Nicosia, ed eccoci nella
cosiddetta Repubblica turca del Nord di Cipro che accoglie
il visitatore con un grande striscione su cui sta scritto
un benvenuto a rovescio: «Quanto sono felice di essere
turco!» (famosa frase di Kemal Ataturk). L'orgoglio
nazionalistico dei discendenti dell'impero ottomano ha modificato
anche il paesaggio naturale scolpendo la mezzaluna e la
stella rossa sul fianco dei monti Pentadattilos, marchio
arrogante che domina l'ampia pianura.
La bandiera turca sventola sulla facciata della chiesa di
Agia Parask evi nel villaggio un tempo greco-ortodosso di
Angastina. Un cartello segnala lavori in corso per ridurla
a moschea. Il campanile, senza più la croce, è
uno strano minareto con l'altoparlante del muezzin fissato
su un'arcata. Christodoulos, il giovane archeologo che m'accompagna,
è scosso da un fremito. «Sono stato battezzato
qui» dice con voce rotta dall'emozione. E' uno dei
200 mila profughi greco-ciprioti, cacciati dalle loro case
trent'anni fa. Christodoulos s'inginocchia sul luogo dove
una volta c'era il battistero, quindi vi accende una candela.
Gli operai turchi, accovacciati davanti all'abside per la
pausa pranzo, lo guardano incuriositi. «Ogni volta
che torno da queste parti è sempre peggio»,
sospira il nostro archeologo. Ci fermiamo a Trachoni dove
sorgeva un gioiellino rinascimentale, la chiesa di Panagia,
Nostra Signora. Oggi ci sono solo le mura, l'interno porta
i segni di vandalismi che non hanno risparmiato neppure
l'altare di pietra, i cui pezzi sono finiti dentro un buco
scavato di recente per cercarvi chissà quale tesoro.
Il nostro è un triste pellegrinaggio che ad ogni
tappa aumenta sdegno e incredulità, una via dolorosa
che ripercorre i luoghi della memoria cristiana a rischio
di sparizione. Al villaggio di Peristerona, sulla strada
per Famagosta, il monastero medievale di Sant' Anastasio
è adibito a stalla, con le mucche che brucano l'erba
tra quel che resta delle antiche celle. Le tombe del cimitero
sono state profanate e le lapidi spezzate.
Ci lasciamo la campagna alle spalle e andiamo sulla costa.
Qui molte chiese sono state trasformate in ristoranti, bar
e night-club per la gioia dei turisti. In cima alla roccia
di Lapethos, a strapiombo sul mare, la chiesa ed il convento
di Agia Anastasia sono diventati un sontuoso hotel con la
piscina ricavata nel chiostro ed il casinò sotto
il campanile. La quasi totalità del patrimonio artistico
della Chiesa ortodossa sul territorio occupato dai turchi,
520 edifici tra ch iese, cappelle e monasteri, è
stato saccheggiata, demolita o sfigurata. Solo tre chiese
ed un monastero, quello di San Barnaba, trasformato in museo,
si trovano in uno stato più o meno dignitoso.
«Lo scempio è sotto i nostri
occhi ma l'Unione Europea preferisce girare la testa da
un'altra parte - ci dice amareggiato il ministro degli Esteri
cipriota, George Iacovou -. L'unica speranza è che,
nel corso dei negoziati per l'adesione della Turchia alla
Ue, qualcuno tiri fuori il dossier della vergogna».
L'Accademia bizantina di Nicosia ha raccolto una documentazione
accurata e puntigliosa sulle chiese occupate a Cipro. E
da due anni è iniziato un tentativo di dialogo inter-religioso,
sostenuto dal vescovo ortodosso Nikiforos dello storico
monastero di Kykko. «Ci siamo incontrati con i leader
musulmani guidati dal muftì di Lefka ed ho detto
loro che il rispetto per i nostri luoghi di culto è
la base per la cooperazione». Nikiforos è moderatamente
ottimista : «Ho trovato molta comprensione. Sono stati
compiuti errori da una parte e dall'altra, dobbiamo superare
le divisioni del passato e camminare insieme».
Ma l'ultima parola tocca ai politici. Huseyn Ozel, portavoce
governativo della cosiddetta Repubblica turca del nord di
Cipro, sfodera grande cordialità con il giornalista
straniero. Le chiese distrutte e saccheggiate? «C'è
stata una guerra, le cose brutte sono successe su entrambi
i fronti» spiega. Gli faccio notare che la maggior
parte delle moschee sul territorio greco-cipriota sono state
restaurate, mentre il suo governo ha autorizzato la trasformazione
delle chiese in ristoranti ed hotel, un insulto al sentimento
dei credenti. «L'hanno fatto per non lasciare andare
in rovina gli edifici, e comunque sono decisioni prese dal
governo precedente che non condivido», si schermisce
Ozel. Insisto: cosa mi dice delle chiese che, anche in questi
giorni, vengono trasformate in moschee? Il funzionario turco-cipriota
allarga le braccia: «È un'usanza ottomana…».
Una tradizi one che purtroppo continua. Un biglietto da
visita un po' inquietante per la Turchia che aspira ad entrare
nel club europeo.