Sulle magliette e sui cappellini che i capi distribuivano
ai contadini stremati dell’Henan, provincia con 90
milioni di anime dell’est cinese, c’era scritto:
“Gloria ai donatori di sangue”. Gli altoparlanti
montati sulle auto che sbuffavano sulle stradine polverose
gracchiavano: “Gloria ai donatori di sangue”.
Il Partito insisteva: “Gloria ai donatori di sangue”.
Erano, quelli, i primi tempi della riconversione al libero
mercato. “Arricchirsi è giusto!”. Nelle
remote e povere terre dell’impero le autorità
dirigenti si agitavano per applicare il nuovo vangelo del
benessere. E, nell’Henan, avevano intuito che il commercio
di sangue avrebbe portato facili profitti. Raccogliere sangue
per pochi denari per poi rivenderlo alle multinazionali
dell’industria farmaceutica. Facile no?
Quei contadini si accalcavano intorno agli improvvisati
centri di raccolta del plasma. Trecento laboratori mobili,
quelli organizzati dal Dipartimento Sanità del governo
provinciale; il doppio quelli clandestini, organizzati dalle
mafie locali. Magari un trattore. O un vecchio rudere di
lamiera con un rimorchio e sopra una macchina per il prelievo
del plasma. Cavavano il sangue e, dopo averlo lavorato,
lo iniettavano di nuovo nel corpo dei condannati a morte
che erano lì ad offrirsi, aiutati dai soldati delle
milizie al servizio del partito, centrifugavano alla meglio
piastrine, globuli rossi, globuli bianchi. Lo stesso ago
infilato in 10, 20, 100 braccia. Ma quale sterilizzazione?
Poi i contadini si prendevano 4 euro di ricompensa, un tesoro.
Sì, tornavano dai figli e potevano dire: “Oggi
mangiate!”.
Ma i gloriosi donatori non sapevano a quale sorte sarebbero
andati incontro. Il giorno dopo, ancora con le maniche tirate
sù. E il terzo giorno pure. Poi però veniva
la febbre: così chiamavano i primi segnali dell’addio.
HIV, Epatite B, epatite C.
L’AIDS, nel Sud della Cina, ha ucciso migliaia di
disperati: uomini, mogli, bambini. I numeri delle fonti
ufficiali parlano di 25.000 casi di contagio. Quelli delle
associazioni di volontariato parlano di almeno 700.000 contagi.
Uno scandalo terribile, taciuto e negato. Tuttora di pesante
imbarazzo per un paese che è la quarta potenza economica
al mondo ma che non ha mai saputo o voluto affrontare le
sue emergenze sanitarie con la chiarezza e l’onestà
necessari. Anzi, sul sangue si è speculato a fini
di lucro. E’ stato un omicidio di massa quello avvenuto
tra il 1993 e il 1996 ma rivelato un decennio più
tardi con mille difficoltà perché chi vi era
coinvolto e complice usava tutte le armi dell’intimidazione
per affossare la verità.
Pierre Haski, ex corrispondente da Pechino del quotidiano
Liberation e attuale suo vice-direttore, vi ha lavorato
con coraggio e intelligenza, con il gusto della sfida perché
in Cina le malattie infettive appartengono alla categoria
delle notizie etichettate come “segreti di Stato”.
Se ne parli finisci in galera per “turbamento dell’ordine
pubblico”. Ha scritto un libro bellissimo che ci convince
di come la Cina, stupefacente per il suo dinamismo e le
sue trasformazioni, nasconda un volto impresentabile alla
coscienza civile del mondo. Dietro le quinte ci sono scenari
di morte.
“Il sangue della Cina” (Sperling&Kupfer)
è il racconto appassionato di una catastrofe. Il
governo provinciale dell’Henan era complice ma ha
chiuso gli occhi e minacciato chi cercava di rivelare la
verità. Il governo centrale, solamente nel 2003,
con la lady di ferro, signora Wu Yi, allora ministro della
sanità, è intervenuto di prepotenza, superando
le ostilità dei mafiosi locali. La Cina è
questa. Ambigua. Con un centro imperiale troppo lontano
dalla gente. Una periferia feudale e corrotta che impone
la sua legge iniqua. E un partito impegnato più a
nascondere i propri errori e a proteggere i propri membri
che non a servire il popolo, come recitava il vecchio slogan
maoista.
L’AIDS nel regno di mezzo si è diffuso, oltre
che per contatto sessuale e per la prostituzione diffusa
che affligge le poche isole di ricchezza, anche per una
ragione nella quale sono connessi miseria, arroganza del
potere, impunità. Nessuno dei colpevoli è
stato mai giudicato da un tribunale. In compenso il giornalista
cinese che riportò l’allarme con largo anticipo
fù immediatamente licenziato. I medici che denunciarono
l’epidemia hanno subito le pene dell’inferno
prima della riabilitazione. Il segretario del partito comunista
dell’Henan nel frattempo è stato promosso nell’ufficio
politico che riunisce i nove più influenti signori
della Cina.
Le chiamavano “trasfusioni della miseria”. Racconta
un contadino: “ I capi ci dicevano che se non volevamo
vendere il sangue significava che eravamo malati”
E un altro: “ Quando mi chiedono perché ho
venduto il sangue rispondo…per poter allevare i miei
figli”. Un altro ancora ammette: “Non sò
più quanti buchi rihanno fatto, certamente centinaia.
Senza quei soldi non potevamo costruirci una casa ed era
impossibile trovare moglie”. Testimonianze agghiaccianti.
Si sono ammalati, i contadini dell’Henan. Li hanno
illusi, abbandonati e dimenticati. Loro, un bel giorno del
gennaio 2002, protestarono. Nel villaggio di Houyang arrivò
la polizia. Pierre Haski era lì. Un funzionario,
il vicedirettore della sanità del distretto rurale,
guardando negli occhi i disperati, urlò: “Tanto
morirete tutti, uno dopo l’altro!”.
Alla Cina non piace che queste cose vengano raccontate.
Ma il suo secolo, il secolo della Cina, è fatto di
innumerevoli casi come questo!