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C’era una volta


di Milena Spigaglia
Tratto da effedieffe.com

L'Arco di Santa Margherita (foto Toiati)C’era una volta un bambino siciliano, a cui la madre aveva proibito di accettare doni dai soldati americani perché la Patria era stata sconfitta, i sacrifici erano stati inutili e non c’era da rallegrarsi.

C’era una volta un ragazzo che, come tutti i ragazzi, credeva fosse possibile cambiare le cose e si avvicinò alla politica entrando nelle liste dell’organizzazione universitaria del Movimento Sociale Italiano, non potendo prevedere l’epilogo grottesco e meschino di quel progetto. Quel ragazzo, spinto da un insopprimibile desiderio di giustizia e da un profondo amore per la sua terra, decise di studiare giurisprudenza e di dedicarsi alla lotta contro la criminalità.

C’era una volta un magistrato che sfidò la Mafia e le sue collusioni, perché tutti si abituassero a sentire «la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità».

C’era una volta un servitore dello Stato che venne trasferito per motivi di sicurezza presso la foresteria del carcere dell’Asinara, affinché potesse portare a termine, assieme al suo collega, la stesura dell’istruttoria del maxiprocesso a carico delle più importanti personalità mafiose. Lo Stato ripagò il suo servitore richiedendo, per mezzo dell’amministrazione penitenziaria, il rimborso delle spese e un indennizzo per il soggiorno trascorso nella struttura.

C’era una volta un marito impegnato a «cercare la verità, qualunque essa sia», e che ad essa era giunto a sacrificare la serenità degli affetti più cari, lasciandosi tormentare da un senso di colpa inferiore soltanto all’imperativo morale che animava la sua battaglia.

C’era una volta un padre, diviso tra il tentativo di proteggere i suoi figli dalla realtà che lo circondava e la speranza di sapergli testimoniare i principii e i valori in cui credeva.

C’era una volta un cittadino che non smetteva di cercare le Istituzioni e le persone, i giovani in particolare, e che credeva nella capacità dell’opinione pubblica di compiere i miracoli, come accadde quando, in virtù della mobilitazione della società, il Consiglio Superiore della Magistratura fu costretto a ricostituire il pool antimafia.

C’era una volta un giudice che dormiva in un appartamento della caserma dei Carabinieri per risparmiare la vita agli uomini della scorta.

C’era una volta un superstite, rimasto solo a piangere il suo collega e amico fraterno, solo a denunciarne le vessazioni subite, solo a difenderne la memoria da accuse strumentali di protagonismo e ambizioni politiche. Rimasto solo a sentirsi «un morto che cammina».

C’era una volta un eroe che chiamò Vittorio Mangano col suo vero nome - quello di «testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia».

C’era una volta un Uomo, nei cui occhi si scorgeva il senso dello Stato e brillava la luce dell’integrità. Un Uomo che aveva imparato a convivere con la paura, ad accettarla persino, a patto che fosse accompagnata dal coraggio. Un uomo incapace di chinare la testa, di fuggire le proprie responsabilità e l’amore per la sua gente. Un Uomo che si riteneva una persona «come tante altre», eppure in debito nei confronti di chi l’aveva preceduto sacrificando la vita per rendere l’Italia un Paese migliore.

C’era una volta. Ma c’è ancora.

Dedicato al Giudice Paolo Borsellino, 19 gennaio 1940 – 19 luglio 1992.

Con gratitudine e vergogna, per un popolo che non sa rialzarsi.

Milena Spigaglia

 

 

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