Bush cede a Putin? Forse


Maurizio Blondet

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HEILIGENDAMM - Vladimir Putin, al G8, ha persino riconosciuto a Bush un atteggiamento «costruttivo».
Di fatto, ha preso in parola il presidente USA, che proponeva a Mosca di cooperare, entrandovi, al sistema antimissile: perché non utilizzare il radar di Gabal in Azerbaijan, un’installazione sovietica che la Russia ha preso in affitto (sic) dagli azeri?
Se sono i lanci dell’Iran che temi, l’Azerbaijan è più vicino…
«Abbiamo convenuto con George Bush che i nostri esperti affronteranno questo lavoro al più presto», ha detto Putin.
«Ciò renderà non più necessario per noi dispiegare i nostri sistemi a ridosso immediato delle frontiere europee, e dovrà anche prevenire il dispiegamento di sistemi d’urto americani nello spazio. Speriamo che questi negoziati non serviranno da paravento per lanciare atti unilaterali».
L’improvviso rasserenamento che ha salvato in qualche modo il summit dal naufragio non fuga, come si vede, i dubbi del Cremlino.
Darà seguito Bush alla promessa?
Gli alti comandi di Mosca sono giunti alla ferma conclusione che gli antimissili che gli USA vogliono piazzare in Polonia e Cekia sono integrati in un formidabile piano di spiegamento-accerchiamento già in corso, che si propone di dare agli americani, entro cinque anni, la capacità di primo colpo nucleare contro la Russia.
Li preoccupano i missili da crociera Tomahawk di nuova generazione, con 3.500 chilometri di raggio e con velocità altissime, non intercettabili; ancor più li allarma il fatto che, negli ultimi tre anni, «oltre seimila» di questi missili siano stati piazzati sulle piattaforme navali americane che navigano ai margini della Russia.
Già da soli, bastano ad incenerire tutti i bersagli strategici sul suolo russo.
La concentrazione sorniona di forze navali così armate nel mar di Barents e nel Baltico è in grado di azzerare in un colpo solo i missili russi nei silos e i lanciatori mobili ICBM, i sottomarini con missili balistici e le squadriglie strategiche, devastando nello stesso tempo anche i centri di comandi e di difesa missilistica, le basi navali e il sistema di comunicazioni.
Tanto più che i russi, che hanno creduto alla distensione, hanno ridotto drasticamente le loro armi da guerra totale: hanno il 40% in meno di bombardieri strategici, il 60% in meno di missili intercontinentali, l’80% in meno di missili balistici su sommergibili  rispetto all’era sovietica.
Mentre loro smantellavano, il Pentagono riarmava.

Il radar che gli USA vogliono posizionare in Cekia, con 4 mila chilometri di raggio, determinerebbe la traiettoria dei missili balistici russi in pochi secondo dal lancio (anziché in diversi minuti occorrenti ai sistemi satellitari e di sorveglianza navale) praticamente eliminandoli al suolo.
Dopo la prima volata, gli americani avrebbero la possibilità di un secondo colpo da assestare con gli aerei dalle portaerei, prendendo di mira le forze di terra e le industrie militari.
«La probabilità di un simile scenario è molto alta», ha scritto sulle Izvestia l’esperti militare Mikhail Volzhensky: «Ci ricordiamo dell’Afghanistan, della Jugoslavia e dell’Iraq, dove le operazione americane sono cominciate con l’uso concentrato di missili da crociera a lungo raggio… per questo percepiamo lo spiegamento degli antimissili ABM in Europa come lo sforzo di distruggere unilateralmente l’attuale bilancio di forze».
A rafforzare i sospetti di Mosca c’è il fatto che, nonostante i sorrisi delle ultime ore, Bush non ha esitato a firmare un decreto e fondi per accelerare l’accessione di Ucraina e Georgia alla NATO; e che non ha alcuna intenzione di far decadere le sanzioni commerciali concepite nel 1974 in funzione anti-sovietica (legge Jackson-Vanik): strano, mentre si proclama che «la guerra fredda è finita».
Né è sfuggito che Bush ospiterà il presidente estone Ilves alla Casa Bianca il 25 giugno, poco prima di incontrare Putin su sua richiesta il 1 luglio alla residenza estiva  di Kennenbunkport.
Il 16 aprile scorso, il Dipartimento di Stato, nel suo «Strategic plan for the fiscal year 2007-2012» ha proclamato fra le priorità di Washington nei prossimi cinque anni quella di contrastare
«il comportamento negativo» della Russia; e subito ha reso noto di aver fornito sostegno finanziario agli elementi ostili a Putin (i «democratici») all’interno della Russia.
Un chiaro atto di ostilità che mostra come sono nate le «spontanee» rivoluzioni colorate.
Il 17 maggio, la Camera americana ha radunato la stampa per una conferenza stampa dal titolo:
«La Cortina di Ferro ricostruita».
Il relatore Tom Lantos si è dichiarato «profondamente disturbato dalla sua (di Putin) abitudine alla violenza e alla repressione dei dissidenti, dei giornalisti indipendenti e di chiunque gli si opponga. La tattica russa sotto il colonnello del KGB ora al Cremlino porta il Paese indietro al passato autoritario».
Lantos, dopo aver chiarito che s’era consultato con Condoleezza Rice prima del discorso, ha di fatto accusato Putin per l’assassinio della Politkovskaya e di Litvinenko.
Come spiegare dunque il repentino atteggiamento «costruttivo» di Bush al G8?
Forse uno dei motivi è la Cina.

Pechino, fino a ieri, ha guardato con scettico sospetto alle schermaglie di Putin «anti-americano», evidentemente pensando ad un gioco delle parti.
Ma da qualche settimana, sempre più frequenti articoli sui giornali cinesi hanno cominciato a parlare di un’America «che ficca il naso nelle faccende interne della Russia», storie su come sono state fabbricate le rivoluzioni dei colori, e su come gli USA perseguano «l’egemonia tecnologica» e la «sicurezza totale».
Il 9 maggio, il Quotidiano del Popolo ha scritto: Washington «sta senza dubbio prendendo di mira la Russia».
Scartata come falsa la scusa di Washington (difendersi da missili iraniani e nord-coreali), il giornale del partito poi, il 18 maggio, ha aggiunto che «il progetto è interamente e direttamente diretto sia alla Russia sia alla Cina», in pratica affiancando Putin contro il comune pericolo.
Il fatto è che Pechino ha reagito al dispiegamento di antimissili USA in Giappone ed in Australia, supportati dai radar XRB che, con un raggio di 4 mila chilometri, sono in grado di rilevare il lancio di missili cinesi dalla base interna dello Shanxi.
Questo e gli ABM in Polonia sono «le due ali» di un solo piano, ormai, anche per i cinesi.
E quindi, segnalano che il prossimo summit dello SCO (Shanghai Cooperation Organization) che si terrà in Kirghizistan in agosto sarà l’occasione «per coordinare le politiche» russo-cinesi riguardo a questa minaccia.
Un altro motivo dell’atteggiamento di Bush può essere stata l’opposizione sorda degli europei. Londra e Varsavia (e i Barroso e i Solana a Bruxelles)  l’hanno spalleggiato, partecipando al linciaggio mediatico di Putin (e così i giornali italiani).
Ma sia Angela Merkel sia Kuchner, il ministro degli Esteri di Sarkozy, non si sono dimostrati così amici come la Casa Bianca credeva.
«Anche quando siamo in disaccordo, è indubbio che la Russia sia un partner», ha detto la prima.
E il secondo ha sottolineato un po’ troppo che gli ABM in Polonia sono «un progetto bilaterale» fra Washington e Varsavia, non integrato nella NATO.
L’atteggiamento dei due può essere stato suggerito dalle rispettive federazioni industriali.

Il 22 maggio scorso Gaz de France, la EON Ruhrgas tedesca e la nostra ENI - che hanno in corso negoziati per accordi stabili a lungo termine, che contemplano scambi incrociati di mercato con Gazprom - hanno messo in guardia contro una retorica che rischia di accrescere le tensioni con Mosca.
Washington deve aver ritenuto necessario non far naufragare la Merkel insieme a questo G8 già abbastanza vacuo e paralitico, dove signori delle «potenze mondiali» si sono riuniti a celebrare, con la lingua di legno edulcorata della diplomazia europeide, l’esaurimento delle loro capacità decisionali.
La Merkel sarà utile per un’altra volta; Sarkozy deve ancora essere messo al passo.
Almeno, Bush ha concesso una dolcificata ammissione che sì, l’effetto serra c’è, e che sì, bisogna  fare qualcosa, magari nel 2050… nessun impegno di fatto, ma «costruttivo» nel senso del conformismo eurocratico, ma tale da far cantare la Merkel al «grande successo».
Intanto, ha guadagnato tempo.
Il riarmo continua (il Pentagono ha ormai un budget di mille miliardi di dollari).
E’ da vedere se alla fine accetterà l’offerta del radar azero.
Forse no.