C’è da credergli a Darwin, quando
parlando di sé stesso scrive di “essere molto
portato a inventare coscienti bugie. E sempre allo scopo
di provocare movimento”. E pure quando ricorda più
volte, ponendola tra le doti alla base del suo “successo
come scienziato”, la sua “buona dose di inventiva”
(Autobiografia).
Nell’esporre la sua ipotesi di un evoluzionismo trasformista,
infatti, Darwin non solo ignora i meccanismi dell’ereditarietà,
al punto da non degnarsi nemmeno di leggere uno scritto
inviatogli dal povero monaco Gregor Mendel, ma costruisce
un’ipotesi sull’uomo fondandosi solo sulle affinità
morfologiche, fisiologiche, e secondo lui psicologiche,
con altri mammiferi.
Come se la somiglianza tra una moto e una bicicletta, o
tra una poesia di dante e una ricetta di cucina, bastassero
a dimostrare la derivazione delle prime dalle seconde.
In verità Darwin non ha prove paleontologiche, e
si limita a ritenere che un giorno verranno scoperti i famosi
anelli mancanti, intermedi, testimonianze della transizione
graduale da una specie all’altra.
Tali anelli sono stati cercati, ma il risultato sembra essere
solo l’accumularsi di errori, di casi incerti, oltre
che di falsi ideologici certi, come l’uomo di Piltdown,
o molto probabili, come l’uomo della Cina o Sinatropo.
Dopo un secolo di ricerche, la realtà è che
siamo ancora in alto mare.
Secondo due autorevolissimi paleontologi, entrambi evoluzionisti,
Stephen Jay Gould e Niles Elredge, infatti, “gli anelli
semplicemente non esistono, e l’evoluzione non sarebbe
il risultato di tante piccole variazioni graduali, come
per Darwin, ma di cambiamenti bruschi, seguiti da lunghissimi
periodo di stabilità” (Mariano Antigas, “Le
frontiere dell’evoluzionismo”, Ares).
Basterebbe riflettere su posizioni così antitetiche,
quelle di Darwin e quelle di Gould, per comprendere come
le “certezze” della macroevoluzione siano assolutamente
risibili. Anche a Darwin, per tornare alla sua inventiva
vengono attribuite falsificazioni volontarie: parte delle
foto utilizzate a sostegno della sua tesi vennero truccate,
su sua esplicita richiesta, dal fotografo Rejlander (www.disf.org).
Il maestro, per il vero, sembra sia stato ben imitato: oltre
ai falsi già ricordati, si possono ricordare quelli
del suo apostolo, Ernst Haeckel, già denunciati da
A. Brass e A. Gemelli nel 1911, e quelli di P. kemmener,
deprecati da un darwinista eccellente come il genetista
italiano G. Montalenti nel suo “elementi di genetica”.
Ma non è solo qui che l’inventive di Darwin
sembra brillare particolarmente: E’ dovendo indicare
il meccanismo dell’evoluzione, infatti, che egli ci
offre il meglio di sé e della sua “scienza”
non sperimentale: incapace, cioè, come ha scritto
il fisico Antonio Zichichi, di rigore, di riproducibilità,
di basi matematiche e di “predire il valore esatto
dei tempi che caratterizzano l’evoluzione umana”;
incapace, come aggiunge Pietro Omodeo, di fare previsioni,
e cioè di “ricavare applicazioni pratiche”.
Cosa fa Darwin? Attribuisce tutto a tre fattori vaghi e
indefiniti, e per questo poetici assai, come la selezione
naturale, di cui si scrive che “il suo potere non
ha limiti creativi” (proprio al pari del Creatore!),
il tempo, che sembra assumere lo stesso ruolo delle fate
con la bacchetta magica, e il Caso, altro personaggio-deità
sfuggente, essendo indefinibile, un non ente non causante,
eppure caricato di compiti straordinari.
Ma perché attribuire trasformazioni così complesse,
dalla larva all’uomo, al tempo e al caso? Semplicemente
per negare il finalismo, un disegno intelligente, l’unità
di disegno sostenuta da tutti i più grandi scienziati
e filosofi della storia; fino all’800, il “secolo
stupido”! Appunto quello di Darwin, ma potremmo citare
Marx, Engels e molti altri!
Siamo chiaramente di fronte a una posizione ideologica (il
contrario dello spirito scientifico) che traspare anche
dalle affermazioni di quanti, da Haeckel a Montalenti a
Dawkins sostengono che tutto, nella sua armonia e complessità,
“ha l’apparenza di essere stato progettato per
uno scopo”, ma solo l’apparenza!
E’ così che, negando l’evidenza, al solo
scopo di accantonare Dio, si finisce per appellarsi agli
extraterrestri, come fa lo scopritore della struttura del
DNA, il Premio Nobel Francio Crick, allorché scrive:
“L’origine della vita appare quasi un miracolo,
tante sono le condizioni che hanno dovuto esser soddisfatte
perché essa potesse aver avuto inizio”.
Un miracolo?
Sì, ma grazie ai “microrganismi in una qualche
navicella spaziale da una civiltà extraterrestre”!?!
(F. Crick, “Life itself”).