Autore: Paolo Possenti
Fonte: www.effedieffe.com
Pubblichiamo l'introduzione al capitolo XXI
del III volume (Gli Stati regionali) di «Le radici degli
italiani», di Paolo Possenti, Effedieffe edizioni, 2001.
Dopo la sconfitta di Prevesa gli spagnoli avevano
tentato più volte di porre un freno alle scorrerie dei
barbareschi del nord-Africa passando anche alla controffensiva.
Se la spedizione contro Tunisi non aveva dato grandi risultati,
quella contro Algeri era stata invece un vero disastro. Solo
lìaccorta politica di Andrea Doria ed i prudenti consigli
dati allìimperatore, aveva evitato che l'irruenza e l'impreparazione
di alcuni ufficiali spagnoli senza esperienze nelle cose navali
provocasse un disastro anche maggiore.
Lo stesso imperatore aveva rischiato di essere catturato e si
era dovuto ritirare precipitosamente, invano scongiurato dall'eroico
conquistatore del Messico, Cortes, di resistere.
Il Mediterraneo era diventato sempre più una frontiera
calda e la guerra si era trascinata latente su tutti i fronti
per molti decenni con crudeltà inaudita da parte dei
turchi e rappresaglie spietate da parte soprattutto degli Stati
italiani che di volta in volta li avevano affrontati.
Il granduca di Toscana aveva costituito un ordine apposito quello
di santo Stefano per combattere i musulmani ed aveva ottenuto
dei successi notevoli.
Anche Andrea Doria negli ultimi anni della sua lunga vita aveva
dedicato le sue energie migliori e la propria intraprendenza
sul piano militare per cercare di contrastare e di respingere
la minaccia turca e barbaresca nel Mediterraneo centrale. Non
va dimenticato infatti che la Turchia si muoveva alla testa
di una poderosa coalizione. Non solo essa poteva contare su
forze di terra che reclutava nel cuore della Turchia stessa,
nei Balcani e fra i popoli ancora semiselvaggi delle steppe
euro-asiatiche, ma anche sulla capacità marinara delle
popolazioni del Mediterraneo orientale, centrale e meridionale.
Greci, siriani, egiziani, tunisini e algerini erano arruolati
volenti o nolenti sulle navi del sultano per servire come marinai
e soldati. L'impero turco aveva una compattezza sconosciuta
agli Stati cristiani divisi da rivalità e sempre indecisi
sulle soluzioni da prendere.
Proprio queste indecisioni e divisioni avevano causato agli
spagnoli ed agli italiani gravi sconfitte.
In queste imprese sfortunate avevano lasciato la vita un gran
numero di nobili e di soldati italiani, sia dei regni legati
alla Spagna, che provenienti dai territori della Chiesa e del
granduca di Toscana. La situazione poi si era fatta insostenibile
con l'ascesa al trono di Selim II.
Il nuovo sultano piccolo, brutto, dedito al vino e a varie droghe
aveva però un carattere aggressivo e pugnace, ed una
astuzia istintiva nelle cose politiche.
Egli aveva compreso che le divisioni fra gli italiani e le guerre
di religione avevano indebolito l'Europa e decise di muovere
all'attacco.
Il primo colpo lo sferrò contro quello che gli sembrava
giustamente il nemico principale cioè Venezia.
La Serenissima aveva cercato negli anni precedenti di tenere
una politica di convivenza pacifica con i turchi. Rientrava
del resto negli interessi della stessa economia turca quello
di poter commerciare con l'Occidente attraverso Venezia e poter
introdurre nuove tecniche industriali e agricole che si erano
sviluppate in Occidente. Ma le ragioni della politica e dell'ideologia
avevano sempre la precedenza in uno Stato a struttura tirannica
e militare, quale era sempre stato l'impero turco.
In tal modo i turchi erano ben consapevoli che solo eliminando
la potenza navale veneziana e quella rete inestricabile di fortificazioni
e di interessi che Venezia aveva creato nell'Egeo, avrebbero
potuto iniziare con
successo una nuova avanzata nei Balcani e verso l'Italia.
Finché Venezia avesse dominato il Mediterraneo i cavalieri
di Malta avrebbero potuto muoversi liberamente e gli spagnoli
avrebbero potuto attaccare con successo i centri musulmani dell'Africa
settentrionale.
Occorreva perciò togliere di mezzo per sempre il potere
di Venezia; occorreva soprattutto eliminare il suo potere sulle
grandi isole di Cipro e di Candia.
Le isole Jonie poi erano una costante potenziale minaccia per
la Grecia e l'Albania ormai turche e la stessa Dalmazia impediva
il sospirato sbocco al mare dopo la conquista turca della Bosnia
e dell'Erzegovina.
Il tentativo turco di avere una salda posizione nell'Adriatico
era stato sempre rintuzzato con successo dai veneziani se pure
a prezzo di terribili guerre e di perdite umane gravissime.
Quando perciò i turchi decisero di riprendere l'offensiva
iniziarono con l'attacco al più lontano e al più
importante dei possedimenti veneziani, Cipro.
Nel 1569 una flotta turca numerosissima si mosse vero l'isola
ed il sultano senza tanti preamboli intimò a Venezia
di sgomberare Cipro. Il messaggio era redatto in termini brutali.
Vi si diceva: «Vi chiediamo Cipro che dovete darci per
amore o per forza. Se rifiuterete, la nostra terribile spada
vi colpirà e vi sarà guerra ovunque e non potrete
nemmeno sperare nel vostro tesoro, perché ve lo faremo
sfuggire di mano come un torrente».
Cipro stava però molto a cuore ai veneziani. Era un centro
vitale per il commercio con il Levante e produceva notevoli
ricchezze.
Tuttavia il Senato veneto era desideroso sinceramente di mantenere
i commerci e molti sostenevano una politica di compromesso a
tutti i costi.
Tuttavia di fronte alla brutalità di questo messaggio
nessuno a Venezia osò parlare ancora di pace. Così
invece di rispondere ai turchi, i veneziani comandarono ad Astorre
Baglioni, della famosa casata perugina (che insieme all'Umbria
e alle Marche aveva dato tanti comandanti e soldati alla repubblica
veneta) di prepararsi all'assalto turco. L'esercito ottomano
sbarcò in forze sull'isola, dotato di una forte artiglieria
pesante, di moderne armi da fuoco e con artificieri che ormai
sapevano usare armi da fuoco e polvere da mina. Dopo un assedio
di due mesi la capitale Nicosia fu presa d'assalto.
Era il 9 settembre 1570 - migliaia di cristiani vi furono trucidati
e migliaia ridotti in schiavitù.
Dopo una furibonda resistenza il presidio fu sterminato fino
all'ultimo uomo.
Sul bastione Podearo il comandante delle armi Francesco Palazzi
di Fano, con il figlio Giovanni Maria e tre generi (!) tutti
capitani, morirono con le armi in pugno facendo strage di turchi
(erano quasi tutti del contado di Fano e di Pesaro). Gli Ottomani
si diressero quindi verso l'altra città cipriota che
ancora opponeva resistenza, Famagosta governata da Marcantonio
Bragadino. Per spaventare i veneziani i turchi inviarono al
difensore di Famagosta la testa recisa di Nicolò Dandolo,
il governatore di Nicosia.
Tuttavia Bragadino non si lasciò impressionare e intensificò
ancor più gli sforzi per la difesa assieme al suo fedele
comandante delle armi Astorre Baglioni.
Lo sosteneva anche la speranza che le potenze cristiane potessero
accorrere in suo aiuto. La resistenza opposta dai difensori
fu indomita e disperata e confermò ancora una volta lo
straordinario valore dei soldati e marinai veneti e dei volontari
arruolati da Venezia in tutta l'Italia.
Con grande valore si batterono anche le truppe mercenarie venute
dal Tirolo e dalla Slavonia.
Ma disperando di poter avere rinforzi Bragadino fu costretto
a capitolare.
Era rimasto con 500 uomini validi contro 50.000 turchi.
L'accordo sembrava molto onorevole.
I soldati veneziani sarebbero stati trasportati su navi turche
fino all'isola di Creta e gli abitanti li avrebbero potuti seguire
nell'esodo oppure rimanere. In questo caso avrebbero potuto
continuare a professare la loro religione. Ma appena i vincitori
ebbero in mano la fortezza e i reduci, quasi tutti feriti, furono
disarmati, Mustafà non potè rassegnarsi al fatto
che un presidio così piccolo avesse potuto opporre una
tale resistenza. Rinnegando i patti diede l'ordine del massacro.
Per dieci giorni Marcantonio Bragadin dovette subire atroci
torture che sopportò con coraggio sovrumano.
Fu poi portato sulla piazza della città, denudato e scuoiato
vivo.
La sua pelle riempita di paglia fu alzata per volere di Mustafà,
l'infame comandante turco, in cima all'albero della capitana
come macabro trofeo di guerra.
Quando Pio V seppe la tragica notizia scoppiò in lacrime.
Ma a Venezia e in gran parte d'Italia questo episodio suscitò
uno scoppio di furore che indusse un numero sempre maggiore
di nobili e di popolani ad arruolarsi nelle truppe che sotto
l'impulso soprattutto del Papa si stava radunando sotto le insegne
dei vari prìncipi cristiani.
La Santa Lega contro i turchi occorre dirlo fu una coalizione
soprattutto composta da italiani.
Erano italiane le navi e le truppe mandate dallo Stato pontificio,
quelle di Venezia, gran parte delle truppe di Malta, e quelle
del granducato di Toscana.
Partecipavano le repubbliche di Genova e di Lucca, i Farnese
di Parma, i Gonzaga di Mantova, i Della Rovere di Urbino, gli
Estensi di Ferrara e il duca di Savoia.
Per la Spagna vi parteciparono soprattutto
i regni di Napoli e di Sicilia, nonché la flotta genovese
di Giannandrea Doria, pagata dagli spagnoli.
Le truppe che gli spagnoli stessi mandarono sul campo erano
in gran parte arruolate nel meridione d'Italia, anche se il
loro comandante era il valoroso don Giovanni d'Austria, figlio
naturale di Carlo V.
Senza quindi togliere nulla al peso della decisione spagnola
di partecipare alla Lega va ricordato che solo 12 (dodici) navi
con l'intero equipaggio spagnolo erano giunte dalla Spagna su
un totale di 238 navi.
Dopo una serie di gravi contrasti si riconobbe un primato d'onore
nel comando a Marcantonio Colonna comandante delle navi del
Papa ed un comando effettivo a don Giovanni d'Austria. Tuttavia
questi era obbligato ad eseguire ciò che era stato deliberato
a maggioranza dal consiglio di tre capitani.
Tale consiglio era formato dallo stesso don Giovanni, da un
veneziano e da un pontificio. Comandante in capo veneziano era
Sebastiano Venier e dei pontifici Marcantonio Colonna.
E fu grande fortuna per tutti che la vera direzione strategica
della battaglia passasse nelle mani di un ammiraglio dell'esperienza
e del valore del grande Venier.
La flotta cristiana, che si era data appuntamento nel porto
di Messina, contava 202 galere, 6 galeazze e 30 navi minori.
Aveva 74.000 uomini e 1.815 cannoni.
Il piano strategico elaborato dai veneziani fu infine accettato
da tutti.
Al centro dello schieramento erano destinate le sei galeazze,
grosse navi da guerra veneziane, corazzate e irte di cannoni.
Questa nuova tecnica dell'impiego massiccio dell'artiglieria,
ideata dal Venier, fu la chiave di volta del successo della
flotta cristiana. In questa fase dei preparativi a don Giovanni
D'Austria va il merito
grandissimo di avere resistito ai tentativi degli spagnoli che
chiedevano di evitare lo scontro.
Don Giovanni dovette usare tutta la sua autorità per
impedire la defezione di alcune navi comandate da ufficiali
spagnoli. Il consiglio dei capitani dopo aver destinato al comando
dell'ala destra l'ammiraglio genovese Giannandrea Doria, affidò
l'ala sinistra al veneziano Agostino Barbarigo.
Il centro fu affidato al romano Marcantonio Colonna, che aveva
anche l'onore di alzare lo stendardo papale, e quel che più
conta al veneziano Sebastiano Venier, il vero genio militare
di questa battaglia.
La flotta cristiana puntò allora contro l'armata navale
nemica che era apparsa nella rada di Lepanto. Con le navi barbaresche
la flotta turca era forte di 282 navi, 88.000 uomini e 750 cannoni.
Al comando dei turchi era l'esperto condottiero e marinaio Kapudan
Pascià.
Gli ottomani erano più numerosi e sotto un comando unitario
molto più efficiente; tuttavia non erano stati al passo
con la progredita tecnica militare dell'Occidente ed erano,
specie sul piano dell'artiglieria navale, nettamente inferiori.
La strategia di questa battaglia si impiantò su uno schema
tradizionale di combattimento ordinato allo sfondamento del
centro.
Le due armate erano decise alla distruzione l'una dell'altra
e animate da un odio profondo.
Gli italiani in modo particolare, che avevano dovuto subire
le angherie e le aggressioni brutali delle navi barbaresche,
erano veramente decisi, come traspare da tutti i documenti,
a vincere o a morire. Era ben chiaro infatti ai loro occhi che
cosa sarebbe successo se non avessero vinto.
Va ricordato anche che in questa battaglia fu schierata da una
parte e dall'altra la più grande armata che si fosse
mai vista sul mare e probabilmente per numero di uomini e di
navi da una parte e dall'altra questo scontro rimane a tutt'oggi
la più grande battaglia navale della storia.
Non vi furono in effetti altre battaglie navali che abbiano
impiegato un numero così elevato di uomini e di navi,
che abbia causato un numero più elevato di morti da una
parte e dall'altra e un risultato altrettanto
determinante per la storia dell'umanità.
Le due armate si avvistarono all'imbocco del golfo di Lepanto
la mattina del 7 ottobre 1571.
A mezzogiorno iniziò la battaglia.
Furono le navi turche ad attaccare per prime estendendosi a
forma di mezzaluna allo scopo di avvolgere il nemico, ma il
progetto non potè essere realizzato perché le
sei galeazze venete dell'avanguardia con le loro grosse artiglierie
ruppero l'accerchiamento. Fallito il tentativo turco di poter
sopraffare il centro della flotta
cristiana, la lotta si spezzettò e la continuità
del fronte venne meno.
In più punti si crearono delle mischie furibonde e la
nave ammiraglia turca che si trovava al centro cercò
di lanciarsi contro quella di don Giovanni d'Austria, ma in
suo soccorso venne tempestivamente quella del principe romano
Marcantonio Colonna, che innalzava il vessillo di santa romana
Chiesa.
Dopo una feroce mischia Ali Kapudan Pascià fu ucciso
e la sua nave catturata.
Fu un primo decisivo successo.
Ma un altro decisivo scontro si svolgeva fra veneti e turchi
all'ala sinistra dello schieramento.
Qui era infatti concentrato il grosso della squadra veneziana,
e qui i turchi continuarono lo sforzo maggiore per tentare una
manovra di aggiramento.
Comandante dei veneziani era l'esperto ammiraglio Agostino Barbarigo
che compì prodigi di valore.
Ma colpito mortalmente all'occhio destro da una freccia turca
cadde riverso sul ponte della sua nave.
Non morì subito nonostante l'atroce ferita che gli aveva
attraversato la testa.
Gli ufficiali gli furono attorno e lo scongiurarono di lasciarsi
portare al riparo, ma egli non volle abbandonare il suo posto
in quel momento drammatico.
Continuò a impartire ordini finché non ebbe la
certezza della vittoria della sua squadra.
Infine si lasciò accompagnare nel suo alloggio ove si
tolse da solo la freccia dall'occhio e si dispose a morire cristianamente.
Gli episodi di coraggio e di valore furono innumerevoli e certamente
questa battaglia resta una delle pagine più luminose
della storia militare d'Italia non solo perché fu vittoria
essenzialmente italiana, ma perché vide almeno per una
volta tutti gli Stati italiani veramente uniti.
La battaglia fu decisiva non solo per la storia del Mediterraneo,
ma fu anche un successo definitivo contro l'avanzata dell'islamismo,
iniziata all'epoca degli arabi.
Significò infine anche una battuta d'arresto dell'avanzata
turca nei Balcani a vantaggio delle potenze europee ed in modo
particolare dell'Austria.
Un secolo più tardi, i turchi tornarono all'attacco,
ma non ebbero più, specie sul mare, quello slancio e
quella capacità di penetrazione che avevano dimostrato
nei secoli precedenti.
Infatti solo il dominio nel Mediterraneo avrebbe consentito
loro di portare la guerra in Europa senza essere bloccati dalla
minaccia costante di una controffensiva veneta in Dalmazia e
dal pericolo che la flotta veneta potesse loro tagliare la comunicazione
fra i possedimenti d'Asia e quelli d'Europa nei Dardanelli e
nell'Egeo.
Questa minaccia veneziana che si ripetè più volte
durante tutto il XVII secolo, rappresentò il vero punto
debole di ogni offensiva turca nei Balcani fino all'assedio
di Vienna.
Giustamente la grande bandiera che sventolava sull'ammiraglia
di Kapudan Pascià fu portata a Roma ed esposta nella
chiesa di Santa Maria Maggiore. In questa chiesa la grande bandiera
turca rimase circa quattro secoli quando arbitrariamente Papa
Paolo VI la riconsegnava ai turchi, rinnegando quasi il significato
morale di questa decisiva vittoria conquistata non solo nell'interesse
dell'Italia e dell'Europa ma anche dell'intera cristianità.
Certo l'Italia democristiana de secolo precedente non poteva
segnalarsi in maniera più emblematica che con questa
resa della bandiera di Lepanto e il confronto non poteva essere
più stridente con quell'Italia del grande san Pio V che
questa vittoria aveva voluto e preparato con tanta fede e coraggiosa
dedizione. Il secolo XVI che per l'Italia era iniziato con una
serie di guerre che avevano finito per limitare fortemente l'indipendenza
degli Stati regionali, si concludeva così con una grande
vittoria nazionale che aveva i contorni anche di grande vittoria
per l'Europa tutta.
Nel secolo seguente l'Italia non sarà più al centro
della grande lotta per il predominio sul continente e le battaglie
decisive per i destini d'Europa si svolgeranno in Germania.
Questo Paese prenderà anzi nel XVII secolo il triste
ruolo che l'Italia aveva avuto nel secolo precedente.
Saranno qui le guerre di religione a mascherare le ambizioni
delle grandi potenze ed a portare la Germania ad un drammatico
collasso. Ma anche per i tedeschi il secolo che si era iniziato
con tanti contrasti e tante drammatiche situazioni si concluderà
con una grande vittoria nazionale: quella conseguita dagli Asburgo
contro i turchi sotto le mura di Vienna.
Né va dimenticato che nella grande decisiva controffensiva
contro i turchi emergeranno accanto a tanti capitani tedeschi
un numero grandissimo di italiani, che lasceranno la loro vita
nelle pianure del Danubio per difendere il nord Europa dal secolare
nemico.
Chi ne dubitasse legga al museo dell'esercito austriaco-viennese
le tavole marmoree dei colonnelli di reggimenti caduti in battaglia
e rilevi quanto numerosi siano proprio gli italiani.
Non sarà quindi un puro gioco del destino a porre due
grandi condottieri italiani alla testa degli eserciti tedeschi
ed europei che si opporranno a questa grande avanzata islamica:
il conte Raimondo Montecuccoli e il leggendario principe Eugenio
di Savoia.
Queste grandi guerre sul fronte meridionale ed orientale durate
due secoli non serviranno solo a tutelare gli interessi nazionali
degli italiani e dei tedeschi, ma soprattutto a creare uno schermo
meridionale allo sviluppo atlantico e mondiale di nazioni come
la Francia, l'Olanda e soprattutto l'Inghilterra.
Fu certo strana ironia della storia e se si vuole vera ingiustizia
quella che negherà all'Italia e alla Germania la presenza
nei nuovi continenti dopo essere state le protagoniste della
difesa dell'Europa contro tanti nemici asiatici.
Questa esclusione era anche più paradossale e ingiusta
per l'Italia che tanto contributo aveva dato alla scoperta dell'intero
orbe terraqueo.
Paolo Possenti
«Il popolamento dell'Italia» (cap.
II)
«Gli Etruschi» (cap. III)
«La stirpe romana» (cap. VII)
«La conquista della Valle Padana» (cap. XI)
«Germani, Cimbri e Teutoni» (cap. XVI)
«L'Impero di Augusto» (cap. XXVI)
«L'esercito romano - prima parte» (cap. XXXIII)
«L'esercito romano - seconda parte» (cap. XXXIII)
«Le province dell'Impero romano» (cap. XXXIV)
«Valentiniano III » (cap. XXXIV)
«I Longobardi (200 anni di storia italiana)» (cap.
II 2° vol.)
«Venezia» (cap. IV 2° vol.)
«Stato della Chiesa e lotta contro i musulmani»
(cap. VII prima parte 2° vol.)
«Stato della Chiesa e lotta contro i musulmani»
(cap. VII seconda parte 2° vol.)
«Stato della Chiesa e lotta contro i musulmani»
(cap. VII terza parte 2° vol.)
«I Normanni» (cap. XI 2° vol.)
«Le Crociate difesa dell'Occidente» (cap. XIV 2°
vol.)
«Origine e ascesa di Genova» (cap. XIX 2° vol.)
«La scoperta della terra» (cap. XI 3° vol.)
«Matteo Ricci» (cap. II 3° vol.)
«Bartolomeo Liviani conte D'Alviano» (cap. III 3°
vol.)
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