Maurizio Blondet
Fonte: http://www.effedieffe.com/
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LONDRA - Allegria. «Questo disastro non è previsto
per un tempo lontano, da fantascienza, ma nel corso della nostra
vita», ha detto Tony Blair.
«E se non agiamo subito, non in un lontano futuro ma subito,
le conseguenze, disastrose come sono, saranno irreversibili».
Commentava ovviamente il voluminoso rapporto da lui stesso commissionato
a sir Nicholas Stern, già economista alla Banca Mondiale,
sul riscaldamento del clima.
Nulla di veramente nuovo nel rapporto - le previsioni di alluvioni,
città che affondano nel mare, siccità e geli,
perdita permanente di raccolti, affollarsi di centinaia di milioni
di profughi in mostruose megalopoli, guerre di sopravvivenza
per l'acqua e il cibo scarso - se non due elementi.
Il primo, il senso d'urgenza: i cataclismi avverranno già
entro il 2015, fra un decennio.
Il secondo, è che il rapporto Stern esamina l'impatto
economico dei cambiamenti climatici: ci costeranno il 20 % del
prodotto lordo mondiale, una recessione spaventosa; per scongiurare
il collasso, «basterà» spendere l'1 % del
PIL globale in uno sforzo coordinato internazionale di riduzione
delle emissioni di carbonio.
In tal caso, l'economia planetaria potrà persino crescere.
Anzi, una volta imposto un giusto quadro giuridico, il «mercato»,
con la mano invisibile, fornirà spontaneamente i rimedi.
Anzi si aprono notevoli «opportunità di business
nelle tecnologie a bassotasso di carbonio», un giro d'affari
che potrebbe toccare i 500 miliardi di
dollari nel 2050.
Intendiamoci, il riscaldamento del pianeta è un fatto
innegabile. Lo può confermare chiunque, avendo sorvolato
le Alpi vent'anni fa ed oggi; ha visto il candido mare di ghiaccio
cedere a desolazioni di terrose guglie afghane.
Le nostre estati sono più torride, gli inverni continentali
più freddi e asciutti. Qua e là, nel blocco continentale
eurasiatico, abbiamo visto fiumi prosciugarsi con sinistra velocità.
In Australia già la desertificazione ha ridotto i raccolti
drammaticamente. La corrente del Golfo, il grande vettore termico
del pianeta, rallenta: nel
novembre 2004 si è completamente fermato per una decina
di giorni.
E tuttavia ci si deve chiedere perché il rapporto Stern
venga lanciato proprio adesso.
Perché tutti i media lo amplificano con le stesse parole,
come a un segnale convenuto.
E perché a gestire le dure e grandiose misure economico-politiche
che raccomanda si proponga Tony Blair, un leader in uscita,
dal carisma esaurito, detestato dal suo popolo per la guerra
in Iraq e l'asservimento alla Casa Bianca di Bush.
Perché deve essere chiaro ciò che le politiche
anti-climatiche raccomandate prevedono per l'intera umanità:
l'arretramento pianificato dei livelli di vita, e la fine del
capitalismo ultraliberista.
Tornerà necessario attuare le produzioni vicino ai luoghi
di consumo, anziché importarle dall'altro capo del mondo,
ed è la fine della globalizzazione. Occorrerà
tornare a puntare, anziché sulla «interdipendenza»,
sull'autosufficienza delle nazioni, ossia sull'autarchia così
detestata da Adam Smith.
La promessa d'abbondanza per tutti a basso prezzo, con cui il
capitalismo ha attratto e ingannato l'umanità, viene
rinnegata: adesso viene l'epoca dei sacrifici, della penuria,
del razionamento.
Invece della crescita senza limiti, la limitazione e il rallentamento.
Anziché il «laissez faire», il controllo
razionato delle risorse.
Invece del mercato, la gestione dirigista e autoritaria. Ecco,
forse questo è il punto.
Un programma autoritario su scala mondiale è forse quello
che tenta i capi palesi ed occulti del sistema anglo-finanziario.
Da qualche tempo, sui giornali della leadership globalista,
si nota con preoccupazione questo fenomeno: nella globalizzazione,
le classi medie dei Paesi avanzati sono le grandi perdenti.
I super-capitalisti hanno fatto profitti immensi e indebiti,
le masse cinesi o indiane hanno visto sollevare il loro livello
di vita e aumentare le opportunità.
Ma le classi medie hanno perso potere d'acquisto,
sicurezza del lavoro perché i lavori sono emigrati nei
Paesi a salari bassissimi, e la svalutazione sul «mercato»
delle loro competenze e capacità. Il posto stesso della
medio-piccola borghesia nel mondo, la sua centralità
storica, è in pericolo.
Non che lorsignori piangano sulle disgrazie della borghesia.
E' che non hanno nulla da offrirle come speranza e illusione,
se non il consiglio di rassegnarsi (mentre lorsignori si arricchiscono
a livelli scandalosi) al proprio declino.
Ma le classi medie sono state la base legittimante del potere
dell'alta finanza. Hanno risposto con entusiasmo alle parole
d'ordine che venivano dall'alto: quando l'ordine è stato
il nazionalismo, sono state nazionaliste; quando la parola d'ordine
è tornato il liberismo assoluto, hanno obbedito.
Hanno costruito per lorsignori gli imperi. hanno combattuto
le loro guerre.
Hanno sostenuto le follie dell'avventurismo finanziario più
criminale con l'onestà e la lealtà del loro lavoro
quotidiano, tecnicamente essenziale, in cambio di poco: una
prospettiva anche ipotetica e modesta di miglioramento, la convinzione
che col «progresso» e la «libertà»
i loro figli avrebbero avuto un poco più dei padri.
Nell'illusione di essere in qualche modo cooptate, collaboratrici
e non serve, nel sistema voluto dall'alto.
Ora non più.
I segnali sono imponenti.
Mai le classi medie hanno manifestato tanta sfiducia nei loro
governanti, tanto acrimonia nella loro corruzione - Emmanuel
Todd ha parlato giustamente di una loro secessione morale -
e questo segnala che, come il capitalismo terminale, anche la
«democrazia-mercato» è al capolinea: il consenso
fondamentale dei governati verso i governanti è scomparso.
La fiducia, essenziale in una civitas della libertà,
non c'è più.
E lorsignori sanno dove vanno a parare le classi medie ferite:
finiscono per darsi un'autorità, un'autarchia che mette
redini al «mercato» saccheggiatore, che impone ordine
al laissez faire selvaggio, a chiudersi nella solidarietà
di nazione, a mettere ai ceppi le oligarchie sovrannazionali,
in nome di qualche idea collettiva di equità.
Tutto ciò che viene bollato come populismo e, Dio non
voglia, «fascismo».
Ecco perché - è un'ipotesi, ma non la scarterei
- Tony Blair si candida a gestire la nuova fase: per prevenire
e impedire il cambio di leadership, che cova come desiderio
oscuro nelle classi medie sconfitte.
Dice: se ci vuole dirigismo, sarò io a farlo; se il libero
scambio non funziona più, sarà io a cambiarlo;
se c'è bisogno di un dittatore «fascista»,
eccomi, sono qui, anzi siamo qui tutti noi liberisti, alti finanzieri,
economisti monetaristi, speculatori di borsa e di derivati.
noi, noi possiamo gestire l'autoritarismo, il razionamento,
l'economia di guerra che si rende necessaria. Volete dei capi
«nazionali» e pensosi del bene della comunità
storica?
Eccoci, siamo noi.
Volete dei politici seri che vi diano dei «valori»
per resistere nell'immiserimento?
Ecco, noi vi daremo i valori.
Non cercate altri.
Così assistiamo a uno spettacolo paradossale e infinitamente
ridicolo, se non fosse tragico.
Ciò che il rapporto Stern ci dice, in fondo, è
questo: «Se avessimo un sistema economico diverso, potremmo
meglio resistere alla catastrofe di cui il nostro sistema presente
è responsabile». (1)
Insomma, gli autori del sistema radicale della modernità,
con i suoi sprechi e consumi inutili, l'ideologia del «progresso
infinito» e del PIL in crescita eterna, i fumi, gli inquinamenti,
le educazioni al desiderio che ci ha instillato la pubblicità,
sono gli stessi che ora si candidano a mettere in causa radicalmente
il sistema della modernità.
A rovesciare per noi l'abbondanza globale (che ci hanno promesso
loro) in razionamento.
A gestire il passaggio dal progresso (da loro magnificato) al
regresso, dalle magnifiche sorti alla messa sotto corte marziale
della società sotto pretesto di ecologismo.
Va notato che Al Gore, il candidato democratico del recente
passato, ha inforcato il cavallo dell'allarme climatico assai
prima del rapporto Stern: qualcuno deve averlo avvertito, che
questa sarebbe stata la nuova direttiva del ventunesimo secolo.
(2)
Ed ora, Al Gore «E' stato chiamato dal governo britannico
come consulente, perché raccomandi azioni di promozione
nella lotta al riscaldamento climatico».
Guarda caso, Londra e la city lo hanno assunto per i nuovi compiti.
Che sono tra l'altro un bel diversivo per politici che vogliano
distrarre dall'Iraq e dalle guerre presenti e future di USA
e Israele.
Ma proprio se si crede al rapporto Stern bisogna
rifiutare questo ultimo inganno.
Prima di accettare limitazioni nel riscaldamento e nell'auto,
bisognerà reclamare la fine di quelle guerre, così
inutili e così inquinanti; smascherare insomma i saltimbanchi
del liberismo autoritario. Non una sola riga, nel rapporto Stern,
è dedicata alle conseguenze psicologiche di massa di
un arretramento imponente dei livelli di vita e di un'economia
autarchica e razionata (pensate solo al crollo dell'industria
dell'auto e del suo uso, uno dei pilastri dell'edonismo liberista):
non sanno semplicemente cosa dire, cosa proporre.
Non hanno nemmeno l'idea che il riscaldamento climatico e la
sua gestione richiede la revisione dalle fondamenta di tutta
la «cultura» su cui il loro capitalismo del superfluo
è prosperato: la fede scientistica e tecnocratica, la
promessa di «felicità» per tutti intesa come
materialismo zoologico, la gioia dello shopping come oppio delle
masse. Se Stern ha ragione, decine di milioni di uomini dovranno
morire di fame, di sete e di gelo.
Altre centinaia di milioni dovranno aderire a una vita di rinuncia,
sacrificio e disciplina.
E' possibile?
E' possibile solo se si riesce ad imprimere un senso severo
del dovere, una finalità al sacrificio di tutti, nella
certezza di una condivisione leale del peso.
Ma come possono darci un fine di questo genere i Blair e gli
Stern, i costruttori di un sistema globale che non riconosce
altro senso che la finalità economica?
Il riscaldamento globale è un fatto.
Le sue conseguenze gravissime, più che probabili.
Ma con troppa facilità i gestori lo attribuiscono all'effetto-serra
dovuto alle emissioni dell'industria umana.
Questa loro diagnosi è ancora tecnicista-materialista,
e propone una soluzione tecnico-commerciale, l'adesione disciplinata
al protocollo di Kyoto, la compravendita di diritti ad inquinare.
Ciò rivela molte, troppe cose di lorsignori: primo, la
convinzione demiurgica che l'uomo industriale è il dio
di se stesso, che è stato lui a riscaldare la Terra (e
non occulti, incomprensibili fenomeni cosmici, nelle profondità
oceaniche o negli spazi siderali), e che lui può e deve,
titanicamente, controllare tali mega-cause.
Secondo, la loro incapacità di uscire dal cerchio chiuso
del pensiero che ci ha portato allo scacco ecologico-sociale
di cui ora denunciano le conseguenze.
Un pensiero sempre orizzontale, che non mette in discussione
i fondamenti della vita che ci hanno imposto, del paese dei
balocchi in cui ci hanno chiamato - e in cui ora ci stanno spuntando
le orecchie d'asino.
Se Stern ha ragione, ciò che occorre con urgenza alla
società non sono soluzioni tecniche, ma risorse spirituali
per sopportare ed affrontare il male. Non una demiurgica, ateistica
volontà di potenza, ma qualcosa di simile alla rassegnazione
cristiana, alla carità e alla giustizia; altrimenti,
non è difficile prevedere cosa avverrà: la guerra
di tutti contro tutti per l'acqua e il cibo mancanti, dei potenti
contro i deboli per strappare loro beni divenuti scarsi, degli
armati assuefatti allo shopping contro gli inermi e i miti;
la società gangsteristica di cui il «capitalismo
alla russa» è una prefigurazione.
L'intera società globalizzata può piombare nell'angoscia
nichilistica, nella privazione di senso accecante e tormentata
di «bisogni» non più soddisfatti dal «mercato».
Ora, la vera tragedia è che di tutte le risorse spirituali
che adesso ci servono ci ha privato precisamente il sistema
ultra-capitalista, iper-consumista che ora siamo esortati ad
abbandonare. Siamo troppo abituati a coprire il nostro vuoto
col mangiare e col comprare: la vita della frugalità
ci sembrerà senza significato.
La pubblicità ci ha educato ad «odiare le rinunce»:
in base a qualche speranza dovremmo cambiare e accettare?
Perciò, mi sembra, l'attribuire il cambiamento climatico
della Terra alle emissioni industriali cela una ulteriore insidia.
Altri popoli ed altri tempi, con più forza spirituale,
hanno conosciuto che le glaciazioni e i diluvi, le scomparse
di intere umanità, indicavano la chiusura di un ciclo.
Più precisamente, esse erano attribuite non al carbonio,
ma al venir meno dell'ordine interiore nell'uomo e nei governanti.
I cinesi accusavano delle alluvioni l'imperatore, che aveva
trascurato i riti o con la sua vita aveva negato l'ordine generale.
Platone attribuisce l'affondamento di Atlantide a cause simili,
cosmico-spirituali (3):
«Finchè prevalse in essi [negli Atlantidi] la natura
divina, furono ossequenti alle leggi e devoti all'elemento divino
presente in essi.
Concepivano pensieri veraci [.]; erano miti e savii così
di fronte ai casi che sopravvenivano, come nei loro rapporti
reciproci. Disdegnando tutto fuorchè la virtù,
ben poco conto facevano dei beni che possedevano. non perdevano
per la ricchezza il dominio di sé, e non commettevano
passi falsi perché, lucidi di mente, vedevano chiaro
che tutti i vantaggi materiali si accrescono con l'amicizia
reciproca congiunta alla virtù; mentre per la cura e
stima eccessiva di quei beni, periscono insieme i beni stessi
e la virtù. Ma quando l'elemento divino si estinse in
loro e il carattere umano prevalse, allora, incapaci di sopportare
la prosperità presente, degenerarono. E mentre agli occhi
di chi sapeva vedere apparvero imbruttiti, avendo perduto i
beni più belli e preziosi, agli occhi degli inetti a
scorgere la vera felicità, allora soprattutto apparvero
bellissimi e felicissimi, gonfi com'erano di ingiusta avidità
e potenza».
Fu allora che Zeus, convocati gli dèi, decise il cataclisma
e i terremoti che sprofondarono Atlante.
Non vi sembra che il greco parli di noi, di voi?
Platone avrebbe riso delle nostre speranze nei protocolli di
Kyoto.
Oggi, i più derideranno come superstiziosa la convinzione
di Platone che è lo scadimento delle virtù a provocare
i cataclismi «naturali» che cancellano i popoli
e chiudono cicli di civiltà: sono proprio i derisori,
temo, che non ci faranno sopravvivere al ciclo presente.
In questo frangente, una cosa è certa: non è di
un Blair che abbiamo bisogno.
Ci vorrebbe un Platone piuttosto.
Maurizio Blondet
Note
1) «La crise climatique fai irruption sur la scène
apocaliptique du monde», Dedefensa, 27 ottobre 2006.
2) «Gore, l'homme de Londres», Dedefensa, 30 ottobre
2006. 3) Ciò che segue è la fine del dialogo «Crizia».
Ogni parola accusa punto per punto la società ultracapitalista
attuale. Gli antichi atlantidi coltivavano «pensieri veraci»
(noi, la menzogna mediatica e pubblicitaria). Sapevano che i
beni materiali «si accrescono con l'amicizia reciproca
e la virtù» (il contrario della concorrenza selvaggia
e dell'egoismo aggressivo «imprenditoriale» o speculativo).
Quando cambiarono, gonfi di ingiusta avidità e potenza,
«apparvero bellissimi e felicissimi» mentre erano
«turpi» interiormente: proprio come la gente del
jet-set esaltata e fotografata nei rotocalchi.
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