Maurizio Blondet
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Immagini del campo profughi palestinese di Nahr al Bared, vicinissimo alla base di Kleiaat
LIBANO - Beirut, il 14 luglio (presa della Bastiglia) di 25 anni fa, anno 1982.
Al ristorante «Le Chef» ornato di bandiere francesi, nel quartiere chic di Ashrafiyeh, un tavolo ospita un pranzo di lavoro fra quattro personaggi.
Uno è Ariel Sharon.
Un altro è Raphael Eytan, capo di Stato Maggiore di Tshal.
Il terzo askenazi è Danny Yalon, uno dei capi della diplomazia israeliana.
Il quarto, il solo libanese, è Bashir Gemayel, il giovane e brillante capo della Falange maronita. Bashir era, in quel momento, il candidato di Israele alla presidenza del Libano.
Gli avevano fornito armi, condividevano con lui una certa intelligence sui palestinesi, partecipavano alle stesse uccisioni di palestinesi.
Lui stesso sapeva che doveva tutto agli israeliani, e che essi potevano schiacciarlo a volontà.
Uno dei falangisti della security, che sorvegliava la tavola e l'entrata del ristorante, ricorda benissimo: Sharon tirò fuori un foglietto e lo diede a Gemayel accompagnandolo con queste parole: «Un'ultima richiesta…».
Nel foglietto era scritta una sola parola: Kleiaat.
Sharon diede qualche istruzione a voce.
Gemayel ascoltò, annuì, disse: «Non sarete delusi, amici». Sharon era raggiante.
Ma quando Bashir Gemayel tornò al suo quartier generale ad Ashrafiyeh, numerosi dei suoi consiglieri e collaboratori lo ricordano furioso: «Una base aerea israeliana in Libano? Nemmeno un granello di sabbia di Kleiaat, a quei figli di p…».
Due mesi dopo, Bashir Gemayel moriva in quello stesso quartier generale, in un attentato esplosivo che rase al suolo l'intero edificio.
Questo episodio, raccontato dal giornalista Franklin Lamb (1), un esperto del Libano (i due suoi ultimi libri s'intitolano: «The price we pay: a quarter century of Israel's use of american weapons against Lebanon», e «Hezbollah, a brief guide for beginners») illumina gli eventi che hanno luogo in questi giorni, 25 anni dopo, dentro e attorno al campo profughi palestinese di Nahr al Bared, che l'esercito libanese ha bombardato ferocemente con il motivo di scacciare il movimento Fatah al-Islam «associato ad Al Qaeda».
Il campo palestinese si trova a non più di tre chilometri da Klieaat, la base aerea (da tempo abbandonata) su cui gli americani vogliono costruire una loro base «atta a servire come quartier generale per una forza di dispiegamento rapido della NATO, con elicotteri e unità di forze speciali».
Formalmente, la nuova base si chiamerà «Centro di Formazione dell'Armata e della Sicurezza Libanese», perché il pretesto è di servire come base d'addestramento per la truppa locale impegnata contro «l'estremismo islamico», leggi Hezbollah.
Ma va notato che il luogo è a ridosso della frontiera siriana.
La «piccola richiesta» di Sharon - oggi in coma perpetuo - sta per essere esaudita.
Con la complicità anche europea.
La pista d'atterraggio di Kleiaat non è sempre stata in disuso come oggi.
Anni fa, serviva alla Middle East Airlines per i voli interni Beirut-Tripoli.
Durante la lunga guerra civile (1975-1990), quando le strade erano di fatto interrotte, un servizio di elicotteri faceva navetta.
Nella vicina cittadina di Bibnin Akkar, sunnita e leale alla famiglia Hariri, già vedono ghiotte opportunità di affari: hotel, ristoranti, internet-cafè, discoteche.
Nell'ancor più vicino campo-profughi di Nahr al-Bared, invece, non ci sono speranze ma concreti timori: di essere sloggiati anche da lì, per fare spazio alla base voluta da Sharon.
Già la metà dei 40 mila che abitano nel campo sono stati cacciati, o sono fuggiti, nei giorni dei bombardamenti libanesi contro il fantomatico gruppo Fatah al-Islam, e tutti dicono che non sarà loro permesso fare ritorno alle loro baracche.
E' gente che è stata cacciata dalla Palestina nel 1948 e nel 1967, poi è stata ancora cacciata dalla Falange nel 1975 dal campo di Tell az-Zatar; a questi primi arrivati si sono aggiunti rivoli di profughi delle varie guerre giudaiche contro il Libano nel '78, nell'82, nel '93, nel '96 e nell'ultima, del 2006.
Secondo l'UNRWA, il commissariato ONU per i rifugiati palestinesi, di quei 40 mila almeno 10 mila (uno su quattro) si trovavano «in condizioni di miseria estrema» già prima delle bombe dei giorni scorsi.
Gli abitanti di Bibnin Akkar hanno visto arrivare, il 28 maggio, una delegazione militare composta da statunitensi, tedeschi e turchi (la NATO) ad ispezionare il luogo.
Ma già al principio dell'anno - dunque molto prima dell'apparizione di Fatah al-Islam - si è visto «personale dell'ambasciata USA» venire a constatare lo stato dell'aeroporto di Kleiaat.
E' arrivato a dare un'occhiata anche David Welch, consigliere del segretario di Stato Condy Rice, che risponde al vice-segretario di Stato Elliot Abrams, il «khazaro» che a Gaza ha armato Fatah contro Hamas.
David Welch ha stabilito da tempo proficue relazioni, in funzione anti-Hezbollah, con il druso Jumblatt, con Samir Geagea (il «cristiano») e con Saad Hariri.
Secondo Lamb, è la rete di potere di Hariri che ha formato e pagato (700 dollari mensili a combattente) il gruppo Fatah al-Islam.
Secondo i fuggiaschi dal campo-profughi, si tratta di 200-400 persone armate, apparse nel campo in ottobre 2006, e senza relazioni familiari nel campo: sono per lo più sauditi, pakistani, algerini, iracheni e tunisini.
«Non fanno altro che pregare ed addestrarsi militarmente», ha detto una donna al giornalista.
Grazie alla loro «difesa», il campo-profughi è tutt'ora pieno di cadaveri insepolti e di incendi. L'armata libanese ha sequestrato le foto e telecamere dei reporter che cercavano di penetrare nel campo per documentare la situazione. (2)
«La prima preoccupazione del governo [Siniora] e dell'armata è di evacuare i civili palestinesi dal campo e metterli fuori pericolo», ha dichiarato Saad Hariri al giornale Al-Shark al-Aswat: «Dopo, l'esercito liquiderà Fatah al-Islam. Nessuna trattativa con questi terroristi venuti in Libano ad eseguire gli ordini della Siria».
E' ogni giorno più evidente la funzione «utile» del gruppo «terrorista legato ad Al Qaeda»: del resto, da mesi Bush, profetico, metteva in guardia il Libano contro la presenza di Al Qaeda nel nord del Paese.
Ora la base NATO di Kleiaat fornirà, una volta sloggiati i profughi palestinesi, la necessaria sicurezza contro questo pericolo.
Le ricadute promesse alla popolazione locale (sunnita a schiacciante maggioranza) sono attraenti.
Ancor più per Hallibruton e Bechtel, che probabilmente si aggiudicheranno gli appalti di costruzione, per cui il Pentagono ha stanziato un miliardo di dollari.
Anche il defunto (nel noto attentato) Rafik Hariri aveva messo a suo tempo gli occhi sulla base abbandonata: maestro della speculazione edilizia, aveva intenzione di farne una zona franca commerciale ed un porto, progetto malvisto dalla Siria perché avrebbe attratto i traffici del vicino porto siriano di Latakia.
I neocon americani sono oggi i più entusiasti del progetto.
«Dobbiamo fare in modo che questa base sia costruita al più presto come punto avanzato contro Al Qaeda e gli altri terroristi (Hezbollah e Iran)», ha dichiarato Rachael Cohen, una dirigente dell'AIPAC (American-Israeli Political Affair Committee).
Il che significa che la lobby eserciterà tutta la sua potenza occulta per convincere i democratici del Congresso ad autorizzare l'enorme stanziamento, per il bene supremo di «Khazaria».
Che gli israeliani avranno accesso alla base, magari come «istruttori» per i libanesi, è cosa ritenuta pacifica da tutti gli abitanti locali.
Come ha spiegato il quotidiano di Beirut Al-Akhbar, «un simile progetto americano taglierebbe il Libano in due. Il Libano non lo autorizzerà mai. Tutte le comunità si opporranno…».
Vana speranza, probabilmente.
I giochi sono già fatti.
I palestinesi importuni già sloggiati, e mandati ad affollare altri campi.
Maurizio Blondet
Note
1) Franklin Lamb, «Lebanon and the planned US airbase at Kleiaat», Counterpunch, 30 maggio 2007.
2) Franklin Lamb, «Qui est derrière les combats dans le Nord du Liban?», International Solidarity Movement, 25 maggio 2007.