fonte: www.effedieffe.com
Goldman Sachs e i suoi prodi alla conquista
dell’Italia
La statunitense banca d’affari è, senza ombra
di dubbio, il vero centro di potere privato mondiale. È
scesa, ultimamente, più agguerrita che mai per fare
shopping in Europa e anche nella Bella Italia. Non dimentichiamo
che tra i suoi dipendenti e consulenti super pagati ha vantato
Romano Prodi, Mario Draghi e ora Mario Monti… Capintesta
dalla Goldman Sachs per l'Europa fino a pochi giorni fa
era Claudio Costamagna (ex Montedison), la cui moglie risulta
una grande finanziatrice di Prodi. Facciamo qui i nomi di
altri dipendenti di Goldman Sachs: forse non vi dicono niente
ora, ma li vedrete magari in qualche posto di sottogoverno
o «autority» del regime-Prodi. Sono: Diego De
Giorgi, Massimo Tononi, Andrea Ponti, Chicco di Stasi, James
del Favero…
1) Il super potere forte, Goldman Sachs
2) L’Italia consegnata a Goldman Sachs
3) Lo spettro delle svendite incombe sull’Eni
1) Il super potere forte, Goldman Sachs
“L’Europa è in vendita, Goldman sta acquistando”.
La statunitense banca d’affari è, senza ombra
di dubbio, il vero centro di potere privato mondiale, che
è scesa, ultimamente, più agguerrita che mai
per fare shopping in Europa. Fondata nel 1869 a Manhattan,
grazie a due immigrati tedeschi: Marcus Goldman e Samuel
Sachs, oggi, è una vera forza “imperialista”,
col dire di Vladimir Ilic Uljanov detto Lenin. La Goldman
Sachs è una vecchia conoscenza del nostro Paese.
Tant’è. Nel 1992, banchieri, finanzieri e manager
italiani, statunitensi e anglo-olandesi si incontrarono
sul panfilo della regina Elisabetta, Britannia, e discussero
del processo di privatizzazioni. Allora, si stabilì,
di fatto, lo smantellamento del capitalismo pubblico italiano
a prezzi stracciati. Guarda caso, tra i croceristi eccellenti
c’era il finanziere George Soros, super finanziere
d’assalto di origini ungheresi ma yankee d’adozione,
a capo del “Quantum fund” (diretta emanazione
del gruppo Rothschild) e protagonista di una incredibile
serie di crack provocati in svariate nazioni, potendo contare
su smisurate liquidità di diversa provenienza a volte
ignota e oscura. A giugno, Britannia navigava nelle acque
del Tirreno e tre mesi dopo, sarà settembre nero.
In quel mese, ci fu la svalutazione del 30% della lira,
facendo perdere, all’Italia, risorse, pari a 50 miliardi
di dollari. Allora, in Bankitalia, c’erano il governatore
Ciampi e il direttore centrale Dini, che fronteggiarono
il maxi attacco speculativo nei confronti della lira.
Tanto per cambiare, l’operazione fu resa perfetta,
grazie allo zampino dell’agenzia di rating Moody’s
che declassò, senza leggere e scrivere, i Bot. Chi
pagò caramente il crollo della lira, fu il risparmiatore
italiano. Al che, Bettino Craxi puntò l’indice
contro “una quantità di capitali speculativi
provenienti sia da operatori finanziari che da gruppi economici”,
parlando di “potenti interessi che pare si siano mossi
alla scopo di spezzare le maglie dello Sme”, e di
un “intreccio di forze e circostanze diverse”.
In quel periodo, il governo italiano, che usciva sfiancato
finanziariamente dalla svalutazione, avviò il processo
di privatizzazione. Come dire, la ciliegina finale. All’evento,
la Goldman Sachs non si fece trovare impreparata, visto
che ha il dono di trovarsi al momento giusto e al posto
giusto, quando in giro c’è profumo di affari.
La banca giocò, allora, un ruolo decisivo e, oggi,
corsi e ricorsi storici, sta facendo altrettanto per l’Europa,
facendo più private equality e shopping nel settore
delle infrastrutture, immobili e tecnologie. Aggiunge al
mestiere di banca d’affari, l’attività
di “compradores”, ossia rileva pezzi importanti
di attività economiche. Si serve per gli acquisti
di fondi e/o di strumenti finanziari esterni costituiti
ad hoc, accompagnandosi, però, nelle operazioni,
ad altri investitori. In questi giorni, la banca d’affari
è impegnata ad acquistare il maggiore operatore portuale
inglese, la Associated Britisch Ports, per 4 miliardi. Prima
aveva rilevato per 3,7 miliardi il 51% di una grande fetta
immobiliare della catena tedesca Karstadt. Quanto all’Italia,
Goldman Sachs è sbarcata da tempo.
Nel 2000, in Italia, fece shopping e business, avendo al
fianco il suo fondo Whitehall, nel ramo immobiliare. Comprò
dall’Eni, in via di dismissioni di rami secchi, l’area
immobiliare di 300 mila metri quadrati di San Donato Milanese
per circa 3000 miliardi di vecchie lire, dove dovevano trasferirsi
i locali della Rai di Corso Sempione. Fu il primo grande
acquisto immobiliare, ma non l’ultimo. Infatti subito
dopo ne fece altri, tra cui gli immobili della Fondazione
Cariplo nonché, con un altro big Usa, Morgan Stanely,
i patrimoni mattonari di Unin, Ras e Toro. Sul piano industriale,
la Goldman Sachs è presente nel capitale di Pirelli
Cavi, mentre, recentemente, ha fatto il suo ingresso nel
fondo Management&Capitali di Carlo De Benedetti. Nel
2001, il neo governatore di Bankitalia, Mario Draghi, quando
si dimise da direttore generale del Tesoro e da responsabile
delle privatizzazioni, passò armi e bagagli alla
vice presidenza della Goldman Sachs International. In quel
periodo, la banca d’affari svolse il ruolo di “advisor”
di Abn Amro e di Banco di Bilbao: la banca olandese ha comprato
l’AntonVeneta e gli spagnoli la Bnl. Inoltre, nel
board di Goldman Sachs ha figurato anche Romano Prodi. Al
momento, Mario Monti è l’unico italiano rimasto
nella banca d’affari come consulente. Uomini forti
per un potere superforte.
di Biagio Marzo
L’Opinione - Edizione 72 del 03-04-2006
2) L’Italia consegnata a Goldman Sachs
Nel 2005 la banca d'affari Goldmans Sachs - la stessa che
si è assicurata il dominio in Italia con Draghi governatore,
e presto se lo assicurerebbe con Prodi premier - è
stata la prima nel mondo come «consulente» in
fusioni e acquisizioni (m&a).
Mario Draghi a Bankitalia, proveniente dalla Goldman Sachs.
Mario Monti uscente dalla Commissione, è stato assunto
alla Goldman Sachs.
Romano Prodi, futuro presidente del Consiglio, nella sua
vita è entrato infinite volte a servizio della Goldman
Sachs: era lì che trovava lavoro quando usciva dal
settore pubblico italiano.
Non sarà un conflitto d'interessi? Un tantino? Poco
poco?
Ma non si può eccepire. E' vietato.
Nel quadro che ha creato Il Corriere dei Montezemolo e del
resto del salotto buono, una nuova Mani Pulite (stavolta
contro le sinistre arroccate attorno alle COOP), queste
nomine e assunzioni ci dicono che non sarà più
permesso formulare domande politicamente poco corrette,
criticare le scelte degli Illuminatissimi Fratelli.
E' la consegna dell'Italia ai poteri forti e alla banca
d'affari americana.
Chissà che miele secerne la Goldman Sachs per attrarre
così importanti maggiordomi dei poteri forti, o che
linfa secerne l'Italia, per suscitare le cupidigie della
Goldman Sachs: non abbiamo già dato, in privatizzazioni?
Gioielli industriali dell'IRI, pagati mille volte dai contribuenti
italiani, non sono già stati svenduti tutti per un
boccone di pane?
Non ha già regalato Ciampi la Nuovo Pignone, leader
mondiale, alla sua concorrente americana?
E le banche d'affari americane, Goldman Sachs, Merril Lunch
e Morgan Stanley, non hanno già incamerato allora
- quando la prima Mani Pulite rese impossibile la difesa
di quei gioielli, fu per questo che Craxi fu distrutto -
3 mila miliardi in grasse commissioni, per la loro esperienza
nelle privatizzazioni?
Chissà.
Sembra ieri quel 2 giugno 1992, quando il «Britannia»,
panfilo di sua maestà britannica, arrivò di
fronte a Civitavecchia con tutti i banchieri della City
a bordo (Warburg e Barclay, Coopers Lybrand, Barino, eccetera)
a intimare le condizioni della finanza anglo sullo smantellamento
delle partecipazioni statali.
Una torta da 100 mila miliardi, come scrisse Massimo Gaggi,
giornalista de Il Corriere che era a bordo.
Ci andò anche Mario Draghi, d'ora in poi intoccabile
e non criticabile governatore di Bankitalia. Allora era
direttore del Tesoro.
E dovette giustificarsene in audizione parlamentare: «dopo
aver svolto l'introduzione me ne andai, e la nave partì
senza di me…in questo modo evitai ogni possibile sospetto
di commistione».
Il Britannia infatti prese il largo.
In acque internazionali, su suolo britannico, gli italiani
invitati ascoltarono le condizioni.
Fatto è che Draghi, nell'introduzione, aveva lodato
le privatizzazioni così: «uno strumento per
limitare l'interferenza politica…un obbiettivo lodevole»:
lo stesso programma de Il Corriere oggi. Allora, il tecnocrate
dettava la linea politica.
Bastava: poi scese.
Restarono, fra gli altri, Rainer Masera (un altro intoccabile),
Giovanni Bazoli (Ambroveneto), Beniamino Andreatta: che
sarebbe diventato di lì a poco ministro.
Nel governo Amato, al Bilancio; nel governo Ciampi agli
Esteri, nel governo Prodi alla Difesa.
Un coccolone ha impedito al Beniamino tecnocratico di ricoprire
altri ministeri, di perfezionare i danni.
Gli altri, purtroppo, sono vegeti e pronti.
A consegnare l'Italia a Goldman Sachs.
Nel settembre '93, alla privatizzazione della Comit fu incaricata
di presiedere la Lehman Brothers; a quella del Credit, la
Goldman Sachs.
In verità Franco Nobili, il precedente capo dell'IRI,
aveva dato quest'ultimo incarico alla Merrill Lynch; ma
a quel punto Nobili era in prigione in attesa di giudizio
per Mani Pulite (solo il tempo necessario: poi sarà
prosciolto con formula piena), e comandava Prodi.
Fu Prodi a dare l'incarico alla Goldman Sachs, «della
quale era stato consulente fino a pochi giorni prima».
(1)
La Merrill Lynch, nel giorni in cui aveva l'incarico, aveva
offerto alla Deutsche Bank il pacchetto di Credito Italiano
in proprietà all'IRI per 6 mila lire ad azione.
La Goldman Sachs fissò il valore del Credit a 2.075
lire per azione, meno della quotazione in Borsa, che era
sulle 2.230 lire.
Insomma vendette per 2.700 miliardi qualcosa che ne valeva
almeno 8 mila.
Persino l'Espresso si chiese: «è dunque un
regalo quello che l'IRI sta facendo al mercato? Dal punto
di vista patrimoniale è così».
Prodi ne ha fatti, di regali.
L'Italgel, 900 miliardi di fatturato, venduta per 437 alla
Nestlé.
La Cirio-Bertolli-De Rica (CBD), 110 miliardi di fatturato,
valutata sui 1.350 miliardi, venduta a una finanziaria lucana
mai sentita, la FISVI di tale Francesco Lamiranda, «appoggiato
dalla sinistra democristiana della Campania» secondo
Il Corriere.
Era la sua unica credenziale, perché Lamiranda soldi
non ne aveva.
Offrì dapprima 130 miliardi, poi 310.
Avrebbe pagato, chiarì, vendendo i pezzi dell'azienda
che si offriva di comprare.
Ma restò l'unico acquirente.
Un'asta ci voleva: non fu fatta.
Bisognava vendere a questo Lamiranda.
Pietro Larizza, allora capo della UIL, descrisse l'operazione
così: «la FISVI acquista senza avere ancora
i soldi per pagare; per formare il capitale necessario,
vende una parte di ciò che ha comprato; per quel
che rimane cerca ancora soci finanziatori per completare
l'acquisto».
Antonio Bassolino (un merito gli va riconosciuto) denunciò
alla Procura di Napoli quell'affare: «c'è il
pericolo che privatizzazioni fatte in questo modo espongano
pezzi del nostro apparato produttivo alle mire speculative
e affaristiche».
Era peggio di così.
Un perito di nome Renato Castaldo scoprì che dietro
lo sconosciuto Lamiranda c'era l'Unilever, la multinazionale
olandese.
«E' documentato che la Unilever», scriveva,
ha «inviato offerte, condotto trattative dirette e
indirette con l'IRI…predisponendo anche le clausole
da inserire nel contratto» fra Prodi (IRI) e Lamiranda.
L'Unilever?
Prodi è stato consulente dell'Unilever dal '90 al
'93, come consulente di vaglia, a decidere le acquisizioni.
Ecco dov'è il miele che Goldman Sachs cerca.
Ecco dov'è la linfa che trovano i grand commis nella
Goldman Sachs.
L'ape cerca i fiori, i fiori si volgono all'ape.
E' una storia d'amore.
Non amano noi, però.
Ci vogliono spogliare.
NOTE
1) Massimo Pini, «I giorni dell'IRI, storie e misfatti
da Beneduce a Prodi», Mondatori, 2000, pagina 238.
Gran parte delle informazioni di questo articolo vengono
dal libro di Pini.
di Maurizio Blondet
EFFEDIEFFE 03/01/2006
3) Lo spettro delle svendite incombe sull’Eni
Dopo aver lasciato lo Stato “in mutande”, gli
ex di Goldman Sachs guardano al colosso energetico
Ora che un dirigente della Goldman Sachs guida la Banca
d’Italia e un consulente della Goldman Sachs si prepara
a guidare il governo delle sinistre vogliamo che lorsignori
lo sappiano: li teniamo d’occhio. Siamo noi, il popolo
italiano, i loro datori di lavoro: se li vedremo obbedire
di nuovo a Goldman Sachs lo denunceremo con tutti i mezzi.
Perché le loro passate azioni non ci lasciano tranquilli.
Queste azioni sono già state raccontate, ma vale
la pena di metterle in luce più chiara.
Tutto comincia nel settembre 1992, quando il finanziere
americo-ungaro-israeliano George Soros lancia un attacco
speculativo contro la lira. Carlo Azeglio Ciampi è
capo di Bankitalia. La sola cosa che dovrebbe fare sarebbe
una telefonata alla Banca Centrale tedesca (Bundesbank),
la più potente d’Europa e chiedere: mi sostenete?
Ossia: siete disposti a spendere centinaia di milioni di
dollari per acquistare lire, sostenendo il corso della nostra
moneta? Se quelli rispondevano di no, ogni difesa era inutile,
perché impossibile, dato che Soros usava l’effetto-leva
dei derivati: per ogni dollaro che puntava, era come ne
puntasse cento. Bankitalia, a quel punto, doveva fare solo
una cosa: lasciare fluttuare la lira ai venti della speculazione.
Invece Ciampi “difende” la lira da solo: dilapidando
48 miliardi di dollari in valuta estera e prosciugando le
riserve valutarie di Bankitalia.
E come previsto la manovra non riesce. La lira si svaluta
del 30%. Ciò significa che da quel momento, gli stranieri
che vogliono acquistare le industrie di stato e parastato
italiane, potranno pagarle il 30% in meno. La preparazione
alle svendite era già avvenuta. Il panfilo “Britannia”
della regina d’Inghilterra era apparso davanti a Civitavecchia
(2 giugno 1992), per dettare le condizioni delle privatizzazioni.
Il “Britannia” era carico di finanzieri della
City, delegati dei Warburg, dei Baring, dei Barclays: costoro
convocano sul Britannia (ossia su suolo inglese) esponenti
di spicco dell’Iri, dell’Eni, dell’Agip,
della Comit, di Assicurazioni Generali e, come si sa, Mario
Draghi, allora direttore del Tesoro, dipendente pubblico
italiano. Draghi scende prima che il “Britannia”
prenda il largo diventando suolo inglese ma ha il tempo
di fare un discorsetto in cui approva l’urgenza di
privatizzare per sottrarre le industrie di Stato alla politica.
Fatto sta che, sceso Draghi, i finanzieri di Londra si dividono,
come al mercatino dell’usato, i gioielli dell’economia
italiana. E si profilano altri sconti.
Difatti, di lì a poco, sale al governo Giuliano Amato:
anche lui un coccolino dei “poteri forti” finanziari
internazionali. Basta a indicarlo il fatto che Amato, braccio
destro di Bettino Craxi, viene miracolosamente esentato
dalla bufera di Tangentopoli. In quel frangente, guarda
caso, l’agenzia Moody’s - di punto in bianco,
e senza che sia accaduto nulla di nuovo - “declassa”
l’Italia, mettendola fra i paesi a rischio d’insolvenza.
Risultato: lo Stato deve pagare interessi più alti
sui Buoni del Tesoro, se vuole che qualcuno glieli compri.
Lo Stato si dissangua; e poiché subito Soros lancia
la speculazione sulla lira, tutto peggiora. È una
manovra concertata fra Moody’s, Soros e i suoi banchieri
di riferimento (Rotschild)? Io penso di sì. Ricordo
un fatto degno di nota: fra i più accaniti speculatori
contro la lira nella fase iniziale dell’attacco di
Soros, si segnalano Goldman Sachs e Warburg. Quei Warburg
che poi “consigliano” al governo italiano di
rivolgersi a Goldman Sachs per gestire le privatizzazioni.
E così l’alta finanza internazionale si sceglie
i gioielli di stato, con calma, soppesandoli come la massaia
che compra i peperoni al mercato. Perché costano
poco: le privatizzazioni 93-94 renderanno allo stato solo
26 mila miliardi; Ciampi da solo, nella sua inutile “difesa
della lira”, ha speso il doppio (denaro pubblico,
di noi contribuenti). Tutti ci commuoviamo quando il nonno
d’Italia ci esorta ad aver fiducia nella Patria. Chissà
se ha sventolato il tricolore anche nella riunione del Bilderberg
del 22-25 aprile 1993, che si riunì in Grecia e aveva
il tema Italia all’ordine del giorno. Non lo sappiamo
perché la riunione, come sempre, fu a porte chiuse.
Certe fonti danno presente Ciampi a quella riunione, ma
non ne siamo sicuri, e non possiamo esserlo, data la segretezza
che le circonda. Erano presenti, si dice, anche Gianni Agnelli
coi suoi fidi: Mario Monti, Antonio Meccanico, Tommaso Padoa
Schioppa, Renato Ruggero. Patrioti anche loro. Ma di quale
patria?
Il fatto è che, dopo quella riunione del Bilderberg,
Ciampi fa una mossa delle sue: “internazionalizza”
il debito pubblico italiano, fino a quel momento prevalentemente
interno. È una scelta grave e non necessaria. All’epoca
gli italiani, coi loro risparmi, comprano volentieri i Bot.
Per lo Stato, è un vantaggio enorme: perché
s’indebita coi suoi cittadini (a cui può chiedere
“sacrifici”, ossia di pazientare a farsi pagare
gli interessi) e nella sua moneta, la lira, che può
stampare a volontà. Invece, Ciampi offre i Bot sui
mercati finanziari esteri. Dove gli interessi dovrà
pagarli in dollari, ossia in una valuta su cui non ha il
controllo e che non può stampare quando vuole. Di
fatto, mette il debito italiano nelle mani della grande
finanza - le solite Goldman Sachs, Warburg, Barclays - e
alla mercè delle “valutazioni” delle
agenzie cosiddette “indipendenti” come Moody’s.
La mossa di Ciampi riduce l’Italia nella situazione
di un paese del terzo mondo; e senza alcuna necessità.
Ecco la storia passata. Per questo dico: teniamoli d’occhio,
i lorsignori che tornano al comando dell’Italia Questi
vogliono ancora svendere qualcosa. Che cosa? Alcune fonti
ci dicono: l’Enel, ma soprattutto l’Eni. S’intende,
i due nostri relativi colossi sono già stati privatizzati.
Ma, soprattutto l’Eni, non fa ancora del tutto gli
interessi anglo-americani che nel settore dell’energia
mirano ad accaparrarsi la disponibilità diretta delle
fonti petrolifere, e mettere sotto controllo unico gli attori
secondari nel gran mercato del greggio e del gas.
L’hanno provato a fare con il petrolio russo: crollo
organizzato del rublo, deficit alle stelle, un Boris Eltsin
ben felice di vendere le vecchie imprese sovietiche a qualunque
prezzo. Fu così che i Rotschild prestarono a un piccolo
avventuriero russo, Khodorkovski, i soldi per comprare a
prezzi da usato la Yukos. Ora che Vladimir Putin si è
ripreso la Yukos e fa una “propria” politica
nazionale energetica con la sua Gazprom, gli anglo-americani
cercano in tutti i modi di isolare la Russia. La presenza
di aziende relativamente autonome come l’Eni ostacola
questo processo di soffocamento.
Occhio a lorsignori. Italiani di destra e di sinistra, di
centro e di sotto e di sopra: teniamoli d’occhio noi,
perché non c’è nessun altro che faccia
gli interessi italiani.
di Maurizio Blondet