Emette ancora sentenze di morte, in Turchia, il vecchio articolo 301
del codice penale contro "l´oltraggio all´identità turca",
pesante strascico di un nazionalismo che ancora tarda a morire. È
stato freddato come in un regolamento di conti, con tre colpi alla
testa sparati a bruciapelo per strada, Hrant Dink, giornalista turco
ma di origine armena, che lo aveva sfidato ed era sotto processo era
sotto processo per aver parlato apertamente del genocidio armeno del 1915.
Dink, una delle voci più autorevoli del settore, era stato minacciato
dai gruppi nazionalisti che lo avevano additato come un traditore
della patria. Secondo la prima ricostruzione dei testimoni un killer
ha atteso il direttore di "Agos", giornale turco-armeno
appunto, davanti alla redazione, nel quartiere di Sisli. Quando il
giornalista è uscito, verso le 13, gli si è avvicinato e gli ha
sparato due colpi alla testa e uno alla nuca. Le televisioni hanno
mostrato le immagini del cadavere del giornalista coperto da un
lenzuolo e decine di persone dietro i cordoni di polizia. «Il governo
assassino pagherà», hanno urlato alcune delle persone presenti.
Il primo ministro turco Tayyip Recep Erdogan convocato in fretta e
furia una conferenza stampa per deplorare l'assassinio che ha
definito un attentato alla pace e alla stabilità del paese.
«L'attacco a Dink è un attacco contro tutti noi, alla nostra
unità, alla nostra integrità, alla nostra pace e stabilità», ha detto, «un attacco contro la libertà di pensiero e il nostro stile di vita
democratico». Il premier ha assicurato che sarà fatto il possibile per
catturare al più presto il killer. A Istanbul, per coordinare le
indagini su «l'orrendo omicidio», andranno il ministro della
Difesa Cemil Cicek e dell'Interno Abdulkadir Aksu.
La lotta di Dink
L'omicidio di Dink rischia di inasprire il confronto politico in
Turchia, in vista delle presidenziali di maggio e delle politiche di
novembre. Il giornalista e scrittore è finito più volte nel mirino dei
nazionalisti per le sue prese di posizione contro la repressione degli
armeni durante la Prima guerra mondiale. Nell'ottobre del 2005 era
stato condannato da un tribunale di Istanbul a sei mesi di carcere con
la condizionale per «insulto all'identità nazionale turca, ma la
pena era stata sospesa. Il procedimento era stato aperto per un
articolo del 2004 dedicato al massacro. In luglio la corte
d'appello aveva confermato la condanna a sei mesi nei suoi
confronti ed era sotto processo anche per un editoriale in cui
stigmatizzava quel verdetto. L'accusa, in questo caso, era di aver
tentato di influenzare la magistratura. In settembre poi la procura
aveva aperto un'altro procedimento nei confronti del giornalista
che parlando con le agenzie straniere aveva definito «genocidio» il
massacro degli armeni. L'udienza era stata aggiornata al prossimo
18 aprile, non senza imbarazzo da parte delle autorità turche. Per i
colleghi giornalisti o per chi lo conosceva bene, la morte di Dink «è
una perdita per la Turchia» e le pallottole che lo hanno colpito,
hanno «colpito al cuore il Paese».
L'articolo 301
È proprio un colpo al cuore per la Turchia, che vuole fortemente
entrare in Europa e che adesso si trova con la patata bollente della
libertà d´espressione di nuovo sotto i riflettori europei.
L'assassinio di Dink riporta in primo piano la questione del
contestato articolo 310 che l´Unione europea ha denunciato perché
limita la libertà d'espressione, ponendo la sua cancellazione come
condizione preliminare all´adesione di Istabul alla comunità.
L´omicidio di Dink è il più grave della lunga serie di casi legata
all'articolo 301. In molti casi, gli accusati sono responsabili di
aver semplicemente nominato il genocidio armeno. La Turchia nega le
accuse secondo cui 1,5 milioni di armeni siano stati uccisi in un
genocidio sistematico e sostiene che gli armeni cristiani e i turchi
musulmani siano morti nel corso di un conflitto settario. Ma per
rischiare fino a tre anni di carcere, a un opinionista turco basta
fare accenno alla rimossa questione curda o mettere in discussione il
ruolo dell'esercito. La tutela del diritto di opinione viene così
affidata alla clemenza e alla libertà interpretativa di cui godono i
giudici. Non tutti gli imputati, però, possono contare sullo scudo
della notorietà, e sulla conseguente attenzione dei media, come è
accaduto a nomi come Pamuk o Shafak
I casi precedenti
L´anno scorso il celebre scrittore turco e premio nobel Orhan Pamuk,
dopo aver ammesso a un giornale tedesco che "un milione di armeni
vennero uccisi in Turchia", ricevette minacce di morte, fu
accusato di "oltraggio all´identità turca, alla Repubblica, al
Parlamento, al governo, ai ministeri, ai membri delle forze armate e
di pubblica sicurezza, ai membri della magistratura" (come recita
il testo dell´articolo 301) e solo dopo ripetuti rinvii del giudizio,
il 24 gennaio 2006, sentendosi puntati addosso gli occhi dell´Unione
Europea, dubbiosi circa il diritto di libertà di espressione, i
giudici prosciolsero l´accusato.
Anche la scrittrice e giornalista Elif Shafak è stata prosciolta
dall'accusa in un processo che aveva oltretutto dei tratti un po´
inusuali, se non proprio assurdi. L'accusa era basata su una frase
di un personaggio fittizio di un suo romanzo che definiva "macellai" i turchi che avevano partecipato ai massacri di
armeni in Anatolia nel 1915-1916. I giudici del tribunale di Istanbul
hanno stabilito subito, all'apertura stessa del processo, che nel
caso Shafak "non ricorrono gli elementi giuridici" e che vi
era una manifesta "insufficienza di prove".
Il genocidio armeno
«Certamente dico che questo è un genocidio, è quanto accaduto che
suggerisce di chiamarlo così», spiegò Dink nella famosa intervista per
cui era sotto processo, «gente che viveva su queste terre da 4.000
anni è scomparsa». Gli armeni hanno cercato per quasi un secolo di far
conoscere la loro tragedia; almeno 1 milione e mezzo di persone
sarebbero morte mentre l'Europa era impegnata nella Grande guerra.
I turchi hanno invece sempre sostenuto che non fu un genocidio, ma una
guerra civile e settaria; gli armeni che rivendicavano
l'indipendenza dell'Anatolia orientale e per questo
appoggiarono le truppe russe che invasero l'impero ottomano. I
morti, secondo la storiografia turca, furono 300mila tra gli armeni e
altrettanti tra le file turche. Tutt'ora le autorità di Ankara
rifiutano il concetto di genocidio e tengono in vita la famigerata
legge 301.
A lungo ignorato, il massacro solo di recente ha trovato eco in Europa.
Dink sapeva di essere in pericolo, ma non ha mai voluto andarsene da
Istanbul dove la sua famiglia era emigrata quando lui aveva sette
anni. «Non lascerò questo paese», disse nel luglio scorso in
un'intervista alla Reuters, «se me ne andassi sentirei di avere
lasciato da soli quanti combattono per la democrazia. Sarebbe un
tradimento e non lo farò mai».