Maurizio Blondet
fonte:www.effedieffe.com
19/03/2006
Romano Prodi è pronto per fare il suo «lavoro»
Sul Financial Times è apparso un ennesimo articolo
che minaccia l’Italia (1).
Lo firma Desmond Lachman.
Chi è?
E’ uno dei membri dell’American Enterprise,
la fondazione «culturale» di Richard Perle,
Paul Wolfowitz e Michael Leeden, insomma dei neocon ebraico-americani.
Lo stesso organismo che ha spinto l’America alla guerra
in Iraq, ed ora la sta spingendo contro l’Iran.
E’ dunque una minaccia da prendere sul serio.
L’Italia, dice Lachman, «sta scendendo la china
che ha portato l’Argentina al disastro».
Ed elenca le analogie.
Nel 1991, l’Argentina agganciò la sua moneta
al dollaro, divisa troppo forte per la sua debole economia.
L’Italia ha abbandonato la lira per l’euro,
troppo forte.
Entrambi i Paesi speravano così di imporsi, in un
regime di bassa inflazione, la disciplina fiscale e le dure
riforme del lavoro («flessibilità») necessarie
per competere sul mercato globale.
Così facendo, anche l’Italia, come l’Argentina,
ha rinunciato alla facoltà di stabilizzare la sua
economia come ha sempre fatto: con svalutazioni periodiche
per far costare meno le sue merci all’estero, e con
inflazione per diluire il suo debito pubblico.
Privatasi della sua politica monetaria sovrana,
l’Italia deve ora accettare i tassi d’interesse
imposti - uguali per tutti i Paesi europei - dalla BCE,
Banca Centrale Europea.
E ora, la BCE ha aumentato i tassi, aggravando gli interessi
che l’Italia paga sul suo debito pubblico colossale.
Ora, i liberisti sanno che se la moneta è «rigida»,
a dover diventare «flessibili» sono le paghe
dei lavoratori.
L’Italia non taglia i salari, né il bilancio
statale.
Né Berlusconi né Prodi danno garanzie che
lo faranno in futuro.
Intanto, l’Italia perde competitività (15 punti
sotto la Germania, perché «gli aumenti salariali»
- quali? - «non sono stati compensati da un aumento
di produttività»), perde quote di mercato,
esporta sempre meno.
Nella recessione deflazionista in cui l’ha gettata
la moneta forte, l’Italia vede diminuire gli introiti
fiscali: sicchè aumenta sia il deficit pubblico (4%
del PIL, fuori dai parametri di Maastricht) sia il debito.
Prossimamente, prevede Lachman, le agenzie di rating declasseranno
di nuovo il debito italiano: i BOT.
Fino ad oggi, la BCE accetta i BOT italiani al tasso d’interesse
(lieve) che ha imposto a tutta l’Europa.
Così facendo, in pratica, sono i Paesi
«forti» (Germania, Belgio, Olanda, Francia)
ad accollarsi il costo-Italia, di fatto accollandosi la
differenza tra il rendimento dei BOT attuale e quello che
dovremmo offrire se fossimo fuori dall’euro.
Questa cosa non può continuare, intima Lachman.
Anche l’Argentina confidò che il Fondo Monetario
avrebbe continuato a coprire le sue perdite per sempre:
si sbagliò.
«L’Italia commetterebbe un grave errore se rimandasse
le dolorose riforme di mercato necessarie, confidando nell’indefinita
indulgenza della BCE».
Articolo notevole, per vari motivi.
Il primo è che un americano dica, o piuttosto ordini,
le future mosse della Banca Europea contro l’Italia.
Il secondo: il messaggio dei neocon è rivolto a Prodi,
che hanno deciso dovrà vincere le elezioni.
Ma l’amico Claudio Celani, che lavora per l’Executive
Intelligence Review, ci fa notare che il messaggio contiene
qualcosa di peggio: delineerebbe il piano per sbattere fuori
l’Italia dai benefici dell’euro.
Espellendola di fatto dall’Unione Europea.
Il primo a parlare del piano è stato
Joachim Fels, economista della Morgan Stanley.
In un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung
rilasciata l’8 agosto 2005: proprio il giorno in cui
l’agenzia di rating Standard & Poor’s aveva
decretato il passaggio dell’economia italiana da «stabile»
a «negativa», preludio al declassamento del
nostro debito pubblico.
In altri tempi, questo fatto avrebbe costretto il Tesoro
ad aumentare gli interessi dei nostri BOT, aggravando il
nostro deficit; ma poiché siamo nell’euro,
i nostri tassi sono quelli europei.
Bassi.
Per questo, Fels disse al giornale tedesco: «ritengo
improbabile che l’Italia esca dal sistema monetario
europeo di sua volontà. E’ più probabile
che un giorno i Paesi che vogliono la stabilità [dell’euro]
diranno: noi introduciamo una nuova moneta forte, che chiamiamo
Neuro (sic). E così gli italiani, e gli altri che
diluiscono la qualità e stabilità dell’euro,
saranno lasciati fuori».
Pochi giorni dopo (il 13 agosto) l’Economist, che
è l’organo ufficioso della City di Londra,
chiedeva le dimissioni di Fazio da Bankitalia: segnale d’inizio
della lotta che è finita come sappiamo.
Come disse allora Tremonti, era la preparazione allo stesso
scenario «del Britannia».
Ricordate?
Nel 1992 il Britannia, il panfilo della regina
d’Inghilterra, comparve al largo di Civitavecchia:
era pieno di banchieri inglesi, che imbarcarono una quantità
di banchieri ed esponenti di poteri forti italiani.
C’era anche Mario Draghi, allora funzionario del Tesoro:
che tacque di quell’incontro per ammettere solo due
anni dopo, interrogato da una commissione parlamentare,
che sul Britannia c’era anche lui.
I banchieri inglesi erano venuti a «fare la spesa»,
ossia a comprarsi i gioielli dell’industria pubblica
italiana; e per rendere economica la spesa, anche allora
Standard & Poor’s declassò il debito italiano;
nello stesso periodo, George Soros lanciò il suo
famoso attacco contro la lira che portò alla svalutazione
della nostra moneta.
E in lire svalutate lorsignori comprarono i gioielli dell’IRI.
Insomma: una strategia concertata.
Ora si sta ripetendo lo stesso scenario, con Draghi a Bankitalia.
Ci si chiederà: che cosa ci vogliono prendere ancora,
i banchieri della City e del Bilderberg Club? Facile risposta,
viste le teleguidate sventure di Fiorani e Consorte: vogliono
mettere le mani sul risparmio delle famiglie italiane, valutato
a 140 miliardi di euro, e gestito dalle banche italiane
nel noto modo criminale, rifilandoci obbligazioni Parmalat
e bond argentini.
Ma può essere peggio, se a gestire
il risparmio nostro sono quelli del Britannia.
Vediamo la strategia.
Bernard Connolly, il capo-economista della AIG (il più
grosso gruppo assicurativo mondiale) ha scritto recentemente
su The Wall Street Italia un articolo significativo: «l’Italia
può uscire dall’euro?».
E anche lui traccia un parallelo fra noi e l’Argentina.
Dice Connolly: come l’Argentina agganciò la
sua moneta al dollaro - moneta troppo forte per la sua fragile
economia - così l’Italia si è voluta
agganciare all’euro per darsi una disciplina di spesa.
Ormai, la sola strada che resta agli italiani per mettere
ordine nei conti pubblici è «tagliare i salari»,
e attuare una politica deflazionista dura.
Sicchè l’Italia ha davanti la prospettiva di
«un orribile martirio», come quello sofferto
dagli argentini: dovrà andare in recessione, e lo
Stato dovrà chiedere al popolo italiano - disoccupato
o malpagato - «di sopportare l’insopportabile».
Perché in realtà l’Italia dovrebbe svalutare
del 20 %, e non può, poiché è nell’euro.
Subito dopo Martin Wolf, direttore del Financial
Times nonché membro del Bilderberg (la società
segreta dei miliardari delle due sponde dell’Atlantico)
rilanciava lo «scenario Argentina» per il nostro
Paese.
E diceva: se vuol restare nell’euro, l’Italia
deve darsi «un governo tecnocratico con largo appoggio
popolare» (sic) che tagli i salari all’osso:
il programma che da quel momento viene adottato da Montezemolo.
Ma Connolly diceva un’altra cosa: l’Italia deve
uscire dall’euro, diciamo così, per il suo
bene.
Ci converrebbe infatti, salvo un piccolo particolare: i
nostri debiti sono in euro, e con un ritorno alla lira svalutata,
dovremmo continuare a pagare gli interessi in euro.
Ci siamo indebitati in euro, si noti, senza necessità:
perché i risparmiatori italiani hanno sempre acquistato
i BOT italiani, ed hanno i mezzi per farlo.
Invece Ciampi, sia come governatore di Bankitalia sia come
ministro e premier, ha emesso una quantità enorme
di BOT che ha venduto sui mercati europei.
La metà dei titoli che galleggiano sul mercato degli
eurobond è costituito dai nostri BOT in moneta forte.
Ed è questo che ci rende fragili di fronte alle manovre.
L’autunno scorso la Banca Centrale Europea ha intimato
che non accetterà più buoni del Tesoro di
Stati che non abbiano un rating superiore ad A-.
L’intimazione apparentemente era mirata
alla Grecia, che ha un rating A; anche ad essa si prospetta
uno scenario argentino. Ma la Grecia non ha tanto debito
all’estero come noi.
Il vero bersaglio era l’Italia: proprio allora, guarda
caso, la solita Standard & Poor’s ci aveva declassato
i BOT ad AA- «negativo», peggio del Portogallo
(AA- «stabile»).
Che cosa vuol dire?
Nel succo, vuol dire questo: che non ci permetteranno di
abbandonare l’euro.
Perché se l’Italia torna alla lira, può
fare davvero come l’Argentina: ripudiare il suo debito
in euro, dichiarare fallimento, e lasciare chi detiene i
nostri eurobond con pacchi di carta straccia.
Ma gli stranieri, che hanno i nostri eurobond, non ce lo
lasceranno fare.
Ecco il senso del progetto di Fels della Morgan Stanley:
ci vogliono lasciare nell’euro, ma un euro «indebolito»,
con Grecia e Portogallo.
Mentre Germania, Francia, Olanda e Lussemburgo, Belgio e
forse Spagna, si daranno una nuova moneta forte, il new-euro
o «neuro».
Così, noi dovremo continuare a pagare gli interessi
sul nostro debito in euro: il punto è che l’euro,
benché «indebolito», continuerà
ad essere emesso dalla Banca Centrale Europea.
L’Italia non recupererà la propria sovranità
monetaria, che comprende anche la sovrana decisione di…
non pagare il debito.
E' il progetto «neuro», ma non
è da neurodeliri.
Questa non è solo una minaccia, è un ordine.
Vogliono cacciarci dal club dell’Europa forte, ma
tenerci incatenati all’euro, per impedirci di tornare
padroni della nostra moneta.
Il Problema sarà di Prodi.
Ma soprattutto nostro.
Perché Prodi, il signor Goldman Sachs, eseguirà
gli ordini ricevuti a nostre spese.
Ci farà «sopportare l’insopportabile»,
risucchiando i risparmi, tassando case e tagliando salari.
Poi, potrà dire che, grazie ai «sacrifici»
(nostri), «ha tenuto l'Italia nell’euro»
(debole).
Maurizio Blondet
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Note
1) Desmond Lachman, «Italy follows Argentina in the
same road to ruin», Financial Times, 17 marzo 2006.
2) Lo fece per primo Edoardo III, re d’Inghilterra,
ripudiando il debito contratto con gli avidi banchieri fiorentini.
Confronta il mio «Schiavi delle banche», Effedieffe,
pagine 70 e seguenti.
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