Maurizio Blondet
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11/05/2006
IRAQ - Circolano sul web foto orribili di bambini abortiti
in Afghanistan e Iraq.
Corpicini senza occhi o con tumori al posto degli occhi,
con gli organi interni sviluppatisi fuori dal corpo, senza
arti, con enormi cancri fetali (1).
E' l'uranio impoverito dei proiettili americani, naturalmente.
«I bambini non nati della regione pagano il prezzo
più alto, l'integrità del loro DNA»,
dice Ross Mirkarimi, di un'associazione chiamata Arms Control
Research Center.
«Le particelle di uranio impoverito ingestite causano
mille volte i danni da raggi X», dice Mary Olson,
biologa ed esperta del trattamento di rifiuti nucleari al
Nuclear Information and Resource Service di Washington.
Il Japan Times ha raccontato di una delegazione di tecnici
giapponesi che hanno studiato nel 2003 gli effetti dell'uranio
impoverito nell'Iraq meridionale.
Hanno visitato un ospedale locale che ricoverava fino a
600 bambini al giorno per avvelenamento da radiazioni; molti
morivano rapidamente.
Nello stesso 2003 il dottor Jawad Al-Ali, primario del centro
oncologico principale di Bassora, ha detto in un'intervista:
«avvengono strani fenomeni che non ho mai visto prima.
Il primo è il caso di pazienti con doppio e triplo
cancro, per esempio con leucemia e cancro allo stomaco.
Abbiamo avuto un paziente con due tumori, allo stomaco e
a un rene; mesi dopo, ha sviluppato un cancro nell'altro
rene: un cancro primario» [non una metastasi dei precedenti].
«Il secondo fenomeno è la comparsa di casi
di cancro in intere famiglie. Abbiamo qui 58 famiglie in
cui più di una persona ha il cancro. Il dottor Yasin,
un nostro chirurgo, ha due zii, una sorella e un cugino
colpiti da tumore. Il dottor Mazen, un altro nostro specialista,
ha sei familiari che lottano col cancro. Mia moglie ha nove
membri cancerosi nella sua famiglia».
Ha aggiunto il dottore: «i bambini sono specialmente
suscettibili all'intossicazione da uranio impoverito. Hanno
un tasso di assorbimento molto maggiore, perché il
loro sangue sta costruendo le ossa, e perchè hanno
molto più tessuto molle. I tumori ossei e la leucemia
sono quelli che li colpiscono di più. Prima, solo
di rado vedevamo un bambino leucemico
prima dei 12 anni di età».
Alla domanda se aveva riferito i dati epidemiologici al
ministero della Sanità del nuovo governo iracheno,
l'oncologo ha risposto: «quando sono andato a parlare
con quella gente, mi hanno accusato di diffondere propaganda
pro-Saddam anche prima della guerra. A volte ho paura anche
di parlare. Mi hanno portato via i dati… I kuwaitiani
mi hanno rifiutato
il visto per il Kuwait; dicono che siamo sostenitori di
Saddam» (2).
Nuha Al-Radi, nota scrittrice irachena e autrice di un
libro di successo («Baghdad Diaries», uscito
nel 2004) scriveva: «sembra che tutti stiamo morendo
di cancro. Ogni giorno si sente di un conoscente o di un
amico, o di l'amico di un amico, che sta morendo. Quanti
muoiono negli ospedali, senza che lo sappiamo? Sembra che
più del trenta % degli iracheni abbia il cancro,
e ci sono tanti bambini con la leucemia».
Nel settembre del 2004 la scrittrice è morta di leucemia.
Nuha Al-Radi scriveva quelle parole nel suo diario del 1993,
dopo la prima «guerra del golfo», quando le
forze americane avevano lanciato «solo» 300
tonnellate di proiettili DU (Depleted Uranium) per lo più
in aree desertiche.
Nella seconda guerra del Golfo, si stima ne abbiano lanciato
1.700 tonnellate, e per lo più nelle città.
Le cifre sono puramente ipotetiche.
Scrive il dottor Ahmad Hardan, consulente dell'Organizzazione
Mondiale della Sanità (OMS)oltre che del ministero
della Sanità iracheno: «le forze americane
ammettono di aver usato 300 tonnellate di armi DU nel 1991.
La cifra vera è vicina alle 800. Ciò ha causato
una crisi sanitaria che coinvolge almeno un terzo di milione
di persone. E se non bastasse, gli americani nella recente
invasione hanno usato altre 200 tonnellate di DU nella sola
Baghdad. Quanto alle altre parti dell'Iraq, non conosco
la situazione, ci vorranno anni per documentarla».
Il dottor Hardan ha chiesto aiuto ai colleghi giapponesi,
necessariamente specialisti degli effetti delle radiazioni:
«ero riuscito a far invitare una delegazione dell'ospedale
di Hiroshima, per farci spiegare il tipo di malattie radiologiche
che avremmo dovuto affrontare col tempo. La delegazione
poi mi ha risposto che gli americani avevano fatto obiezione,
e così non venivano. Un famoso cancerologo tedesco
aveva accettato di venire, ma gli è stato negato
il visto d'entrata in Iraq».
Dunque non solo i governanti americani sono ben coscienti
dello sterminio che le loro bombe provocano tra i popoli
«liberati» e tra i loro stessi soldati, ma deliberatamente
sopprimono la verità sul loro crimine.
E' esemplare il caso del dottor Asaf Durakovic, americano.
Docente di radiologia alla Georgetown University, era colonnello
dell'esercito USA nel 1997, quando fu ufficialmente incaricato
dal Pentagono di studiare gli effetti della radioattività
sui reduci della prima guerra del Golfo; e più tardi,
di condurre ricerche sul terreno in Iraq.
Alla fine, gli è stato prima intimato di non rendere
pubblici i dati delle sue indagini; poi è stato licenziato,
infine la sua abitazione è stata saccheggiata, e
lui dice di aver ricevuto minacce di morte. Oggi dirige
un centro chiamato Uranium Medical Research Center, che
vive di donazioni ed ha sede, prudentemente, in Canada.
«L'Amministrazione dei reduci [l'ente di previdenza
militare USA] mi aveva chiesto di mentire sui rischi dell'incorporare
nel corpo umano l'uranio impoverito», dice.
«Non vogliono ammettere il crimine di guerra che hanno
commesso».
Che cosa ha scoperto Durakovic?
Anzitutto ha studiato i membri della 442ma compagnia di
polizia militare, molti dei quali presentavano sintomi gravi
dopo essere stati per due mesi nella cittadina irachena
di Samawah, nel 2003.
Il corpo, formato per lo più da poliziotti di New
York, vigili del fuoco e agenti di custodia, che aveva svolto
operazioni di scorta a convogli, di gestione di prigioni
e di addestramento dei poliziotti iracheni, presentava un
altissimo livello di malattie.
«Risultati stupefacenti, se si pensa che questi erano
poliziotti militari, non esposti ai combattimenti»,
dice Durakovic.
Nella prima guerra del Golfo hanno servito 580.400 soldati
USA.
I feriti furono allora solo 467.
Ma nel 2000, ben 325 mila di questi reduci - partiti giovani
e sani per la guerra dieci anni prima - soffrono di malattie
invalidanti, e 11 mila sono morti: il 56% dei soldati partiti
nel '91 hanno problemi medici gravi.
In un gruppo-campione di 250 reduci della prima Guerra del
Golfo, il 67% hanno generato bambini con difetti genetici,
o aborti malformati (3).
Nell'ottobre 2003, Durakovic è andato in Iraq per
tre settimane: ha raccolto oltre cento campioni di terreno,
di urine di civili, di tessuti da corpi di soldati iracheni
in dieci città, fra cui Baghdad, Bassora e Najaf.
«I livelli di radioattività sono migliaia di
volte superiori al normale», dice.
Nell'autunno del 2002, il gruppo di Durakovic aveva già
fatto gli stessi rilievi in Afghanistan.
Il 30 % degli afghani intervistati aveva sintomi di malattie
da radiazioni.
I vecchi dei villaggi gli hanno parlato di un 25% dei bambini
inesplicabilmente malati.
«Il nostro gruppo è rimasto sgomento dalla
vastità degli effetti coincidenti con i bombardamenti,
Senza eccezione, in ogni sito che era stato assoggettato
ai bombardamenti e da noi visitato, ci sono malati. Una
parte significativa della popolazione presenta sintomi coerenti
con la contaminazione interna da uranio»: una specie
di maligna influenza, con sanguinamenti dal naso e muco
insanguinato, dolori alle articolazioni e ai reni.
Molti dei giovani reduci americani non riescono più
a camminare.
L'Atomic Energy Authority, ente ufficiale del governo britannico,
valuta che l'uranio impoverito abbia causato nella prima
guerra del Golfo «500 mila decessi in più»
rispetto agli atti bellici.
E nella seconda guerra, «Iraqi Freedom», valuta
che le morti aggiuntive potenziali possano toccare i 3 milioni:
ossia l'11 % di tutta la popolazione irachena.
Gli effetti dell'uranio impoverito sono ben noti da anni
alle autorità statunitensi.
Nel 1970, quando particelle di DU sfuggirono dalla fabbrica
di proiettili «National Lead Industries» di
Albany, N.Y., e furono trovate dal dottor Leonard Dietz,
un fisico nucleare, nei filtri del suo laboratorio a 35
chilometri di distanza, la fabbrica fu chiusa d'urgenza,
e furono avviate operazioni di decontaminazione costate
100 milioni di dollari.
Un vecchio studio della Rand Corp.
Sui minatori già aveva appurato che era l'estrema
piccolezza delle particole di DU a produrre le devastazioni
peggiori.
Il minerale di uranio inalato dai lavoratori nelle miniere
è composto di particelle di dimensioni grosse, che
vengono completamente escrete entro 24 ore.
Ma il DU, quando colpisce il bersaglio, si polverizza in
particelle inferiori ai 10 micron, pari al particolato del
fumo di sigaretta: viene perciò inalato con facilità.
E da quel momento rimane nell'organismo per decenni, sciogliendosi
lentamente nel tessuto linfatico e disperdendosi nella circolazione
sanguigna.
Il decadimento di questo finissimo materiale radioattivo
(che ha un'emivita di 4,7 milioni di anni) produce nel corpo
26 emissioni radioattive al secondo, ossia 800 milioni l'anno.
Ciò causa «un milione di volte più danni
genetici di quello che ci si aspetterebbe dalla radiazione
in sé», ha scritto in un rapporto del 2001
Alexandra Miller, del Radiobology Research Institute di
Bethesda, che è un ente delle forze armate americane
L'organismo, bombardato di particelle 800 milioni di volte
l'anno per decenni, provoca tutta una serie di errori nella
replicazione di proteine da parte del DNA.
A questo effetto, dice Diane Stearn, biochimica dell'Arizona
University, si aggiunge il fatto che «l'uranio danneggia
il DNA in quanto metallo pesante, indipendentemente dalla
sua radioattività. E anche questo effetto tossico
è di per sé mutageno» (4).
Alexandra Miller segnala che inoltre le micro-particelle
di DU interferiscono con i mitocondri, che forniscono energia
ai processi nervosi e trasmettono i segnali nervosi attraverso
le sinapsi cerebrali.
Questo il motivo per cui i reduci della prima guerra del
Golfo sono in calo delle capacità mentali, oltre
che affetti da tumori cerebrali, e da inabilità motorie
gravi.
Il giornalista John Hanchette è stato uno dei direttori
che hanno fondato il quotidiano Usa Today. Da quando ha
intervistato Leuren Moret, una delle specialiste internazionali
sugli effetti del DU, sono cominciate le sue disgrazie.
«Ogni volta che mi preparavo a pubblicare l'articolo
sugli effetti del DU sugli iracheni, ricevevo una telefonata
dal Pentagono che mi chiedeva di non mandarlo in stampa.
Alla fine sono stato destituito dalla direzione di USA Today».
Oggi insegna giornalismo alla St. Bonaventure University.
Qualcosa del genere è accaduto alla dottoressa Keith
Baverstock, per 11 anni massima specialista sulle radiazioni
all'Organizzazione Mondiale della Sanità.
Non è mai riuscita a pubblicare il suo rapporto sul
«rischio tumorale da inalazione di DU sui civili iracheni».
Sostiene che la sua relazione è stata «deliberatamente
soppressa».
E la soppressione continua, con successo.
Il giudizio su questo delitto spaventoso lo lasciamo a Doug
Rokke, che dopo la prima guerra del Golfo vinse un contratto
americano per decontaminare aree irachene dal DU, e guidò
in questa attività un centinaio di dipendenti.
«Quando andammo nel Golfo, eravamo tutti molto sani»,
dice.
Trenta dei suoi uomini, che operarono senza tute protettive,
sono morti quasi subito.
Gli altri sono tutti malati.
Rokke stesso è ormai un invalido, con gravi danni
neurologici, renali, alle vie aeree, e inoltre è
stato colpito da cataratta.
Dice: «l'uranio impoverito è un crimine contro
Dio e contro l'umanità».
Un crimine di massa che uccide e ucciderà milioni
di iracheni e farà strage fra le popolazioni che
vivono sottovento all'Iraq, dove la polvere sarà
portata dai monsoni.
Il crimine di guerra di un Paese che, con la scusa di perseguire
qualche terrorista in Afghanistan, e di portare la libertà
agli iracheni, avvelena il seme stesso di quelle popolazioni,
ne sradica il futuro dei suoi bambini.
L'atrocità di un regime che manda a morte certa,
deliberatamente, i suoi stessi soldati, e intossica il mondo.
Un genocidio che, per la sua vastità, le sue modalità
e la sua evitabilità, fa impallidire quelli commessi
dalle dittature totalitarie del ventesimo secolo; e viene
commesso sotto i nostri occhi dalla più grande democrazia
del mondo, nel pieno della libertà di stampa, nel
presunto culmine della civiltà occidentale.
«Un crimine contro Dio e contro l'umanità».
Qual è il vero e solo «terrorismo globale»
contro cui dobbiamo lottare?
Maurizio Blondet
________________________________________
Note
1) Mohammed Daud Miraki, «Death Made in America»,
al sito Rense Com, 24 aprile 2006. Miraki è un medico
afghano che ha messo sul sito foto da lui scattate: chi
vuole vederle, sia avvertito che sono mostruose. Del resto,
è possibile che queste immagini diventino «not
found» o «forbidden» nelle prossime ore,
com'è accaduto ad altre immagini simili. In ogni
caso, forniamo qui l'indirizzo: http://www.rense.com/general70/deathmde.htm
2) Douglas Westerman, «Depleted uraniun - far worse
the 9/11», information Clearing House, 1 maggio 2006.
3) Nella prima guerra del Golfo sono stati inviati in Iraq
tremila soldati italiani, e vi sono rimasti per breve tempo.
Ad ottobre 2004, 108 di questi giovani reduci sono morti,
apparentemente a seguito dell'esposizione all'uranio impoverito
(la causa è contestata dal competente ministero).
Il numero rappresenta il 3,6% del totale. Se la stessa percentuale
venisse applicata alla popolazione irachena, si dovrebbe
ritenere che 936 mila iracheni sono già morti per
l'uranio polverizzato. Ma siccome gli iracheni abitano nella
loro terra contaminata in modo permanente, la percentuale
e il numero dei morti è indubbiamente superiore.
4) Daniel Stearn ha pubblicato i risultati delle sue ricerche
su due pubblicazioni scientifiche: «Molecular Carcinogenesis»
e «Mutagenesis». Il dottor Durakovic coi suoi
collaboratori (P- Horan e L. Dietz) è riuscito a
pubblicare uno studio preliminare sul numero dell'agosto
2002 di «Military Medicine Medical Journal».
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