Daniele Arai
02/03/2007
Manifestazione anti-abortista in Portogallo durante le fasi del referendum
Otto anni fa, in seguito al clamoroso risultato del referendum sull'aborto in Portogallo, si poteva dire che i portoghesi avevano ragione nella loro resistenza alla «civiltà dell'aborto» ed erano d'esempio per i cattolici nel mondo.
Il risultato del referendum sull'aborto del 1998 era chiaro: 68,11 % di astensione.
Sul rimanente 32 %: 50,07 % di «no» e 48,28% di «si».
Un'astensione che aveva stupito perfino gli ambienti clericali impegnati nella campagna per il «no».
Tirando le somme e considerando che la stragrande maggioranza di quanti si erano astenuti (nelle recenti elezioni parlamentari sono stati circa il 30 %) era contro il «si», risulta che circa due terzi dei portoghesi erano contro la liberalizzazione dell'aborto.
Un altro dato rimasto in ombra nel referendum precedente, che ora si ripete, è che l'astenzione predominante riguarda il progredito nord e le isole, dove pure il «no» ha vinto: Porto con 57,6 %; Bragança con 73,7 %; Braga con 77,2 %; Viseu con 75,8 %; Vila Real con 76,1 %; Madeira con 76,1 % e le Azzorre con 82,3 %.
Ciò dimostra, quindi, che il Portogallo cristiano e progredito era contro l'aborto e lo dimostrò anche con l'astenzione attiva, nonostante non vi fu nessuna campagna pubblica per l'astenzione, anzi, i fedeli furono invitati dai politici e dai parroci a votare comunque, quasi fosse dovere opinare sull'illiceità intrínseca dell'aborto, che implica la scomunica per un cattolico.
Vediamo ora la presente situazione dell'aborto in Portogallo e il risultato del referendum per la sua liberalizzazione, voluto dalle sinistre e realizzato l'11 febbraio, giorno dell'apparizione di Lourdes. Esso fu organizzato con misure adatte ad evitare l'astenzione.
Ma poiché essa è sempre una legittima scelta democratica, quest'ultima volta qualcuno ha invitato apertamente all'astenzione dal voto e le inchieste indicarono un aumento di tale tendenza, specialmente negli ambienti più istruiti.
Nonostante questa mobilitazione, consapevoli della gravità della posta in gioco, l'idea del Paese arretrato con le donne lasciate ad un triste destino è così diffusa che dopo la prima sconfitta del referendum è partita, in «soccorso» delle portoghese gravide, una nave olandese con una clinica per aborti.
Essa è rimasta però al largo di Figueira da Foz perché il ministro della Difesa Paulo Portas ha chiuso le acque territoriali a simile «aiuto» offerto in flagrante disprezzo per la legge nazionale.
Si deve, quindi, riconoscere che siamo davanti ad un sordo ma grave scontro culturale, o se vogliamo, di civiltà.
Da una parte il nuovo ordine rivoluzionario sia giacobino, sia comunista, sia americanista che avanza, dall'altra l'ordine cristiano la cui resistenza svanisce nell'ambito clericale e rimane affidato alla coscienza popolare, fatto ricorrente nel corso della storia, per esempio con l'Arianesimo.
C'era allora un grave problema dottrinale che solo pochi vescovi si sentìrono di affrontare.
Tornando al Portogallo, il codice penale portoghese includeva l'aborto tra i «delitti contro la vita intrauterina», enumerati negli articoli 140 e 141.
La sua legalizzazione parziale, però, già figura nella legge e quest'ultimo referendum riguardava i primi dieci mesi di gestazione. Per essere al passo con l'Europa, si voleva la piena liberalizzazione con la risposta popolare alla domanda: «Concorda con la depenalizzazione dell'interruzione volontaria della gravidanza, se realizzata, per scelta della donna, nelle prime dieci settimane, in stabilimenti di salute legalmente autorizzati?».
Il risultato attuale sarebbe stato di nuovo invalidato dall'astenzione di 56,39 % dell'elettorato.
Ma con la vittoria del «si» sul rimanente 44 %: 59,25 %, contro il 40,75 % del «no», il governo socialista già proclama una nuova legge abortista.
Inutile ripetere le percentuali di «no» e di astenzione vincente nel nord e nelle isole (Azzorre 69.20 %; Madeira 65.44 %: Vila Real 61.97 %; Viseu 61.49 %; Bragança 61.04 %; Viana do Castelo 59.59 %; Braga 58.80 %; Aveiro 55.38 %; Guarda 53.15 %).
Comunque, questa volta alcuni gruppi avevano dichiarato in anticipo la loro astenzione attiva contro la domanda, ragion per cui lo stesso ragionamento sopra rimane: la maggioranza dei portoghesi è contro l'aborto, anche se non vi è gerarchia né clero disposto a dichiararlo; il «culto» del democratismo dominante non gradirebbe una vera analisi dell'astensione.
Il processo perverso
Tutto ciò sta ad indicare che il processo perverso dell'inoculazione dell'aborto nella società conferma i suoi molteplici livelli d'inganno, con il corrispondente silenzio e anche complicità delle autorità religiose di fronte alla rivoluzione in corso nel mondo per l'eliminazione del cristianesimo.
Qui sarebbe utile rivedere alcuni livelli di questo processo perverso alla luce del Magistero della Chiesa cattolica, consapevoli che l'aborto è innanzitutto frutto di una degenerazione «culturale» in cui il sesso è usato e abusato in senso completamente contrario al suo fine vitale.
La cultura dell'aborto è infatti l'ultimo stadio di una «civiltà» fondata sul diritto alla felicità immediata.
Una nozione di «bene» combinata con la «fede» democratica nel tempo presente, che produce la corsa all'accaparramento di ogni chimera.
Ecco la nuova «cultura» risultante del culto del fugace, della tirannide del «bene» immediato, del disprezzo della «durata» e di quanto non è sottomesso ai sensi, ossia la felicità in dimensione di eternità.
Il democratismo
Il grande paradosso di tale «cultura democratica» risiede nell'impossibilità di discernere tra ciò che è male e ciò che è bene, considerando male e bene variabili dipendenti da sondaggi o da votazioni democratiche.
Eppure il male va evitato non perché scomodo oggi, ma perché privo del bene in ogni tempo; altrimenti si relativizza non solo l'assoluto religioso, ma ogni logica.
E relativizzare il male è il peggior male, morale e mentale.
In questo senso la democrazia, che porta l'uomo a mettere ai voti questioni che riguardano la vita umana, è perversa, come insegnava Pio XII, parlando di due democrazie.
Ebbene, la Chiesa conciliare le confonde perché mira ad una convivenza globale, come vuole il nuovo ordine mondiale.
Nel suo discorso alla chiusura del Vaticano II Paolo VI benedice esplicitamente questa «cultura» i cui «valori... sono stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette» e la dichiarazione conciliare «Dignitatis humanae» lo dice implicitamente perché rimette la gestione dell'aborto all'ordine pubblico di tale «civiltà».
In nome di tale liberazione religiosa Paolo VI ha ritenuto di dover stigmatizzare la Spagna che ancora figurava come Stato cattolico.
Alle ideologie sociali corrispondono le credenze nel campo religioso.
Alle prime va applicata la «libertà», secondo la fede modernista dei conciliari e dei democristiani; alle seconde l'ecumenismo che trova, perciò, un vastissimo campo in cui il terreno religioso si confonde con quello sociale delle logge e viceversa.
In Italia queste distorsioni sono arrivate al parossismo, poiché, in nome della «democrazia», essa viene commissariata da notabili che valutano, evitano o approvano risultati o ricorsi elettorali secondo i propri concetti di bene comune.
Così facendo, essi applicano in politica quella tendenza modernista, riguardo alla religione, smascherata dal Papa san Pio X.
Dicono di voler cambiare a poco a poco la coscienza collettiva e non si accorgono in tal modo di confessare che essa dissente dalle loro idee e che la invocano contro ogni diritto, anche democratico.
La questione dell'aborto in Italia
Il partito dell'«unità dei cristiani», maggioritario grazie ad una Italia ancora cattolica, compì ogni sorta di patto.
S'avviò sotto Paolo VI al «compromesso storico» coi comunisti, interrotto solo dalle azioni terroristiche che culminarono con l'assassinio del gran tessitore di tali intese, Aldo Moro, amico di Montini.
La «DC», che si vantava d'essere la rappresentante per eccellenza della democrazia e si trovava, quindi, a disagio nel governare senza alleati, fu messa ironicamente alla prova proprio in occasione
dell'approvazione della legge sull'aborto.
In quell'occasione, infatti, essa era sola al governo, onde a firmare e ad attuare quella legge iniqua fu una compagine ministeriale composta da soli democristiani.
Democristiano era pure il presidente della repubblica, Leone.
Presto egli, e più tardi il primo ministro di allora, Andreotti, furono coinvolti in processi infamanti.
Il risultato politico prevedibile di un'idea che ostenta valori subalterni a scapito dei princìpi immutabili si è palesato con la questione dell'aborto.
Nella sua accettazione ci sono chiaramente i termini della trasgressione della legge di Dio da parte del legislatore umano.
Ma il più grave fu l'allineamento della «Chiesa conciliare» alla prassi del partito «cristiano» in occasione del referendum sull'aborto in Italia.
La Conferenza episcopale italiana, col tacito consenso del «vescovo di Roma», sostenne un progetto «minimo» di aborto, come se esso fosse meno contrario alla legge divina.
Fu così che in occasione del referendum per la legalizzazione dell'aborto in Italia quattro erano le alternative: votare la pro¬posta radicale di aborto totale; votare la proposta mista DC - CEI di «miniaborto»; votare «no» a queste proposte di legge, mantenendo l'«aborto parlamentare moderato» della legge 194; astenersi di votare.
Quando alcuni decisi a proclamare la necessità per i cattolici di astenersi si diressero alla Congregazione per la Dottrina della Fede, a dispetto delle obiezioni di molti vescovi, essa rispose (18/11/1974): «Non è lecito partecipare ad una campagna in favore dell'aborto né dare il suffraggio del voto ad essa, né collaborare alla sua applicazione».
Di fronte a questa posizione cattolica la DC pensava solo a salvare le apparenze «cristiane» e a conservare il potere civile.
Ma quale principio poteva addurre la CEI per giustificare la sua posizione ambigua?
Il vero «non possumus» cattolico abortito
Poiché la piaga dell'aborto è l'effetto di una mentalità sociale distorta e non si risolve alcun problema senza risalire alle sue cause, cause che per l'essere umano sono in fondo alle coscienze - d'ordine religioso - vediamo quali idee possono aver demolito e continuano a demolire i baluardi dell' ordine cristiano a favore di un nuovo ordine per un mondo libertario.
La questione dell'aborto non è certamente l'unica ambiguità della nuova classe clericale, ma essendo clamorosa serve per capire l'inganno in cui il modernismo conciliare ha coinvolto i cattolici.
Non si poteva cambiare la natura omicida dell'aborto, ma si poteva portare i fedeli ad accettare la discussione democratica sulla questione, ignorando che essa implica la distinzione tra bene e male. La novità stava nell'invitare i fedeli alla dialettica rivoluzionaria per cui una maggioranza può decidere su quanto è stabilito dalla Legge divina.
E' il modo di sottomettere la verità ad inganni ed illusioni e la moralità all'arbitrio di un'oscura volontà popolare.
Come se la volontà delle persone e dei popoli non dovesse essere liberata proprio dalla manipolazione da parte di poteri occulti e perversi.
Le ragioni dottrinali del «non expedit» di Pio IX, il divieto ai cattolici di partecipare alla vita politica che legifera e governa contro la Legge divina, non sono aggiornabili.
Mai sarà lecito a un potere umano legiferare contro la Legge divina.
La presa di Roma pontificia lo fa indirettamente, ma un referendum sull'aborto lo fa in modo diretto.
Se il primo caso richiedeva il «non expedit», applicato per mezzo secolo, il secondo, implicando il raggiro dell'autorità di Dio e concernendo la stessa adesione alla Chiesa, è perenne.
Così come è vietato ai cattolici, in modo assoluto, di collaborare ad atti riguardanti la soppressione della vita umana, oggi nel seno materno, domani secondo i «bisogni» collettivi o una presunta evoluzione sociale, è anche vietato riconoscere come legge simili trasgressioni.
Esse sono comprese in modo ancora più grave nella dottrina cattolica che impone nelle questioni riguardanti la vita e la famiglia un deciso «non possumus».
Si può dire che il «non expedit» di Pio IX è stato superato nella società moderna dagli stessi Papi, ma solo per quanto riguarda la partecipazione nei governi, mai nelle questioni contrarie al Diritto naturale e divino.
La Congregazione per la Fede Cattolica, non potrà che ribadire sempre: «Non è lecito partecipare ad una campagna in favore dell'aborto, né dare il suffraggio del voto ad essa, né collaborare alla sua applicazione».
L'esatto contrario di quanto vuole e sta ottenendo il democratismo attuale.
L'inevitabile risultato religioso dei compromessi in campo sociale non poteva che essere un tentativo di contraffazione dottrinale per un'apertura «cattolica» alle idee del mondo: l'«aggiornamento».
E' emblematico come dai discorsi di Giovanni XXIII e di Paolo VI traspaia un gran desiderio di apertura al mondo, proprio quando imperversava la tendenza alla sua diffusa scristianizzazione.
Quei discorsi venivano ad accelerare il mutamento in corso nei Paesi cattolici, soprattutto, in Italia.
E' sufficiente considerare alcuni brani del discorso d'apertura del Vaticano II e di quello di chiusura, tenuto da Paolo VI alla luce del Magistero cattolico, per capire l'utopismo e il modernismo in cui si intendeva imbarcare la «chiesa del Concilio».
«Un veggente moderno come Malcolm Muggeridge, mentre ancora si trascinava attorno alla verità [si sarebbe poi convertito al cattolicesimo], ha visto la strada senza uscita a cui era approdata l'umanità che Paolo VI e il Vaticano II discutevano come sua norma, il popolo cui Arrupe e i suoi gesuiti si disponevano a coltivare. […] L'umanità sapeva di aver superato il punto di non ritorno per l'integrità umana; che tutte le energie del mondo erano finite in impasse e stanchezza. Così non è stato per Paolo VI, per i frenetici interpreti del Vaticano II, o per i Gesuiti... che hanno deciso di parlare in modo anticattolico» (Malachi Martin, «I Gesuiti», Sugarco, 1988, «Os Jesuitas», Record, 1989, Rio).
Se i chierici predicano addirittura l'unione delle religioni, con una visione del divino completamente diversa, perché non dovrebbero i laici applicare quest'idea ecumenista nel piano subalterno della politica e dei governi?
Come sorprendersi poi dello sfacelo in cui si trova l'Italia, immersa nel fumo non solo politico ma anche religioso?
«In quanto Dottore, insegnando in nome della Chiesa universale, san Pio X aveva ragione di dire: 'Ciò vogliamo affermare ancora una volta, dopo il Nostro predecessore: è erroneo e pericoloso sottomettere, per principio, il cattolicesimo ad una forma di governo; errore e pericolo tanto più grandi quando si unisce la religione ad un genere di democrazia le cui dottrine sono errate'. Ma il Papa lo diceva qui in francese, rivolgendosi alla Francia e per condannare un movimento socio-politico ('Il Sillon, dc francese') che pretendeva di infeudare in Francia i princìpi di democrazia con il cattolicesimo, stigmatizzato col nome di modernismo sociale» (Adrien Loubier, «Démocratie Cléricale», edizioni S. Jeanne D'Arc, 1992, Villegenon).
Il Papa condannava qui il «Sillon».
Cosa avrebbe detto della DC? Ma, principalmente, cosa avrebbe detto di una iniziativa che pretendesse di infeudare nella religione i «princìpi ecumenici» di una democrazia di religioni col nome di pancristianesimo e una democrazia civile che mette ai voti questioni di diritto naturale e divino?
Lo stato di coscienza dei cittadini, dato che la vita sociale parte dall'uomo e arriva all'uomo, essa è per la «Città» una questione fondamentale.
Ci basti ricordare che la prima condizione per giudicare e responsabilizzare una persona, è di riconoscere la sua capacità di intendere e di volere.
Si tratta della volontà di conoscere e di agire di cui la coscienza è la prima norma.
Dunque la coscienza umana è il soggetto e l'oggetto della vita sociale, intellettuale e religiosa.
Nella sfera religiosa la coscienza è messa di fronte alle verità del suo stato di enorme libertà e dignità, non per gloriarsene, ma per rispondere alle sollecitazioni del bene, del vero e del giusto, libera e degnamente.
In questo senso la coscienza dev'essere formata dalla Parola divina trasmessa dalla Chiesa e non dal dialogo tra gli uomini.
Eppure, la «Dignitatis humanae» dice una cosa e l'altra, come se fossero metodi complementari.
«Libertà religiosa e rapporto dell'uomo con Dio. Il diritto della persona umana e il dovere della potestà civile.
[...] a) Quanto sopra esposto appare con maggiore chiarezza, qualora si consideri che norma suprema della vita umana è la legge divina, eterna, oggettiva e universale, per mezzo della quale Iddio... governa l'universo e la società umana.[...] Perciò ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità in materia religiosa, utilizzando mezzi idonei per formarsi giudizi di coscienza retti e veri secondo prudenza.
b) La verità però va cercata in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: e cioè con una ricerca condotta liberamente, con l'aiuto del magistero istituzionalizzato, per mezzo della comunicazione e del dialogo, con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca della verità, gli uni rivelano agli altri la verità che hanno scoperta o che ritengano di aver scoperta, e alla verità conosciuta si deve aderire con fermo assenso personale.
c) Gli imperativi della legge divina l'uomo li coglie e li riconosce attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza».
Leone XIII («Immortale Dei») scriveva:
«Non è permesso perciò portare alla luce ed esporre agli occhi degli uomini ciò che è contrario alla virtù e alla verità, e ancor meno porre tale licenza sotto tutela della protezione delle leggi».
E nella «Libertas»:
«Un diritto è una facoltà umana, e, come abbiamo detto e come non potrà mai essere ripetuto troppo spesso, sarebbe assurdo credere che esso appartenga, naturalmente e senza distinzione o discernimento, al vero e al falso, al bene e al male. La verità, il bene hanno il diritto di essere propagati nello Stato con una prudente libertà, affinché un numero maggiore ne tragga profitto; ma [rispetto] la falsa dottrina, di tutte la più fatale peste per la mente... è giusto che la pubblica autorità usi la sua sollecitudine per reprimerla, per impedire la diffusione del male a rovina della società.[…] E in primo luogo vediamo sotto il rispetto individuale quella libertà, tanto contraria alla virtù della religione, che chiamiamo di culto. La quale ha questo fondamento: esser libero ciascuno di professare la religione che gli piace, ed anche di non professarne alcuna».
San Pio X nella «Condanna del Sillon»scriveva:
«Alla base di tutti i loro errori sulle questioni sociali, si trovano le false speranze dei Sillonisti sulla dignità umana. Secondo loro, l'Uomo sarà un uomo veramente degno di tale nome solo quando avrà acquisito una consapevolezza forte, illuminata, ed indipendente, capace di fare a meno di un maestro, ubbidendo solo a se stesso, e capace di assumersi le più gravi responsabilità senza turbamenti. Tali sono le grosse parole con cui viene esaltato l'orgoglio umano, come un sogno che conduce l'Uomo lontano senza luce, senza guida, e senza aiuto nel regno dell'illusione nel quale egli sarà distrutto dai suoi errori e passioni mentre attende il giorno glorioso della sua piena consapevolezza».
Pio XII («Ci riesce») scriveva:
«Ciò che non corrisponde alla verità e alla legge morale non ha obiettivamente nessun diritto all'esistenza, o alla propaganda, o all'azione».
Su cosa si fonda il nuovo ordine civile, secondo la «Dignitatis humanae»?
[...] 2b «A motivo della loro dignità tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e ad ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze. Ad un tale obbligo però gli esseri umani non sono in grado di soddisfare in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo dell'immunità dalla coercizione esterna. Non si fonda quindi il diritto alla libertà religiosa su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità (da coercizione esterna) perdura anche in coloro che non soddisfano all'obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio, qualora sia rispettato l'ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito».
L'Enciclica «Libertas» di Leone XIII insegna:
«Qualunque disposizione della pubblica potestà, non conforme ai princìpi della retta ragione e dannosa al civile consorzio, non avrebbe dunque vigore di legge, come quella che da un canto non sarebbe regola di giustizia e dall'altro svierebbe gli uomini dal bene, a cui la società è connaturata. Sotto qualsivoglia rispetto si consideri pertanto la natura della libertà umana, nell'ordine individuale o nel sociale, nei governanti o nei governati, essa ha relazione di sudditanza assoluta a quella eterna e sovrana ragione, che è l'autorità di Dio stesso, che vieta il male e comanda il bene. Il quale giustissimo impero di Dio sugli uomini, non che distruggere o punto scemare la libertà nostra, l'assicura e perfeziona; dacché perfezione vera di ogni essere si è tendere costantemente al suo fine e conseguirlo; e fine supremo, a cui deve aspirare l'umana libertà, è Iddio».
Quindi, l'«ordine pubblico informato alla giustizia» e la «coercizione esterna» conseguente al rispetto della giustizia sono in «relazione di assoluta sudditanza» con l'autorità di Dio se si esplicano nella legge oggettiva fondata sui «princìpi della retta ragione» mirante al bene e alla verità.
E' falso il contrario, cioè che la giustizia sia tenuta ad assicurare l'immunità a chi infrange le sue stesse norme, in base a ideologie di moda.
Scrive il giudice Carlo Alberto Agnoli («La Crisi della Chiesa moderna alla luce della fede e il problema della libertà di religione», Edizioni Civiltà, Brescia, 1984): «Rendendosi conto del terribile pericolo insito nel principio da loro espressamente enunciato per cui non si può impedire a nessuno di agire in conformità della propria coscienza, principio che legittima la pratica di qualsiasi mostruosa dottrina, i Padri del Vaticano II hanno ritenuto di poterne eliminare o almeno limitare la portata anche socialmente sovversiva affermando che la libertà di religione e di morale, pur essendo diritto primario, va soggetta al limite dell' 'ordine pubblico informato a giustizia'. Se ne ricava che secondo i Padri conciliari esisterebbe un ordine pubblico, fondamento di ogni umana e ordinata convivenza e conforme al diritto naturale, anzi, che del diritto naturale sarebbe la quintessenza, di cui depositario e arbitro esclusivo sarebbe lo Stato, che di esso dovrebbe avvalersi per giudicare se e fin dove le religioni - tutte le religioni - abbiano diritto di esistere e manifestarsi. E questo Stato, al di fuori e al di sopra delle religioni, è necessariamente lo Stato laico ed ateo. Sulla base dell'esperienza storica di questi ultimi due secoli nel corso dei quali si è affermato il laicismo, a quale ordine pubblico allude il Vaticano II? A quello comunista, del KGB e del 'gulag' ? O a quello demo-liberale che deve assicurare la legalizzazione dell'aborto, della pornografia e della droga ?».
La prima legalizzazione dell'aborto avvenne in Unione Sovietica nel 1924, in nome della «emancipazione della donna».
In verità la misura serviva a diminuire le spese dello stato sovietico vicino al collasso economico.
Nel 1934 soltanto a Mosca vi furono oltre 90 mila aborti «legali» e dato che le spese per aiutare le donne che abortivano «legalmente» avevano superato di nolto quelle risparmiate con l'aborto di massa, nel 1936 l'aborto legale del 1924 fu revocato.
Tale divieto ad abortire rimase in vigore fino al 1955, quando l'aborto fu di nuovo legalizzato per aggiornare l'URSS ai tempi moderni.
Ciò ebbe per conseguenza la più grande crisi demografica della Russia fino al presente.
Ecco il modo «scientifico» d'intendere «l'ordine pubblico» di un nuovo ordine moderno: alla misura delle ideologie e dei fatti contingenti! Nelle statistiche del 2005 il numero di aborti legali in Russia, 1,8 milioni, supera il numero delle nascite, 1,5 milioni, in un Paese con una delle più liberali legislazione riguardo l'interruzione volontaria della gravidanza e il primo a ratificare sia la liberazione sessuale (di Wilhelm Reich) sia la pratica abortiva nel 1924.
Secondo la legge sulla protezione della salute dei cittadini del luglio 1993, praticamente non vi sono barriere in Russia alla pratica dell'aborto fino a 12 settimane a richiesta della madre, scadenza ampliabile fino a 22 settimane per «ragioni d'ordine sociale».
Una volta smarrita la coscienza dell'origine divina dell'ordine umano e della conseguente superiorità e anteriorità del diritto naturale rispetto allo Stato, va perso il senso stesso di giustizia e ordine giusto. Infatti è la giustizia che legittima e giustifica lo Stato.
Esso esiste in funzione del diritto come norma di giustizia e non il contrario, cioè che possa essere lo Stato a creare la giustizia in base all'idee prevalenti.
Ma per la «Dignitatis humanae» del Vaticano II la «dignità del dialogo» è formatrice della coscienza; è già principio di verità, come vuole il modernismo e l'americanismo, all'insegna di Voltaire: sono contro le tue idee (abortiste), ma darei la vita per il tuo diritto di sostenerle!
.
Cosa dimostrano i referendum in Portogallo?
Malgrado le influenze della nuova «esegesi» e delle dominanti ideologie internazionali si deve riconoscere che la resistenza cristiana del popolo portoghese s'è dimostrata, forse per istinto, ma anche per attacamento alla tradizione cattolica, esemplare per i popoli dimentichi delle loro radici cristiane.
Anche i vescovi italiani e la CEI hanno seguito più o meno la linea dell'astenzione come legittima scelta democratica nel referendum sulla fecondazione artificiale.
La precedente astenzione sull'aborto dell'elettorato portoghese, se attiva e ben guidata, avrebbe raggiunto allora forse più di tre quarti dei votanti, dimostrando cosa può ottenere un popolo che ha la coscienza del senso e del fine della vita umana creata da Dio.
Eppure, è stata vista da una Europa alienata dai grandi princìpi cristiani, come un segno di arrettratezza che doveva essere colmata. Ma attenzione, il nuovo ordine mira soprattutto al fatto che siano gli stessi cristiani ad accorrere alle urne per votare, anche con un «no», ma comunque secondo il «culto» democratico della suprema sovranità popolare.
Forse in futuro vorranno un referendum per abolire il Decalogo.
Ecco i «valori» del mondo rinunciatario alla trascendenza:... non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette, conforme l'utopia scellerata di Paolo VI.
Una «nuova gerarchia» ha «immensa simpatia» per la «religione dell'uomo», per un «umanesimo laico» ed ha aperto le porte della Chiesa alla sua rivoluzione egualitaria, antigerarchica.
All'obiettiva distinzione tra le due città (Sant' Agostino) ha anteposto la soggettiva simpatia per la rivendicazione modernista e rivoluzionaria dell' «uguaglianza», penetrata perfino nella religione.
I capi conciliari confondono le differenze, che chiamano discriminazioni, per contribuire all'edificazione del villaggio globale della «religione» ecumenista mondiale.
Nella «Gaudium et Spes» del Vaticano II è anticipata, anche a livello di ideologie e di religioni, la confraternizzazione universale; si tratta di una mentalità omologata al nuovo ordine mondiale del gran villaggio globale.
E la missione della «Chiesa» diviene «sostenere e benedire» le sue direttive verso il villaggio globale, descritto nella «Gaudium et Spes», come una città unificata da un nuovo «vangelo»:
«Gaudium et Spes» (40): [...] «Compenetrazione di città terrena e città celeste... la Chiesa... consolida la compagine della umana società... crede di poter contribuire molto a rendere più umana la famiglia degli uomini e la sua storia... per realizzare il medesimo compito... cooperando insieme le altre Chiese o comunità ecclesiali... persuasa che molto e in svariati modi può essere aiutata nella preparazione del Vangelo dal mondo, sia dai singoli uomini, sia dalla società».
La mentalità moderna, generata da idee ed amori umani, è pluralista, come le volontà che cambiano con le mode e la cui costante è l'avidità del piacere e del dominio; essa pretende il pieno controllo mondiale.
Si tratta di sostituire l'idea tradizionale, fondata sulla trascendenza, adattando la morale e la religione alla mentalità contingente di ogni epoca.
Pertanto vuole la Chiesa nella funzione di animatrice spirituale della vita sociale e politica in un mondo che organizza la concupiscenza per liberare l'uomo dalla visione della vita dopo la morte.
Essa è centrale per la coscienza cristiana?
Ecco perché tale mondo vuole domesticarla o abortirla.
E la mentalità moderna, avendo sovrastato quella tradizionale, vorrebbe far vivere una religione senza fede divina, un corpo senz'anima, che fa dell' aborto una questione pratica, un diritto alla libertà nell'ugualianza!
A questo punto si può dire che l'esegesi «conciliare» è complice di tale «cultura» che riduce quanto è concetto nella Parola divina alle idee moderne di «libertà», «uguaglianza» e «fraternità».
Con tali termini si giustifica indirettamente la caduta originale che ha operato la «mutazione» della coscienza umana: autonoma e degna («come Dio»), libera da ogni vincolo perché «evoluta» nella conoscenza del bene e del male!
In questo senso si può negare che l' «esegesi conciliare» favorisca i «valori del mondo rinunciatario alla trascendenza», benedicendo tale «cultura»?
Non si può dire che il Vaticano II abbia accettato la cultura dell'aborto direttamente, ma dichiarando il diritto alla libertà di volerlo e di votarlo ha aperto le porte ad esso e portato i cristiani a conviverci democraticamente.
Il documento conciliare «Gaudium et Spes» sull'apertura al mondo e i successivi della nuova dottrina sociale, «Populorum progressio», «Octogesima adveniens», indicano che la soluzione dei problemi umani sta in un potere mondiale, cioè l'ONU, dove vige la mentalità mondialista.
Si pone ora la questione: potrebbero le idee e il linguaggio rivoluzionario aver raggiunto una tale penetrazione mentale, sovvertendo anche il mondo cattolico, senza aver occupato prima i vertici ecclesiastici?
Impossibile.
Ecco che la decadenza clericale si manifesta nel modo più devastante, estendendosi ad ogni piano sociale.
L'esempio dell'aborto è clamoroso.
Si fa sembrare che si tratta di un problema pratico, per evitare un maggior male, ma in verità è coinvolta una questione di fede. Invitando i fedeli a votare sull'aborto si sovrappone il concetto di sovranità popolare alla Legge divina.
Basterebbe leggere il giudizio continuo dei Papi contro il concetto di volontà popolare e di «democrazia» derivata da essa, proprio sulla violazione della Legge di Dio da parte delle leggi umane: è un atto che conduce i popoli all'agnosticismo e all'ateismo.
Il fedele cerca di guidare la sua vita con le luci che provengono da Dio.
Per riconoscerne l'origine fu conferita autorità alla Chiesa.
Oggi vediamo che in essa prevalgono nuove interpretazione su quanto sia il «bene» umano.
Sarebbe esso l'unione dell'umanità senza tener conto della Legge di Dio?
In tale «unione» l'uomo vorrà credere come pensa e piegare le norme divine al suo pensare e al suo piacere.
Il problema riguarda la rimozione dell'autorità cristiana.
Oggi gli errori delle ideologie umane vanno oltre l'ateismo, insinuano l'idea come Dio dev'essere, per il bene, per la pace, per la libertà e la dignità umana nella fede della «nuova umanità».
La diffusione di tali errori, con le loro spaventose implicazioni sociali, non è trattenuta, ma promossa, dallo «spirito conciliare» che impedisce ai fedeli di accogliere integralmente la Parola ed i segni divini: se essi disturbano li si cambia o sopprime col voto popolare.
«Grande speranza» per la Chiesa «libera da ostacoli di natura profana del passato»?
Giovanni XXIII ha aperto il Vaticano II alludendo allo Stato Pontificio e al «non expedit» in termini opposti a quelli di Pio IX e successori sulla collaborazione con poteri contrari alla Chiesa.
Il cambiamento nella società era avvenuto, prima con una azione militare e poi con la prassi di totale collaborazione del partito «cristiano».
Il Vaticano II ha avallato la bontà di tale cambiamento.
Il problema è che le ragioni dottrinali del «non expedit» non sono aggiornabili.
Infatti non è lecito a nessun governo o maggioranza decidere sulla validità della Legge divina.
Rientrano in questo caso, in modo indiretto, la presa della Roma apostolica; in modo diretto le leggi sull'aborto.
Se nel primo caso la spoliazione dell'autorità di Dio impone il divieto di partecipazione ad ogni forma di governo fondato su quella scelta perversa, nel secondo, tale divieto s'impone per ragioni ancora più gravi.
Perciò è vietato ai cattolici, in modo assoluto, di collaborare ad atti riguardanti la soppressione della vita umana, oggi nel seno materno, domani secondo i «bisogni» collettivi o la presunta evoluzione sociale. Ma poiché questi atti derivano da governi, o dai loro referendum, fondati sul falso principio della «volontà popolare» che decide su questioni riguardanti la Legge divina, è ad essi che la partecipazione va rifiutata.
Il divieto di votare del «non expedit» include anche il «no», in tale referendum.
Ecco il veleno del voto improprio, anche su questioni codificate da Dio, che il modernismo conciliare, democratista e umanitarista, ha dato a bere ai cristiani, come se esso fosse distillato secondo una sua «sacralità civile».
La maggioranza di portoghesi aveva capito questo pericolo professando il senso comune della fede.
Ma quanto può resistere un piccolo gregge guidato verso un nuovo ordine anticristiano in nome dello stesso cristianesimo?
Eppure, la guida c'è e resta nel Magistero perenne della Chiesa.
Daniele Arai