ROMA, domenica, 27 novembre 2005
(ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di
Bioetica l'intervento della dottoressa Claudia Navarini,
docente della Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio
Regina Apostolorum.Nelle ultime settimane sono venute alla
ribalta, su alcuni quotidiani nazionali, le cifre dell'aborto.
Si tratta di dati accessibili, di calcoli semplici, eppure
la loro lettura suscita un moto irrefrenabile di indignata
sorpresa: almeno 6 milioni di aborti l'anno nel mondo [.],
un miliardo di aborti negli ultimi venti anni (cfr. A. Socci,
Tragedia dimenticata , "il Giornale", 24 novembre).
Possibile che gli aborti siano così tanti? E soprattutto,
possibile che un numero così alto di aborti sia -
come sostengono le legislazioni di quasi tutto il mondo
-"l'ultima soluzione" per donne in difficoltà
e non un mezzo di pianificazione delle nascite? [.] l'aborto
volontario, dal tempo della sua legalizzazione in numerosi
paesi, è in effetti divenuto una propaggine della
contraccezione, una contraccezione "d'emergenza",
come rivela l'appellativo della pillola del giorno dopo,
che non a caso è un farmaco potenzialmente abortivo
utilizzato specificamente per "rimediare" ad un
eventuale concepimento.
Secondo i dati dell'Istat e del Ministero della Salute,
nel 2003 in Italia abbiamo avuto 544.063 nascite e 136.715
aborti volontari, ovvero un aborto volontario ogni quattro
bambini nati. Questo tasso di abortività, del 25,13%
circa, ha raggiunto la sua punta massima nel 1983 (38% circa),
mentre non è cambiato molto dal 1990 (28% circa)
ad oggi (Istituto nazionale di Statistica, Bilancio demografico
nazionale. Anno 2004 ; Ministero della
Salute, Relazione del ministro della salute sulla attuazione
della legge contenente norme per la tutela sociale della
maternità e per l'interruzione volontaria di gravidanza
- legge 194/78. Dati definitivi 2003. Dati preliminari 2004
).
Le sue proporzioni attuali, già così inquietanti,
risulterebbero anche più gravi se nel conteggio venissero
computati realmente tutti gli aborti, anche quelli precoci
- ma pur sempre volontari - legati ai contragestativi e
alle varie forme di intercettivi, come la diffusa spirale
o IUD (Intra Uterin Device). Si capisce quindi che con la
diffusione dell'RU486 o delle pillole del giorno dopo si
vada profilando un ulteriore drastico aggravamento di questa
piaga sociale, senza che vengano con ciò risolti
i problemi individuati al tempo della legalizzazione dell'aborto,
primo fra tutti il pericolo dell'aborto clandestino. Infatti,
da un lato, le stime di riduzione della clandestinità
restano dubbie, poiché per definizione ciò
che avviene clandestinamente non compare sui registri; dall'altro
lato, è innegabile che l'unico modo per sconfiggere
del tutto l'aborto clandestino, come qualunque altra violazione
della legge, è la totale liberalizzazione e la negazione
di ogni divieto.
D'altra parte, è più che evidente che la massima
semplificazione delle procedure per richiedere l'aborto
non corrisponderebbe ad una riduzione degli aborti ma ad
un loro incremento, suggerito dall'antica illusione o tentazione
dell'uomo per cui la via "facile" sembra sempre
preferibile. L'aborto c'è sempre stato e ci sarà
sempre, è vero, come sempre avremo a che fare con
omicidi, stupri, furti, menzogne. Gli effetti del peccato
originale sono
quanto di più reale possiamo sperimentare, e tuttavia
nessuno arriverebbe a sostenere che, sic stantibus rebus
, tanto vale liberalizzarli, ipotizzando magari che l'assenza
di barriere legali produca fantomatici innalzamenti nella
statura morale della gente. La libertà autentica
non è l'assenza di norme e doveri, ma la capacità
e la volontà di perseguire il maggior bene possibile
nonostante impedimenti e difficoltà, dirigendo responsabilmente
le proprie azioni in conformità alla legge naturale
e - conseguentemente - al bene comune. Ne è una prova
il sottile legame che unisce l'aborto alla contraccezione,
da troppi ritenuta il vero antidoto all'aborto.
Bastano pochi suggerimenti a rovesciare questo assunto:
dove vengono applicate severe politiche anti-nataliste che
diffondono capillarmente la contraccezione e magari anche
la sterilizzazione - come in Cina - l'aborto non è
scomparso ma utilizzato su vasta scala; in Italia la maggior
parte delle donne che ricorrono all'aborto nei primi tre
mesi di gravidanza hanno meno di tre figli e chiedono l'interruzione
per il "fallimento" della contraccezione; al contrario,
le donne che hanno tre o più figli non vi fanno frequentemente
ricorso, ad indicare che l'elemento fondamentale nella scelta
non è tanto la condizione di partenza (economica,
culturale, sociale) quanto l'atteggiamento di apertura verso
la vita (cfr. A. Mantovano, Aborto "legale" 1978-1996:
bilancio di un fallimento, "Cristianità",
256-257, 1996).
L'aborto, insomma, è la conseguenza logica di una
mentalità contraccettiva che vede nella gravidanza
non pianificata una minaccia intollerabile, e nell'esercizio
della sessualità un campo completamente avulso dalla
procreazione. Il proprio desiderio di maternità o
di non maternità diviene così assoluto, e
tale da inglobale qualsiasi istanza etica oggettiva superiore.Chi
difende il "diritto di aborto", chiamato anche
eufemisticamente "diritto di scelta", rifiuta
stizzito l'applicazione all'embrione e al feto del principio
di inviolabilità della vita umana: lo ritiene dogmatico,
imposto da una visione oscurantista e antiquata del mondo
(quella cattolica), contrario alla libertà delle
donne e alla laicità dello Stato. Eppure, nessuno
nega di per sé tale principio, che infatti viene
affermato anche dalla legge 194 quando, all'art. 1, dice
che "lo Stato (.) tutela la vita umana dal suo inizio".
Quante volte abbiamo udito abortisti convinti ribadire che
l'aborto è e resta un male da evitare? Ma dove sta
il "male" dell'aborto? Non primariamente nel senso
di sconfitta e di frustrazione di tante donne che purtroppo
vi hanno fatto ricorso e che non lo dimenticheranno. Oppure
negli squilibri che gli aborti causano a livello familiare,
relazionale, sociale. Il vero male dell'aborto sta, con
ogni evidenza, nella soppressione di un piccolo uomo innocente
(cfr D. Rossi, L'aborto procurato o IVG, Interruzione Volontaria
della Gravidanza: tecnica ed etica , "Cristianità",
330-331, 2005, pp. 25-29).
La soppressione volontaria di un essere umano innocente,
per quanto piccolo o per quanto vecchio, per quanto malato,
malformato, disabile non può mai essere giustificata,
poiché il diritto alla vita di ogni uomo è
inalienabile e, come tutti i diritti fondamentali, il suo
possesso non ha bisogno di essere provato. La prova consiste
nella vita stessa. Per questo il fronte abortista si prodiga
da sempre per costruire elaborate quanto improbabili teorie
sull'inizio "posticipato" della vita umana, cercando
di far dire alla biologia e alla filosofia che in certi
casi l'essere che si sviluppa dal concepimento umano non
è un essere umano, o non è una vita umana
degna. Tali teorie si smontano con una certa facilità
- e sono state di fatto puntualmente smontate - ma resta
interessante la motivazione di base: se abbiamo a che fare
con una "vera" vita umana, non possiamo accettare
né l'aborto né l'eutanasia, perché
non si può sopprimere una vita umana innocente. L'uccisione
dei nostri simili è vietata dalla nostra stessa ragione,
e quindi dalla nostra coscienza, prima che da qualunque
legge positiva.
In questo senso la legge positiva, vietando l'omicidio,
non fa altro che riconoscere tale profonda e innegabile
istanza etica naturale, tutelando il bene comune di contro
alle possibile deviazioni che talora afferrano il cuore
dell'uomo, e che lo portano ad andare contro l'ovvio. Come
si può, di fronte a ciò, continuare a sostenere
meccanicamente che l'aborto è una "conquista
di civiltà"?
Quale civiltà? L'aborto legale ha prodotto aberrazioni
che stanno prendendo corpo davanti agli occhi attoniti di
quanti in buona fede credevano avrebbe ridotto un male esistente,
cioè l'aborto clandestino, e che coraggiosamente
ora ripensano inquieti agli ultimi trenta anni di storia
della cultura e si chiedono che cosa fare per "recuperare".
Qualche via da percorrere c'è. Intanto, applicare
la vigente legge sull'aborto nelle parti trascurate, cioè
laddove esorta a dissuadere la donna dalla decisione abortiva,
a rimuovere nella misura del possibile le cause che la spingono
a chiedere l'interruzione della gravidanza, e dunque a passare
attraverso una fase di attenta consulenza a tal fine. Se
la legge "non si tocca", se è una "conquista
di civiltà", non si comprendono le esagitate
reazioni degli abortisti quando si ricorda che non in appendice,
ma all'articolo 1, la legge recita, come già in parte
ricordato: " Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione
cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della
maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.
L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla
presente legge , non e' mezzo per il controllo delle nascite.
Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle
proprie funzioni e competenze , promuovono e sviluppano
i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative
necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della
limitazione delle nascite ".
Lo Stato è meno "laico" se applica le sue
laiche leggi che dicono che la vita si tutela dal suo inizio?
È conforme alla legge "che non si tocca"
chiedere di applicarla anche rispetto all'art. 2d, laddove
si stabilisce che i consultori - istituiti dal medesimo
Stato laico con la legge 405/75 - assistano la donna "
contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre
la donna all'interruzione della gravidanza" ? Perché
sarebbe un "attacco integralista" alla legge prevedere
che dei volontari si facciano carico di aiutare "a
far superare le cause" che inducono all'aborto?
La legge lo prevede nel medesimo articolo: " I consultori
sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono
avvalersi, per i fini previsti dalla legge , della collaborazione
volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni
del volontariato, che possono anche aiutare la maternità
difficile dopo la nascita ." Onestà intellettuale
vorrebbe che, se l'aborto non è un feticcio ideologico
del relativismo morale ma "un dramma", si cerchi
di scongiurare detto dramma.
Tra grida di scandalo, il Ministro Storace ha proposto l'ingresso
dei volontari a favore della vita nei consultori, per ripristinare
una par condicio troppo spesso disattesa, e restituire così
alle donne anche la "libertà di non abortire".
Naturalmente occorrerà pensare bene a come coinvolgere
tali volontari senza venire meno all'obiezione di coscienza
all'aborto, anche questa prevista dalla legge (cfr. A. Montanari,
"Medici obiettori banditi dai consultori". Secondo
il docente di bioetica Mario Palmaro la legge impedisce
l'azione dissuasiva e crea abortifici, "La Padania",
23 novembre 2005).
Resta però il dubbio che le reazioni a un ministro
della Repubblica che propone di applicare una legge della
Repubblica nascano dalla natura contraddittoria della legge
medesima. Si potrebbe pensare che tutte le disposizioni
a favore del nascituro contenute nella legge siano state
solo fumo negli occhi per gli ingenui, che l'unica cosa
che si voleva era introdurre l'aborto automatico, continuo
e indiscutibile. Non è infatti verosimile che gli
opliti della "legalità Repubblicana" credano
che le leggi si applichino in certi casi e si "interpretino"
in altri.
Come si vede, che la legge non preveda solo la possibilità
di abortire non è una leggenda metropolitana alimentata
dall'oscurantismo clericale, ma è ripetuto nei primi
articoli della legge medesima e ribadito all'art. 5.: Il
consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover
garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito
in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione
della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni
economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante
, di esaminare con la donna e con il padre del concepito,
ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità
e della riservatezza della donna e della persona indicata
come padre del concepito , le possibili soluzioni dei problemi
proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero
alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado
di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre,
di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere
la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante
la gravidanza sia dopo il parto ".
Al di là della corretta e doverosa lettura della
legge 194, resta imprescindibile la lenta e preziosa via
della formazione etica e antropologica, l'irrinunciabile
opera di sensibilizzazione culturale che, forse, porterà
un giorno ad una società più umana, che potrà
guardare alle violenze del nostro tempo come ad un illogico
e irresponsabile concentrato di barbarie eugenetica. Eugenetica
è l'espressione più adatta a descrivere un
mondo che sceglie chi debba vivere e chi debba morire, o
che ponga la propria salute e il proprio benessere al di
sopra della vita dei propri figli non nati.
La drammaticità della donna che si trova sola con
una gravidanza inattesa è una cosa molto seria, da
non banalizzare o giudicare puntando il dito. Eppure, quante
donne potrebbero compiere felicemente scelte a favore della
vita nascente se solo fossero aiutate a capire l'importanza
della vita che portano in grembo?
E, del resto, quante non darebbero la loro vita per salvare
un figlio dopo la nascita?