Si tratta di una tremenda pratica dettata dalla propaganda castrista
per tenere basso il tasso di mortalità infantile, tra i principali
indicatori mondiali per stabilire il grado di sviluppo di uno Stato...
L´aborto come strumento di rating. Un neonato che muore non è soltanto
una tragedia, ma è anche una sconfitta per il sistema sanitario. Lo
sanno bene i dirigenti del regime cubano che, in casi di potenziale
rischio sia per il feto che per la madre, spingono i medici a compiere
aborti d´ufficio. Si tratta di una tremenda pratica dettata dalla
propaganda castrista per tenere basso il tasso di mortalità infantile,
tra i principali indicatori mondiali per stabilire il grado di sviluppo
di uno Stato. Dire al mondo, e soprattutto ai Paesi meno sviluppati,
che a Cuba muoiono meno neonati che negli Usa è la priorità per un
regime che fa della battaglia ideologica la sua ragione di essere. Le
autorità li chiamano «casi incompatibili con la vita», come racconta
Ilda Molina, famosa neurochirurga cubana, parlamentare e fondatrice
alla fine degli anni `80 di un centro chirurgico all´avanguardia, poi
estromessa perché in contrasto con le scelte del governo di riservare
la clinica ai clienti stranieri con valuta pregiata. Si tratta di casi
in cui i feti presentano patologie o deformazioni. Ma a volte dipende
dalle madri: «Se risultano avere problemi di natura mentale vengono
classificate come a rischio» e sottoposte all´aborto d´ufficio, senza a
volte neanche consultarle. Lo racconta Darsi Ferrer, medico cubano che
a dicembre dovrà lasciare l´ospedale in cui lavora per le sue attività
"sovversive", che includono gestire una clinica privata in un
Paese
dove tutto fa capo allo Stato. Le statistiche ufficiali parlano chiaro.
Da 46,7 decessi ogni 1.000 parti nel 1969 si è passati a 21,9 alla fine
degli anni `80. A metà anni `90 il regime poteva vantare solo 9,9
neonati perduti su 1.000 nati e nel 2000 il tasso è calato a 7,2. Fino
a raggiungere nel 2006 il livello di 5,3 decessi ogni 1.000 parti.
Negli Usa il rapporto è di circa 6 su 1.000. Statistiche invidiabili
che contrastano con gli ospedali fatiscenti. Checché ne dica Michael
Moore nel documentario Sicko che tesse le lodi della sanità cubana, le
strutture sono vecchie o non funzionanti. Mancano le medicine, i
bisturi e perfino i dottori, inviati in massa all´estero in missioni
definite umanitarie ma che in realtà fruttano al regime petrolio,
dollari e immagine. Un´incongruenza per la quale Darsi Ferrer ha una
risposta semplice: aborti d´ufficio, praticati da medici impauriti sui
quali le autorità esercitano enormi pressioni per non far morire i
bambini fino al primo anno di età, quando non sono più considerati
neonati. I medici, costretti a lavorare di più per coprire i colleghi
all´estero, regolano la loro concentrazione all´età del paziente. E se
un anziano muore per un´attesa troppo lunga, le autorità chiudono un
occhio.
di Francesco Guarascio
L´INDIPENDENTE 12 giugno 2007