Autore: Valeria Battimiello
Fonte: Bollettino Salesiano, Anno CXXX, n. 1, Gennaio 2006
Di fronte a certi fatti, ormai comuni nelle
cliniche, non si riesce a non riflettere. Il disagio ti
si avvinghia addosso come l'edera alla pianta. Ti guardi
attorno, vedi tanta umanità diversa che piange, che
ride, che sospira, che ha fretta, che ha pauraS Ecco la
cronaca di una giornata.
Cronaca vera
Una mattina come tante...la sveglia, la metro, la pioggia.
Gli esami sono finiti, la laurea è alle porte, in
reparto già mi chiamano "dottoressa". Potere
del camice bianco! Mi avvio al Policlinico, oggi è
il mio turno per il tirocinio in Ginecologia ed Ostetricia,
mi sento ancora nelle braccia di Morfeo, indubbiamente avrei
preferito rimanere tra le coperte del mio accogliente letto,
ma no: preferisco arrivare prima così da guadagnarmi
un 'posto in prima fila' in sala parto. Sono emozionata,
sento il potere della natura femminile che mi pervade, il
mistero della vita che comincia La situazione è però
tranquilla, nessun nuovo 'esserino' sta bussando alle porte
di questo mondo e, almeno per questa mattina, starò
come gli altri giorni in ambulatorio.
INVECE NO!
Invece no! Oggi si sale all'ultimo piano
dall'ascensore sul retro, l'unico che arriva al 5° piano,
e porta dritto nel settore chirurgico. Il corridoio è
lungo e lo sembra ancora di più per via di quella
pittura data di fresco che lo inonda di un bianco abbagliante.
Le stanze sono tutte vuote, non è più un reparto
di degenza, adesso è dedicato ai regimi di Day Hospital.
Un ragazzo intorno ai diciott'anni, tutto trafelato, mi
chiede notizie di una certa paziente, la sua ragazza e crudamente
scopro dove sono. Questa è l'entrata per l'IVG una
sigla per non spaventare, una delle tante, ormai che in
qualche modo sembrano nascondere la realtà. IVG è
Interruzione Volontaria della Gravidanza, ma in realtà
è di aborto che si parla.
UN VIA VAI PARTICOLARE
Non ci sono molte persone qui, le pazienti
entrano da una porta secondaria per il rispetto della privacy,
mi spiegano. La sala operatoria è piccola e spartana.
Un corridoio adiacente è già occupato da barelle
in dolce
attesa. Qui entro i 3 mesi una donna ha il diritto legale
di imporsi alla vita e di rinunciare al dono della maternità.
Ed è proprio qui che si garantisce l'idoneità
a usufruire di questo diritto con l'ausilio di un'assistente
sociale e di un ginecologo che, previa ecografia, ne stabilisce
i tempi. Mi aspettavo di trovare una maggioranza di ragazzine
sprovvedute, quattordicenni spaurite, donne indigenti. In
realtà, camice a parte, sono proprio come me, con
i miei jeans, le mie scarpe da ginnastica, la mia coda di
cavallo.
C'è Federica. Lei ha 28 anni e un bel viso, fa la
commessa, ma adesso un bambino non era proprio il caso.
Entra Anna, 42 anni. Leggo in cartella che è sposata
e ha già tre bambini e due aborti alle spalle. La
guardo, discretamente non sembra turbata, lei è di
casa qui, e ride di gusto all'invito dell'amica che è
con lei, di comprarsi un televisore per avere qualcos'altro
da fare, la sera!
Sabrina ha 22 anni. Lei è venuta qui solo per un
controllo, infatti ha già abortito circa un mese
fa, ma avverte dei dolori quando fa il rapporto, ed è
spaventata, perché sa che l'aborto non è una
passeggiata e può comportare anche complicanze molto
serie non solo a livello fisiologico ma anche ed è
pure peggio psicologico.
Alessia è invece accompagnata da Arturo, il suo ragazzo.
Belli da copertina, vestiti alla moda, caschi da motocicletta.
Fanno tenerezza: lui le tiene la mano con amore e le chiede
continuamente se va tutto bene, ma lei con gli occhi perlati
di lacrime non riesce neanche a guardare il monitor. Ha
solo una gran fretta di uscire da quel luogo e di rifiorire
con i suoi vent'anni. Con Alina, 35 anni, è più
difficile comunicare. Lei viene dall'Ucraina, ha già
una figlia e una grossa necessità di lavorare, non
può permettersi una gravidanza adesso, ma neanche
l'aborto visto che ha superato i 3 mesi, termine legale
per l'IVG, e a nulla valgono le lacrime con cui ci spiega
che con la vita che fa è andata su spiaggia con uomo
che poi sparito. È il turno di Carmela, 30 anni.
Lei e suo marito questo figlio lo volevano, lo aspettavano
da tanto, ma purtroppo la natura è stata crudele:
la diagnosi è di feto anencefalico, non compatibile
con la vita extra-uterina. Ma Carmela è una donna
coraggiosa, avrebbe comunque portato a termine la gravidanza,
se solo non avesse scoperto quel grave problema cardiaco.
IL BISOGNO DI USCIRE
Ci sono altre donne ancora in fila, ma a
questo punto sento l'esigenza di uscire da questa che mi
sembra una rappresentazione macabra, una specie di Giudizio
Universale in cui si decide la sorte di un condannato che
nemmeno sa di esserlo, e che perciò non ha avvocati
difensori: è soltanto un paziente, totalmente inerme
che non può che obbedire. La preoccupazione più
grande non sembra essere la coscienza quanto piuttosto il
certificato di non specificata visita medica ginecologica
da portare sul lavoro. Più in là ci sono le
operate di questa mattina che si stanno risvegliando e la
mamma di Tiziana, 14 anni, non smette di vantarsi di quanto
sua figlia non si sia per nulla lamentata dei dolori, esortandola
a sbrigarsi in modo da tornare a casa per pranzo. Sì,
infatti, una vita umana può cominciare in un attimo
di passione e terminare in mezza giornata, in tempo per
l'ora di pranzo.
Intanto in sala operatoria c'è Gabriella. Non è
assopita del tutto, infatti, mi dimostra che il dolore si
sente eccome; urla forte, non sembra cosciente ma il suo
inconscio lo è forse più di lei, e le fa gridare
disperata un nome: Emanuele. La scena è straziante;
pensiamo sia il nome del marito, e invece no, è il
suo istinto di donna e di madre che prende il sopravvento,
sta chiamando suo figlio, il fratello maggiore di quel bambino
a cui ha impedito di venire al mondo.
Questa è cronaca. Cronaca di una giornata come tante,
qui in ostetricia.