Il dramma dell'aborto ai tempi di Ceausescu


Il regista Mungiu: «È un tema molto complesso e delicato, ma credo sia giusto palarne visto che ancora oggi nel mio Paese è utilizzato come metodo contraccettivo»
Un pugno nello stomaco. Ma non solo: 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni è molto di più. E non tanto per quel feto esibito senza pudore, quasi un estremo gesto di pietà, ma per tutta la storia che, a dispetto dello stile minimalista con cui il regista rumeno Cristian Mungiu la racconta (o, forse, proprio per quello) coinvolge lo spettatore già dai primi, plumbei, fotogrammi, trascinandocelo dentro. Vincitore della Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes, il film (nelle sale italiane, in anteprima mondiale, da venerdì 24 agosto) racconta un giorno della vita, il più lungo, di Otilia e Gabita (Anamaria Marinca e Laura Vasiliu), due ventenni rumene che dividono la stanza in un dormitorio per studenti universitari in una piccola cittadina della Romania. Conducono una vita tutto sommato normale finché la più fragile delle due non rimane incinta.
Siamo nella seconda metà degli anni '80, in pieno regime comunista, il Muro cadrà solo dopo qualche anno. Dal 1966 l'aborto è proibito per legge e la via dell'interruzione clandestina della gravidanza è percorsa da un numero di donne sempre più crescente. Poco importa se molte (oltre novemila, secondo fonti citate dal regista) ci lasciano la pelle: in quel periodo, spiega Mungiu, «l'aborto aveva perduto ogni connotato morale e veniva percepito come un atto di ribellione e di resistenza contro il regime. Perché i figli delle donne non sposate venivano sottratti alle madri per essere educati secondo le regole del comunismo». Gabita decide di affidarsi al signor Bebe (Vlad Ivanov): le hanno assicurato che lui l'aiuterà ad abortire come ha già fatto con tante altre ragazze. E l'uomo lo farà, non prima di avere chiesto una maggiorazione del compenso pattuito dopo avere saputo che la ragazza ha superato già da parecchio il terzo mese di gravidanza: è incinta da 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. L'aumento del compenso, però, non prevede un ulteriore esborso economico: Olita e Gabita, i loro corpi, sono il prezzo chiesto, e ottenuto, dall'individuo.
«Quando ho iniziato a scrivere questo film non volevo raccontare l'aborto e le sue implicazioni ma solo una storia sulla Romania dei miei vent'anni che mi era capitato di ascoltare - spiega il regista -. Sarebbe impossibile racchiudere in un solo film la complessità di una società e di un tema così delicato come l'aborto. Del quale, tuttavia, è giusto parlare visto che ancora oggi in Romania l'aborto, legalizzato dal 1989, viene utilizzato come metodo contraccettivo, con oltre trecentomila interventi l'anno. Se questo accade, vuol dire che in un Paese che oggi è libero non stiamo facendo ancora niente per l'insegnamento e l'educazione delle nuove generazioni».
Significative, a questo proposito, le parole della protagonista Anamaria Marinca che, da un lato parla del «diritto di ogni donna a decidere se avere o no un figlio» ma, dall'altra, afferma con determinazione: «Premesso che il mio non è un punto di vista religioso, credo che l'aborto sia una cosa terribile. Non spetta a nessuno di noi decidere tra la vita e la morte». Mungiu conclude: «Nel film non vengono mai citati il comunismo o Ceausescu. Perché allora noi avevamo problemi economici, non si trovavano i generi alimentari, c'era la borsa nera ma cercavamo di vivere una normale. Non ipotizzavamo che il comunismo sarebbe potuto finire e non ci rendevamo nemmeno conto della mancanza di libertà. Credo sia questa la conseguenza peggiore del comunismo».