Fonte:
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200610articoli/12227girata.asp
PYONGYANG. Il regime di Pyongyang è ossessionato
dalla «purezza della razza» tanto da incentivare
l'uccisione di bambini affetti da disabilità e costringere
all'aborto le donne sospettate di aver concepito il bambino
con un padre cinese. È quanto filtra dalla strettissima
censura, grazie ad alcune testimonianze rese da rifugiati
all'estero e riportate dal «Sunday Times».
Il dottore nordcoreano Ri Kwang-chol, fuggito l'anno scorso
a Seul, ha raccontato nel corso di un convegno nella capitale
sudocreana che il regime di Kim Jong-Il ordina al personale
medico di uccidere i bambini che alla nascita presentano
malformazioni o handicap. «In Corea del Nord non ci
sono persone con difetti fisici», ha affermato Ri,
precisando di non aver mai commesso personalmente un tale
crimine. Gli esuli nordcoreani a Seul affermano, tuttavia,
che Ri stia tenendo un profilo basso, temendo rappresaglie
da parte dell'intelligence nordcoreana, non nuova ad esecuzioni
mirate di dissidenti che hanno trovato rifugio in Corea
del Sud.
Altro capitolo della follia della dittatura, fondata sul
concetto mistico della «superiorità della razza
nordcoreana», è quello relativo agli aborti
coatti con cui vengono punite relazioni sessuali «deviate»
e nascite «indesiderate». Una donna di 30 anni,
che si fa chiamare Han Myong-suk, ha riferito di essere
scappata per ben due volte dal Paese, grazie all'aiuto dei
sudcoreani e di un'ong cristiana statunitense. Han ha raccontato
di essere stata venduta da alcuni trafficanti ad un agricoltore
cinese.
Rimasta incinta del suo padrone e, quando ormai era giunta
al quinto mese di gravidanza, è stata arrestata dalla
polizia cinese che l'ha riconsegnata alle autorità
nordcoreane. Rinchiusa in uno dei tre carceri femminili
nordcoreani - situati nelle città di Sinuju, Onsong
e Chongin - Han ha detto di essere stata picchiata e presa
a calci alla pancia da un secondino, avendo sfidato l'ordine
di abortire. Una settimana più tardi la donna è
stata condotta in una clinica della prigione dove gli è
stato estratto il feto.
La storia, sopravvissuta ad anni di lavori forzari, è
una preziosa testimonianza della pratica degli aborti coatti
in Corea del Nord, di cui si parlò per la prima volta
in un rapporto nel 2003 stilato da David Hawk, ricercatore
del gruppo umanitario 'US Commitee of Human Riughts', sulla
base di otto diversi casi documentati. Hawk non ha esitato
a parlare di «fenomeni di repressione estrema in Corea
del Nord», arrivando a concludere che il regime pratica
l«'infanticidio etnico».