|
Ci siamo. Anche quest'anno la Federazione Provinciale
di Forza Nuova Catania, con la "Settima per la difesa della
vita", riapre lo scottante dibatto sulla deriva nichilista
e relativista che sta trascinando la Politica e la Cultura odierna
su spiagge, bioeticamente e umanamente, spaventose.Dopo la netta
vittoria registrata in Italia nella Primavera del 2005 dal fronte
Astensionista nel referendum sulla fecondazione assistita, oggi
siamo costretti a denunciare dei notevoli passi indietro compiuti
dalla classe politica su quanto concerne la difesa del diritto
elementare -più volte calpestato- alla Vita. Se con la
vittoria dell'Astensionismo, nel referendum sulla legge 40,
si era pensato che le condizioni per poter rimettere in discussione
la legislazione sull'aborto fossero prossime, a distanza di
poco tempo dobbiamo affermare l'esatto contrario: sono venuti
a mancare i presupposti per una nuova battaglia politica antiabortista.
Anzi, soprattutto con la salita del Centrosinistra al governo,
dobbiamo ammettere che la situazione è addirittura sprofondata.
Sì, perché, ci siamo trovati innazi ad una maggioranza
parlamentare, seppur precaria, che, con la cancellazione dell'Italia
dai protocolli europei di non sperimentazione sugli embrioni
umani, per mano del diessino Mussi, ha dì fatto annullato
la volontà popolare in merito al rispetto del Vita fin
dal suo concepimento.
Non va neanche dimenticata una cosa: siamo in presenza di un
Governo di basso spessore che, anche davanti alle questioni
più delicate inerenti al rispetto della Vita e alla dignità
umana, è vittima delle sue frange più radicali.
Come tutti sappiamo, l'estrema sinistra, in accordo con l'iperindividualismo
liberale e laicista della Rosa del Pugno, già freme affinché
anche in Italia si possa cominciare a praticare l'Eutanasia,
la vendita legale di sostanze stupefacenti, e l'istituzione
dei Pacs (o meglio, matrimoni gay). Per qualche sinistro motivo,
qualcuno di questi signori si è convinto che talune legislazioni
troppo aperte in tema di Etica possano favorire in qualche modo
lo sviluppo sociale, morale e civile delle nazioni. Sotto questo
profilo, i paesi che non si sono ancora adeguati in tal senso,
è bene che lo facciano al più presto per non rimanere
esclusi dal consesso della civiltà moderna. Ovviamente,
non condividiamo questo principio e non accettiamo nessun altra
pretesa simile: assolutamente. Ci sarà vero sviluppo
-ci sarà vera civiltà- solo quando la politica
e la società si muoveranno in totale accordo con la dignità
della Persona umana, con la sua libertà, la sua identità,
e con la sua intrinseca verità. Gli esempi del Belgio,
dell'Olanda, della Scandinavia e della Spagna Zapateriana, si
muovono verso un'altra prospettiva che non può assolutamente
apparire, né ai nostri occhi, né agli occhi della
Storia, come civile o sostenibile. È per questo motivo
che, anche quest' anno, ci sentiamo in dovere, con i mezzi che
la politica consente, di manifestare attivamente il nostro dissenso
verso questa tendenza troppo libera della sinistra che, con
il suo fare e con le sue ambiguità, semina morte. Sì,
perché il contrario della vita è proprio la morte,
biologicamente e moralmente intesa.
Come dicevamo, nell'arco dell'ultimo anno
abbiamo avvertito dei bruschi passi indietro su ciò che
concerne la difesa della vita, e questi non provengono solo
dal mondo del Centrosinistra italiano, ma anche dalla società
civile e dal sistema giuridico di una consolidata realtà
democratica europea.
Con l'appello di Welby al Presidente della
Repubblica, le istanze di chi vorrebbe che anche in Italia si
praticasse l'eutanasia hanno ripreso vigore. Proviamo un certo
rispetto -un comprensibile rispetto umano- per le richieste
di Welby, ma non possiamo accettare che esse siano accolte.
Quando si parla di Eutanasia -non dimentichiamolo!- si parla
pur sempre di un omicidio, della distruzione di un uomo. L'etimo
di questa parola -per fare chiarezza- viene dal greco "buona
distruzione": questo lo sottolineiamo per comprendere al
meglio ciò di cui si parla. Con Welby si è sollevato
nuovamente il quesito se è lecito, o no, permettere ad
una persona gravemente malata di poter essere legalmente aiutata
a suicidarsi; e quindi se è giusto aiutarla ad attenuare
le proprie sofferenze con la morte. Sul piano etico e morale
la risposta è semplice: «Non uccidere». Ma
questo principio oggi non sembra più così tanto
evidente e condiviso, a causa anche di un certo fraintendimento
del concetto di "Libertà individuale" e quindi
dei suoi limiti. L'uomo non è in grado di decidere sulla
propria vita o su quella di nessun altro, perché non
ne è padrone. Ma, il principio di padronanza rischia
di essere qualcosa di vago se non ci si aiuta con un esempio
banale e allo stesso tempo sconcertante: se a un uomo togliamo
la vita, non gliela possiamo più restituire; se ci suicidiamo
nessuna forza al mondo ci può rendere la vita. Se fossimo
realmente padroni della Vita e delle sue dinamiche, potremmo
levarla e restituirla a nostro piacimento, ma così non
è. Davanti a questo limite, qualsiasi supposta o pretesa
libertà individuale sulla nostra vita e su quella di
altri viene a cadere, perché evidentemente non godiamo
di un dominio assoluto sulla nostra esistenza.
Andiamo oltre. Considerando il supposto valore "analgesico"
dell'Eutanasia, è da valutare quale sia la reale soglia
del dolore sopportabile oltre la quale è lecito suicidarsi.
Premettendo che la sopportazione del dolore è assolutamente
soggettiva, chi ha l'autorità per decidere su ciò;
e chi ha la libertà di porre dei limiti? «Oggi,
ho un mal di testa così forte che mi verrebbe voglia
di uccidermi! »; «La schiena mi fa così tanto
male, che preferirei essere morto. »; «Non posso
sopportare di essere stata lasciata. Voglio morire!».
Magari un giorno -scusando la balordaggine degli esempi-, una
volta aperta la porta all'eutanasia, questi casi così
banali potrebbero essere al vaglio di qualche Direttore Sanitario
"troppo buono e troppo umano", il quale dovrà
decidere se la loro morte può essere messa a carico del
Sistema sanitario nazionale o se invece vada pagato il ticket.
Ovviamente, abbiamo analizzato dei casi paradossali, ma non
per questo vogliamo banalizzare più del dovuto la questione.
Quando, fu approvata la legge "Per la difesa della Maternità"
(d.l. 194/78), meglio conosciuta come legge "sull'aborto"
-vi giuriamo che non è un'ironia: si chiama davvero così-,
i promotori affermavano che essa sarebbe servita solo a evitare
gli aborti clandestini e a combattere le mammane. Trecentomila
aborti l'anno ci fanno pensare che la sospensione volontaria
della gravidanza da molte donne è intesa alla stessa
stregua di un comune rimedio anticoncezionale -post concezione,
ovviamente- e non come rimedio antimammana. Allora, perché
non pensare ad una degenerazione del concetto di Eutanasia,
qualora questa pratica venisse approvata? Se noi guardassimo
questa specifica problematica da un'altra prospettiva, ci accorgeremmo
che essa è in linea di continuità con una certa
cultura infausta che non ci insegna a sopportare il dolore,
ma anzi ci chiama a evitarlo a tutti costi, sia che questo sia
fisico o che questo sia morale.
Il caso Welby ci pone innanzi un altro interrogativo
impegnativo: se un malato è terminale, perché
non gli si deve accordare il diritto d'anticipare quell'inevitabile
giro di boa che è la morte? Anche in questo caso la risposta
è paradossale: terminale o no, tutti, prima o poi, dobbiamo
morire e non per questo possiamo accelerare il decorso della
nostra esistenza con una morte volontaria e programmata. Sul
tema della malattia in sé stessa, e del dolore in generale,
si dovrebbe invece affrontare un discorso, per certi aspetti,
anche gioioso: il più delle volte, la malattia offre
la reale possibilità di conoscere sé stessi, come
nessun altra situazione può fare. Ma su questo punto
non ci dilunghiamo, e vi invitiamo a leggere la Lettera apostolica
Salvifici doloris di Giovanni Paolo II, la quale può
risultare illuminante per una retta comprensione, anche teologica,
della questione.
Un'ultima riflessione che può essere
dedotta dal caso Welby è questa: una vita resa inattiva
dalla malattia è degna di essere vissuta, soprattutto
se un uomo per vivere, lavarsi, leggere, comunicare, ha bisogno
dell'aiuto di un'altra persona? Certo, capiamo che anche questa
domanda pone degli interrogativi che colpiscono il cuore e la
coscienza di chiunque, però, anche in questo caso, dobbiamo
saper cogliere la reale differenza che corre tra dignità
ed orgoglio. È sicuramente umiliante dover essere aiutati
per sopravvivere, ma non si può neanche accettare che
per l'orgoglio si possa arrivare a gesti così terribili
e irreparabili. La vera dignità, quella di cui ogni uomo
ne è partecipe, ci chiama ad accettare il nostro vissuto
e non a negare noi stessi e il nostro valore. Noi non vogliamo
e non possiamo accettare che le file dell'esistenza siano tirate
dal sentimento più opaco che possa esistere, cioè
l'orgoglio. Non possiamo accettare il fatto che sia esso a guidare
il nostro animo.
L'altro caso che ci porta a considerare che
si stiano aprendo nuovi scenari nefasti sul fronte Etico, che
rischiano di offuscare ancor di più la dignità
della Vita, si registra ancora una volta in Olanda. Caso sconcertante,
nei Paesi Bassi è stato fondato L'NDV, il "Partito
dei pedofili", e la corte dell'Aja ne ha legittimato l'esistenza.
Cosa vuole questo partito? Il suo fine è quello di abbassare
la soglia d'iniziazione sessuale a 12 anni, in nome, sempre,
di quella libertà di coscienza che tutto tollera. Esattamente.
I portavoce dell'NDV sono convinti che già a 12 anni
una persona è in grado di poter gestire in piena autonomia
e coscienza la propria sessualità e la propria corporalità.
Pretesa assurda, ma analizziamo le conseguenze di questa proposta.
Troveremmo bambini di 12 anni, nel pieno della propria formazione
sessuale e quindi in una fase psichicamente delicatissima, nella
possibilità di poter contrarre rapporti anche con personalità
adulte, o meglio, potremmo trovare adulti liberi di abusare
di ragazzini; troveremmo dodicenni liberi di prostituirsi e
di esibirsi in spettacoli o in filmografia a sfondo pedopornografico.
Queste tre possibilità ci fanno già rabbrividire.
Il fattore che ci lascia più perplessi è questo:
il Tribunale di un paese dell'Unione Europea ha legittimato
le proposte di questo Partito, ciò vuol dire che le istanze
dai "pedofili" sono comunque già in nuce all'interno
della filosofia giuridica olandese. Il fatto che in Olanda ancora
non è stata votata alcuna legislazione che abbassi la
soglia d'iniziazione sessuale a 12 anni è un puro dettaglio
legale, ovviabile nel tempo. A noi fa paura che in Olanda sia
stata aperta tale "botola giuridica", perché,
in linea di principio, ciò che sta avvenendo nel paese
di Spinoza, può avvenire in qualsiasi Paese dell'Unione,
in virtù della comune prospettiva giuridica che sta pervadendo
l'intera Europa comunitaria.
Voi direte cosa c'entra la pedofilia e i suoi
affini con la difesa della Vita? Semplice, la difesa del diritto
alla Vita, è soprattutto difesa della dignità
della Vita, che nei più deboli, nei bambini, nei feti,
negli embrioni, nei malati, negli anziani, ecc., corre i maggiori
pericoli di violazione. Per noi, la Dignità della vita,
che è sinonimo e immagine della dignità della
persona umana, deve essere Difesa, appunto, fino a quando c'è
vita. Oltre non si può.
Ovviamente, con queste poche righe non vogliamo
far luce su questioni così complesse quali e soprattutto
l'Eutanasia. Speriamo solo di aver suscitato un minimo di riflessione
che possa aiutare a comprendere al meglio il reale valore dell'Esistenza
umana. C'è solo un concetto che vogliamo ribadire con
forza ancora una volta: la vita è sacra e inviolabile
dal concepimento alla morte naturale. Così è e
così deve essere.
Fernando Massimo Adonia - Dir. Naz. FN. |