Venezia, la «pazza idea» di screditare l’uomo
Perché un medico come Umberto Veronesi si impegna
a diffondere il darwinismo attraverso un grande convegno?
Perché se gli esseri umani non sono altro che scimmie
più evolute tutto diventa accettabile: ricerca sugli
embrioni, eutanasia, aborto...
di Francesco Agnoli
C'è qualcosa di terribilmente ideologico nella continua
lotta intrapresa da Umberto Veronesi per la consacrazione
del darwinismo. Altrimenti non si capirebbe come questo
apprezzato oncologo, che da anni si batte per aborto, fecondazione
artificiale, eutanasia, droga libera, ecc., abbia accompagnato
da tempo questo suo impegno, per così dire mortifero,
con analogo sforzo di promozione della visione darwiniana
della vita (al punto di promuovere un bimestrale, Darwin,
diretto da un filo-radicale come Gilberto Corbellini). Da
alcuni anni infatti cova nella mente di Veronesi il grande
convegno sul naturalista inglese, che avrà luogo
a Venezia, con sponsor non risibili, dal 20 al 23 settembre,
e che ha lo scopo di diffondere l'idea che la coscienza,
il pensiero, il linguaggio, la creatività umana sarebbero
semplici prodotti della casuale evoluzione animale. Perché
tanto amore per Darwin, in uno scienziato che non si occupa
specificamente di studi biologici? Non è difficile
da capire. Il darwinismo, infatti, pur non potendo assolutamente
negare un Dio Creatore, né empiricamente né
filosoficamente, contribuisce in buona parte a "screditarlo".
E scredita, nello stesso tempo, l'uomo: non più a
immagine di Dio, ma delle grandi scimmie. In questo senso
il darwinismo è a fondamento di tanti errori e orrori
della modernità: del concetto di lotta per la vita
(che diviene nazionalismo e superomismo), dell'eugenetica,
del liberismo selvaggio, dell'animalismo… Tutta la
questione dei diritti umani, a ben vedere, decade, di fronte
all'equiparazione tra uomini e animali. Infatti, se veramente
fossimo solo scimmie evolute, non solo la sperimentazione
sugli uomini (embrioni) diverrebbe lecita, allo stesso modo
di quella sugli animali, ma, ad essere coerenti, si dovrebbe
finire per giustificare anche il cannibalismo (un altro
modo, semplicemente, di mangiare carne….).
In realtà però, ripassando la storia, ci si
accorge che il verbo "darwiniano", che troverà
ampia eco in laguna nei prossimi giorni, è assai
antico: ben prima di Darwin stesso, qualcun altro aveva
parlato di discendenza degli uomini dalle scimmie. Chi,
precisamente? In particolare, a sostenere questa aberrante
teoria, erano stati alcuni libertini, vicini a posizioni
scettiche, materialiste-atee o deiste. Costoro avevano ereditato
la teoria pagana ed antiscientifica della generazione spontanea,
per affermare che in realtà la vita si genera da
sé, senza bisogno di nessun Creatore. Giulio Cesare
Vanini, per fare un esempio, riteneva che il mondo fosse
eterno, cioè che fosse dio; d'altro canto negava
la creazione e l'immortalità dell'anima umana, sostenendo
altresì l'eternità della materia. Perché
allora concedere una particolare dignità all'uomo,
rispetto alle altre bestie e cose, una volta esclusa la
sua somiglianza con Dio? Vanini aveva sostenuto prima la
generazione spontanea degli uomini dalla terra, e poi, tramite
Cardano, un mago del Cinquecento, la nascita dell'uomo da
«animali affini all'uomo come le bertucce, i macachi,
e le scimmie in genere». Siamo alla fine del Cinquecento,
centinaia d'anni prima di Darwin. Lo stesso Voltaire, nel
suo «Trattato sulla metafisica», avrebbe dimostrato
di dar fede all'idea che intere razze, come quella dei neri,
sono nate da esseri bestiali. Ma tutti questi filosofi dove
volevano arrivare? A negare valore all'uomo stesso, all'idea
secolare (e cristiana) di persona. Infatti, come lo stesso
Voltaire, finirono per giustificare la differenza "naturale"
tra gli uomini, la loro disuguaglianza, e quindi, se coerenti,
il colonialismo e lo schiavismo (avversato, invece, dalla
visione biblica, secondo cui gli uomini, creati direttamente
da Dio, sono tutti fratelli). Ma allora, cos'è, oggi,
l'idea di poter uccidere embrioni umani, o di clonare delle
creature, se non una forma nuova di schiavismo? Sono gli
orrori che nascono nel momento in cui si nega a Dio il suo
ruolo di Creatore, o, quantomeno, all'uomo la sua dignità
di creatura spirituale e razionale.
È appena il caso di ricordare, ancora una volta,
per ricollegarci all'inizio del discorso, da quale antropologia
provenga la legittimazione, ad esempio dell'eutanasia, da
parte di Umberto Veronesi: «Considero la morte nient'altro
che un evento biologico. È la rigenerazione, il lasciar
spazio agli altri, come fanno quegli animali che da vecchi
si staccano dal branco per andare a morire soli» (Umberto
Veronesi, «L'ombra e la luce», La biblioteca
di Repubblica). E ancora, parlando sempre di eutanasia,
e confondendo le acque: «È un dovere affrontare
la morte serenamente, come gli elefanti, che si ritirano
per morire, o gli alberi che cadono perché hanno
concluso il loro ciclo vitale… Se non ci fosse la
morte, già noi non saremmo vivi, lo siamo perché
altri prima di noi se ne sono andati, come le piante, come
gli animali». Queste ultime, "intelligentissime",
affermazioni, in cui l'uomo è equiparato ad animali
e piante, sono tratte da uno dei tanti libri-interviste
di questi anni, «Scienza e futuro dell'uomo»
(Passigli), scritti da Umberto Veronesi al principale scopo
di sostenere, come sempre, aborto, eutanasia, liberalizzazione
delle droghe, clonazione... Ma prima, come presupposto,
come fondamento del discorso? Come sempre, Veronesi esordisce
con un "leggero" attacco alla Chiesa, che sarebbe,
a rigor di logica, immotivato, fuori luogo: «La Chiesa
fonda se stessa sulla negazione dell'uso della ragione…
Per definizione, "fede" significa credere ciecamente
senza esercitare potere critico...». E il suo intervistatore,
di rimando. «Se per la Chiesa la conoscenza è
un peccato talmente grave da meritare il castigo più
severo, Lei, professor Veronesi, vive nel peccato...».
Anche nel suo ultimo intervento, sull'Espresso del 14 settembre,
Veronesi travalica dalla scienza alla filosofia, con la
leggerezza di un elefante: «La vita nasce dal caso
e dalla necessità. Mi rendo conto che questo non
lascia molto spazio a interpretazioni metafisiche dell'esistenza
umana….». Cosa è il caso, e cosa è
la necessità? Antiche divinità greche di ritorno?
E perché il darwinismo negherebbe, di per sé,
la metafisica? Ma soprattutto: come si fa a divinizzare
il caso, trasformandolo in forza intelligente, creatrice
e ordinatrice, e a scrivere, qualche riga più avanti,
che «una forma di intelligenza esiste anche in una
singola cellula», al punto che «se la isoliamo
e tentiamo di toglierle la vita, la vediamo reagire, difendersi,
attivare l'istinto di conservazione del suo Dna, un codice
della vita che ha due compiti...». L'"intelligenza",
il "Dna", e cioè un programma completo
e meraviglioso, ordinato e finalizzato, i "compiti"
da svolgere, con uno scopo... cosa c'entra tutto questo
col caso, cioè col disordine, l'assenza di significato,
di intelligenza, di compito?