American Gotterdammerung

Maurizio Blondet
www.effeideffe.com
06/01/2007

Lo squallore, l’abbandono di straccioni che tossiscono nelle miserabili camerate; la loro totale solitudine, irredimibile.
Non sono solo barboni.
Tra i tubercolotici che dormono ed espettorano negli ospizi, Anna ha trovato molti uomini che hanno un lavoro stabile, persino guidatori di autobus urbani, e dunque un salario: e che tuttavia non possono pagarsi non solo le medicine, ma un alloggio.
I «working poor», coloro che pur lavorando non riescono ad uscire dalla miseria, sono una vecchia istituzione del liberismo americano.
Ora sono diventati «working TB homeless», malati senza-tetto con occupazione stabile.
Questa massa miserevole, avendo spesso interrotto le cure per ignoranza o impossibilità economica - effetto collaterale del sistema sanitario privato - ha sviluppato e quasi creato un bacillo resistente ai farmaci.
Così il municipio ha lanciato un serio programma di somministrazione sorvegliata e senza interruzioni ai disgraziati; un cocktail di antibiotici potentissimi che, dopo qualche settimana, almeno rendono il malato non più contagioso.
Gli addetti sanitari sono coscienziosi e dedicati, si prodigano seriamente.
Ma Anna ha visto arrivare a prendere le medicine una prostituta giovane, negra, fatta di crack, e in più ferita da una coltellata: un grumo di disperazione, di rabbia e di piaghe sociali in un giovane corpo nero, tutte da curare prima.
«Il nostro compito è accertarsi che non interrompa i farmaci», dice l’addetta sanitaria.
Freddamente.
Curano l’epidemia, non le persone.
Anche se arrivano da loro sempre nuovi tisici da denutrizione, senza famiglia, cacciati dalle case dagli alti prezzi degli affitti, effetto collaterale del boom immobiliare.
E ciò nel Paese più ricco del mondo, che sta dilapidando centinaia di miliardi di dollari in due guerre insensate, che per giunta sta perdendo.

Con Kofi Annan e la moglie, una serata in un night: complessini negri suonano splendido, antico dixieland.
I musicanti sono tutti di New Orleans, tutti profughi, le loro casette di legno sono ancora laggiù nel fango, ci resteranno per sempre.
Avventori in jeans e maglioni.
Quando qualche negro lancia un insulto contro Bush, frenetici applausi.
Molti dicono all’italiana, «mi vergogno di essere americano».
Ma la sera dopo, un’amica della buona società commenta consolata l’impiccagione di Saddam Hussein: «Bene così, almeno non potrà aggredire un’altra volta gli Stati Uniti».
Il Far West globale, avvolto nell’ignoranza disinformata dalla propaganda.
Una lugubre demente atmosfera di fin de régime pare opprimere gli USA.
La rileva anche William Pfaff, forse il miglior commentatore americano.
Ottantenne, Pfaff ha visto la grande depressione, la guerra mondiale, il Vietnam, l’assassinio di Kennedy.
Ma, scrive, «non ricordo un capodanno con prospettive più nere di questo».
Ciò che Pfaff  intravvede, e che teme di vedere, è l’America presa in trappola dal suo mito - il mito dell’Impero del Bene - diventato incubo.
Dove tutti i caratteri che hanno determinato il suo successo storico - l’ottimismo, il semplicismo, il moralismo, la fede che la forza schiacciante può aver ragione di qualunque problema - si volgono tutti insieme in motivi di sciagura, ossessione e rovina.
«Ancora una volta gli USA hanno scelto di lanciarsi in una guerra che i suoi capi definiscono come una battaglia sul destino mondiale».
Lo hanno fatto a freddo, dipingendo a se stessi Bin Laden e Al Qaeda come il nuovo, titanico Impero del Male.
«Dal momento in cui Bush ha interpretato questa sfida non già come proveniente da un piccolo numero d’uomini animati da uno speciale odio religioso per gli USA ed Israele, bensì come una vasta forza politico-culturale interna alla civiltà islamica, gli USA hanno implicitamente ammesso la propria sconfitta. Come possono degli eserciti americani debellare un simile fenomeno?».

Ma nemmeno Pfaff può ammettere che già il «terrorismo islamico» e «globale» contro cui l’America è scesa in guerra è stato un falso deliberato, su indicazione israelo-neocon.
Un americano continua a dover credere che il pericolo sia reale - altrimenti dovrebbe ammettere che il Paese più potente e libero della storia umana è caduto vergognosamente sotto la schiavitù di un potere estraneo, che non si può nemmeno nominare, e che la democrazia più forte del mondo ha votato al potere dei criminali totali, per giunta stupidi, e non sa liberarsene.
Basterebbe ricordare che nel 2003, i due caporioni neocon ebrei Lawrence Kaplan e William Kristol, scrivevano senza vergogna quanto segue: «Saddam ha a disposizione quattro o cinque volte la forza di massacro di Hitler nel 1939, e di Stalin quando fu formata la NATO. Se Saddam acquisisce una bomba atomica sporca, la sua capacità di male supererà quella di Hitler e Stalin messi assieme».
Non aver smascherato questa spudorata menzogna allora fa sì che essa ci venga proposta dagli stessi figuri pari pari: oggi è Ahmadinejad il «nuovo Hitler», anzi peggio, e l’Iran, potenza di quarto o quinto rango, Paese arretrato senza industrie, il nuovo Reich da annichilire con ogni mezzo. Ancora una volta i Kristol e i Kagan dicono che l’Iran non è un pericolo per Israele ma «per il mondo intero», ed è quindi il mondo che deve liberarne Israele… e i giornali, i capi di Stato dell’Occidente, ripetono questa menzogna incredibile come se ci credessero.
Perché nessuno può sbugiardare i padroni del mondo.
Oggi, scrive Il Corriere, «i neocon tornano a dettare la linea alla Casa Bianca».
Nonostante la batosta elettorale, nonostante il pantano in Iraq, nonostante tutta la NATO sia alle corde in Afghanistan.
I Kristol, i Kagan, i Leeden (e da noi Ferrara, ridicola imitazione) accusano i dubbiosi di disfattismo, e dicono che basta un’escalation militare, basta mandare più soldati, e ancora in Iraq «si può vincere».
Persino questi guerrafondai che mai hanno militato in guerra debbono accorgersi che è insensato mandare 15 o 30 mila uomini in più, di un esercito già demoralizzato ed usurato, senza aver elaborato prima una strategia: ma a loro non interessa la rovina degli USA, interessa la sicurezza d’Israele, e credono di garantirla così, a quel prezzo.

Il destino storico americano è stato di distruggere ogni società organica per renderla omogenea al suo modello del consumo e del mercato.
Oggi, la stessa pulsione ha assunto un livello parodistico.
«Da quel che dice e da quel che pare pensare, Washington sembra assimilare nella guerra al terrorismo tutti i mali del mondo non occidentale. Il documento sulla Strategia della Sicurezza Nazionale del 2004 descrive il terrorismo come causato dalla ‘crescita economica fallita’, dalla ‘mancanza di infrastrutture democratiche’, dalla ‘assenza di mercato e libero commercio»
[la litania delle giaculatorie ideologiche].
Ma ciò «equivale ad offrire un materialismo semplicistico come cerotto per tutte le ferite aperte e verminose dell’umanità».
E naturalmente l’analisi è del tutto sommaria, pressapochista, idiota: in una parola, indegna della cultura occidentale. «Né la mancanza del mercato né il terrorismo islamico hanno nulla a che vedere con i massacri dei bambini-soldati in Liberia e Sierra Leone, o il genocidio in Ruanda…», esemplifica Pfaff.
Vana riflessione: la potenza del mito americano, in questa pretesa di debellare ogni male dell’umanità con «democrazia» e «mercato», e imporre democrazia e mercato con bombardamenti al fosforo, piogge di missili e tutto l’armamento - costoso, strapotente, sofisticatisssimo… e inadeguato - della terza guerra mondiale, è giunto al suo parossismo storico.
Ogni ragionevolezza è vana: il mito diventa più forte proprio quando è impazzito.
Durante le sue ultime ore nel bunker, coi sovietici a pochi metri sopra, Hitler deponeva generali come incapaci e traditori, e ordinava di «far affluire l’armata Wenk», un’armata da tempo distrutta.
Nella Casa Bianca, eletto democraticamente, un Hitler subnormale e alcolizzato ha appena sbattuto John Negroponte ad un incarico di viceministro subalterno a Condoleezza Rice, ed ha sollevato il generale Abizaid, comandante supremo USA per il Medio Oriente, e il generale George Casey, comandante delle forze americane in  Iraq: entrambi erano contrari all’aumento delle truppe in Iraq senza una chiara strategia.

Demente, Bush ha sostituito Abizaid con un ammiraglio, Fallow, che al momento comanda la flotta del Pacifico: un marinaio si troverà a comandare le operazioni terrestri nel deserto.
Era un ammiraglio senza navi anche Doenitz, che assunse per qualche ora il ruolo di Hitler ormai suicida.
E’ probabile che anche Negroponte debba la sua disgrazia improvvisa al tentativo di far ragionare il demente: ma i motivi della deposizione non sono noti, ormai l’America assiste a purghe di palazzo indecifrabili come quelle del Cremlino staliniano.
Attorno ad Hitler nelle ultime ore, sicofanti o deliranti continuavano a proclamarsi «certi della vittoria finale».
In USA, i Kagan, i Kristol e i Leeden recitano lo stesso ruolo, accusano i competenti di incompetenza, i razionali di viltà e sabotaggio (fecero così anche i loro correligionari dentro il PCUS, ebrei come loro, instancabili nelle purghe dei nemici interni): e Bush ascolta solo loro, o a loro obbedisce.
E’ la Gotterdammerung americana, peggiorata dalla vena di comicità sinistra che sempre accompagna «mercato» e «democrazia»: il Crepuscolo dei Bottegai, che credono alle soap opera da loro stessi messe in onda in TV.
Per questo Pfaff è lugubre.
Teme, scrive, che «l’Iraq rappresenti il futuro»: una guerra senza fine, senza scopo confessabile e senza esito, infinitamente devastatrice, in cui la potenza americana fonderà come cera nel forno.
E già comincia, nei dormitori pieni di tubercolotici che la grande «democrazia di mercato» non ha i mezzi, né l’interesse, di curare.
Comincia nei working poor che lavorando non riescono a nutrirsi e a coprirsi.
E’ anche il nostro futuro: ce lo prepara il nostro governo a forza «lotta all’evasione» e di «riforme delle pensioni».
E’ il potere burocratico che, giunto all’apice, opprime la vita umana fino a renderla impossibile: come il cancro, come già il comunismo.

Maurizio Blondet


Note
1) William Pfaff, «A bleak New Year’s prospect», www.williampfaff.com, 28 dicembre 2006.